Home » 1962: L’Italia finisce nel mirino dei russi (per colpa di Cuba)

1962: L’Italia finisce nel mirino dei russi (per colpa di Cuba)

by Lettere21

Al culmine della «Crisi dei Missili» tra URSS e USA, a fine ottobre 1962, l’Italia evitò per solo due ore un drammatico attacco missilistico, ordinato da Mosca contro le basi NATO sul nostro territorio. Lo ha messo nero su bianco in una lettera che pubblichiamo in esclusiva l’ex ministro della DC Paolo Emilio Taviani. Che aggiunge anche che non era la prima volta – e neanche l’ultima – che abbiamo rischiato un attacco da parte del blocco comunista: ce la siamo vista brutta anche nel 1950, nel 1956 e nel 1968. Senza che mai l’opinione pubblica e il Parlamento fossero al corrente della situazione. Tutto grazie alla precipitosa adesione italiana al Patto Atlantico voluta da De Gasperi e da Pio XII nel 1949

Nell’ottobre 1962 gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si fermarono due ore prima di far scoppiare la terza guerra mondiale. E la prima farne le spese sarebbe stata proprio l’Italia anche se la crisi era scoppiata molto lontano non solo da noi ma anche dall’Europa: addirittura nel Mar dei Caraibi, a Cuba. Infatti nell’agosto precedente aerei spia americani avevano scoperto basi missilistiche installate dall’URSS nella Repubblica di Cuba guidata da Fidel Castro. Fra le due superpotenze esplose una crisi che salì fino alle soglie di uno scontro armato. All’ultimo momento, in una convulsa trattativa fra i massimi leader di Washington (John Kennedy) e Mosca (Nikita Kruscev), si concordò lo smantellamento delle basi sovietiche a Cuba e di alcune installazione missilistiche americane in Italia e Turchia. Qualora la situazione fosse invece precipitata in una guerra, i primi bombardamenti sovietici erano previsti sulla Puglia e in Basilicata, che ospitavano basi americane di missili a testata termonucleare, con gittata fino a 5.500 chilometri, puntati verso l’area del patto di Varsavia.

Ricostruiremo, anche grazie alla testimonianza diretta e inedita di un importante personaggio del governo italiano dell’epoca, Paolo Emilio Taviani, il quadro politico e diplomatico che aveva esposto l’Italia a quel pericolo tremendo. Un pericolo del quale furono a conoscenza i nostri vertici politici, ma non il nostro Parlamento e men che meno l’opinione pubblica. Tanto è vero che il segreto sulle ragioni del possibile coinvolgimento dell’Italia «atlantica» nel disastro bellico, è rimasto finora inviolato fino ad oggi. La crisi dei missili di Cuba fu il culmine di una lunga tensione tra USA e URSS iniziata più di un anno prima. Infatti già nel 1961 si era determinata una crisi internazionale che portò il mondo sull’orlo di una nuova guerra. Da parte degli Stati Uniti erano state schierate, in Italia (1960) e Turchia (1961-1963), delle basi per il lancio di missili PGM-19 Jupiter dotati di armamento nucleare.

Era seguito un tentativo americano di sbarcare a Cuba, nella Baia dei Porci (aprile 1961), al fine evidente di abbattere il regime comunista di Fidel Castro che aveva portato quell’isola, che per lunga tradizione era sotto l’influenza americana, nella sfera sovietica. Successivamente Castro concordò con l’Unione Sovietica l’installazione di basi missilistiche sul suolo cubano. Ovviamente i missili puntavano sugli Stati Uniti le cui coste distano circa 160 km da Cuba. Vennero così installati dei missili sovietici a medio raggio in grado perciò di colpire con testate nucleari il territorio americano, che aveva perduto in tal modo la sua invulnerabilità, per giunta con un preavviso di pochi minuti. Le rampe dei missili vennero scoperte e fotografate da un ricognitore Lockheed U-2 della United States Air Force. Seguì immediatamente il blocco militare dell’isola, per impedire che potessero aggiungersi delle ulteriori installazioni sovietiche. Non appena gli Stati Uniti scoprirono le installazioni sovietiche a Cuba, si determinò una tensione che rischiò di portare a un rapido scontro fra le due massime potenze, col pericolo che la situazione precipitasse in una guerra nucleare.

Nella gravissima crisi fra le due massime potenze, gli Stati Uniti pretesero lo smantellamento immediato delle installazioni sovietiche sull’isola. Lo scontro militare venne scongiurato all’ultimo momento, e alla fine si raggiunse un accordo fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica: Mosca, sotto il controllo delle Nazioni Unite, avrebbe rapidamente smantellato ogni attrezzatura militare sull’isola e Washington invece dichiarò di rinunciare a invadere Cuba. Seguì lo smantellamento delle installazioni americane dei PGM-19 Jupiter in Italia e Turchia. Il 21 novembre 1962 cessò il blocco dell’isola da parte degli Stati Uniti e venne infine installata una linea di comunicazione diretta fra Washington e Mosca, da utilizzare per prevenire ulteriori crisi.

Tutto questo ebbe ripercussioni in tutto il mondo e, in Italia in particolare perché in caso di scoppio di guerra ad essere attaccate per prime sarebbero state proprio le basi USA nel nostro Meridione. Un pericolo quanto mai concreto di cui i vertici politici italiani dell’epoca – come dimostra la testimonianza di Taviani che riportiamo nelle pagine seguenti – erano perfettamente a conoscenza pur non avendo molte carte da giocare per scongiurarlo. Infatti l’Italia era condizionata dalla sua adesione alla NATO fin dalla sua istituzione nell’aprile 1949. Alla decisione di vincolare senza scadenza l’Italia nel Patto Atlantico – che fu l’adesione quella di maggiore peso e di illimitata durata assunta dalla Repubblica Italiana – non si era pervenuti dopo la valutazione di tutte le future implicazioni e conseguenze. Né si era politicamente riflettuto sulla illimitata proiezione dell’Alleanza nel tempo, che avrebbe fi nito per impegnare indefinitamente e senza più possibilità di discussione i successivi governi italiani, nell’assenza di una scadenza del patto. Un tale impegno fu assunto invece in modo affrettato, sottoscrivendo il patto dopo che le trattive fra gli altri firmatari si erano sostanzialmente già concluse. Oltretutto, quasi tutti i membri della futura alleanza sembravano contrari alla partecipazione dell’Italia, soprattutto perché paese vinto nella recente Seconda guerra mondiale. Il ministro degli esteri Carlo Sforza, sollecitato da De Gasperi, aveva iniziato fin dall’estate 1948 la ricerca di consensi. Chiese naturalmente appoggi a Washington, Mosca, e Parigi, ottenendo reazioni fredde, tranne che dalla Francia. Da Parigi l’ambasciatore Pietro Quaroni invitò il governo De Gasperi a non traccheggiare, e ad aderire senza esitazioni o riserve. Manlio Brosio, ambasciatore a Mosca, fece invece sapere di non essere per nulla d’ accordo col suo collega Quaroni. A suo parere la formula della neutralità era la sola che poteva consentire d’impostare, di fronte all’Unione Sovietica, il problema della revisione del Trattato di pace firmato nel 1947: riarmo, colonie e la questione di Trieste.

Per Alberto Tarchiani, iniziato negli Stati Uniti alla massoneria e indicato fin dal febbraio 1945 dagli stessi americani come ambasciatore a loro gradito, dal suo privilegiato osservatorio USA era forse quello più in grado di capire cosa stava bollendo nella pentola atlantica e bollò le tesi di Brosio come un non senso. Ma il dibattito non era solo a livello diplomatico: in sede parlamentare la discussione sul patto determinò reazioni molto energiche da parte delle opposizioni di sinistra. Una posizione singolare era stata quella del democristiano Giulio Andreotti, fin da allora poco incline al neutralismo. Egli scelse subito di avere un ruolo attivo, cercando di orientare le alte gerarchie ecclesiastiche adagiate in una deriva pacifista che non era frutto di valutazione politiche sul presente, ma derivava piuttosto da uno stato d’animo. Andreotti era allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio e, nei fatti, aveva un peso politico che andava oltre il contenuto formale della sua carica. Si avvalse perciò dei legami personali che aveva ai livelli più elevati della Santa Sede, molto influendo sulla maturazione in senso «atlantico» della politica ecclesiastica. La campagna contro il «Comunismo ateo» molto dovette proprio a lui. E non a caso proprio dal Vaticano verranno forti pressioni a favore della partecipazione italiana al patto, pressioni di cui De Gasperi si avvalse per sostenere la sua decisione.

Lo stesso Andreotti ricorderà così quei fatti: «8 settembre 1948. Tarchiani, ambasciatore italiano a Washington, è ricevuto in udienza da Pio XII. La sua missione è esporre al Papa le finalità del nascente Patto Atlantico e chiedergli di evitare eventuali crociate da parte di alcuni settori del cattolicesimo contrari». Andreotti rivela anche alcuni retroscena degli ambienti vaticani: «Geniale fu l’intuizione del Presidente [cioè De Gasperi, NdR], convinto che sul Papa avrebbe avuto incisività particolare una esposizione fatta da una personalità di matrice laicista e dotata di congrua autorevolezza. Tarchiani poteva chiedere di essere ricevuto per manifestare gratitudine per l’appoggio che al suo lavoro conferiva la coraggiosa e tenace azione filoitaliana del cardinale di New York, Francis Spellman».

Veniamo ora ad uno sviluppo concreto della posizione cui era stata spinta l’Italia con la sua adesione alla NATO. Chi scrive ne ebbe notizia da Paolo Emilio Taviani (1912-2001), importante esponente della Democrazia Cristiana, più volte ministro ed ex capo partigiano oltre che storico (famoso in tutto il mondo per i suoi studi su Cristoforo Colombo). A Taviani, per motivi di ricerca storica avevo chiesto se nel dopoguerra l’Italia avesse mai corso il concreto pericolo di essere coinvolta in un conflitto.

Nell’agosto 1991 ricevetti una lettera che conteneva queste parole: «la mattina del 28 ottobre siamo stati a due ore dalla guerra, che sarebbe inevitabilmente scoppiata se non avesse fortunatamente funzionato il telefono diretto fra Kennedy e Krusciov». Taviani si riferiva al 28 ottobre 1962. Allora egli era ministro dell’interno nel quarto governo presieduto da Amintore Fanfani, in carica dal 22 febbraio di quell’anno. In virtù della sua carica, Taviani era stato un protagonista diretto della situazione di cui parlava. Per meglio delineare il quadro al cui interno era avvenuto quel fatto, è utile però ricordare anche questa inquietante dichiarazione di Amintore Fanfani, presidente del consiglio dal 26 luglio 1960 (e manterrà quella carica fino al 21 giugno 1963). Ecco la dichiarazione che egli rilasciò pubblicamente e che fu pubblicata da diversi quotidiani («Il Resto del Carlino», 26 ottobre 1986, p. 1; poi ripresa anche da «il Manifesto»):

«Forse l’abbattimento dell’aereo di Mattei è stato il primo gesto terroristico nel nostro paese». Fanfani era un uomo politico abituato a dosare bene le parole. Per chiarire meglio quel concetto, egli aveva precisato di riferirsi a «qualcosa che forse non si può dire sulla crisi dei missili a Cuba». Quello che è certo è che la morte del presidente dell’ENI Enrico Mattei (una bomba fece esplodere il suo aereo sui cieli di Bescapé, in provincia di Pavia, mentre rientrava da un viaggio in Sicilia) avvenne la sera del 27 ottobre 1962 cioè nelle stesse ore del culmine della crisi USA-URSS per Cuba. Per trovare le prove dell’abbattimento del suo aeroplano, si è dovuta attendere la conclusione della nuova e lunga inchiesta condotta nella sede giudiziaria di Pavia, durata dal 1994 al 2015. I relativi risultati sono stati pubblicati in questo libro, di cui è coautore il magistrato che l’ha condotta: Vincenzo Calia e Sabrina Pisu, «Il caso Mattei. Le prove dell’omicidio del presidente dell’ENI dopo bugie, depistaggi e manipolazioni della verità» (Milano, 2017).

Ecco l’inedito contenuto di quel quadro, descritto in una lettera pervenutami da Taviani nell’agosto 1991: «Posso dirle che da parte della dirigenza governativa alla quale ho sempre partecipato si pensava che fosse del tutto improbabile una invasione unilaterale [evidentemente da parte di forze armate del Blocco comunista, NdR] dopo il 1948. Era invece possibile che scoppiasse la guerra. E il pericolo reale vi fu nel 1950, nel 1956, nel 1962 (gravissimo, evitato per poche ore), nel 1968. In tal caso gli Stati Uniti non avrebbero usato la bomba strategica [cioè la bomba atomica, NdR] e sarebbe risultata inevitabile l’occupazione in Europa fino ai Pirenei e in Italia fino all’Aspromonte». Rispetto a quelle date, si deve osservare che solo quella del 1962 si riferisce all’argomento qui esaminato e cioè ad un attacco missilistico a basi americane in Italia. Indicativamente si può aggiungere che il 1948 doveva collegarsi alle elezioni che avrebbero potuto portare alla vittoria della sinistra; il 1950 dove porsi in relazione alla situazione di Berlino; il 1956 all’intervento sovietico in Ungheria; il 1968 (gennaio) alle eventuali conseguenze su vasta scala dell’offensiva del Tet in Vietnam e successivamente come Taviani specifica all’ «invasione dei sovietici in Cecoslovacchia» (20 agosto 1968). Qui interessa specialmente quello che accadde nel 1962. Quando avevo chiesto a Taviani di spiegare meglio il contenuto delle parole che abbiamo appena letto, ricevetti questa risposta: «Il pericolo del 1962 era effettivamente legato alla vicenda dei missili di Cuba». Da Enrico Berlinguer, dal 1972 segretario di quel Partito Comunista Italiano che aveva condotto nel Parlamento e nel Paese la lotta più lunga e pugnace contro il Patto Atlantico, verrà invece questa dichiarazione contenuta in una intervista condotta da Giampaolo Pansa per il «Corriere della sera» (15 giugno 1976): «Mi sento più sicuro stando di qua, sotto l’ombrello della NATO».

Quanto ai pericoli effettivamente corsi dall’Italia se la crisi fosse sfociata in fatti di guerra, si deve ricordare che sul nostro territorio il più diretto obiettivo dovevano essere le basi missilistiche puntate verso il blocco delle potenze dell’Europa orientale. Esse erano in Italia collocate in Puglia (Gioia del Colle col comando operativo, Spinazzola, Gravina in Puglia, Acquaviva delle Fonti, Altamura 1 e 2, Mottola, Laterza), e in Basilicata (Matera e Irsina). I pericoli che si sono fatti correre agli italiani in conseguenza dell’appartenenza alla NATO, sono stati quindi gravissimi e ripetuti. Ma non solo di questo si è trattato, perché debbono ricordarsi anche le ingenti spese fatte pesare in modo continuativo sul bilancio nazionale a causa delle enormi spese occorrenti per l’armamento delle nostre forze armate e il suo continuo perfezionamento. Quali siano stati invece i vantaggi venuti all’Italia è in verità difficile comprenderlo. Sia in passato che in futuro ogni mossa in capo all’Alleanza Atlantica rimane in mani straniere, risiedendo tutto nelle decisioni che sono convenute e converranno agli Stati Uniti. Da loro è dipeso, come abbiamo visto, infatti se portare a più riprese i paesi membri sull’orlo della guerra, oppure se modificare o far cessare l’alleanza. All’Italia, come ad altri paesi membri, nessuna voce in capitolo.

Le risposte di Taviani ai miei quesiti furono contenute in una lunga lettera, che portava la data del 20 agosto 1991, scritta su carta intestata del vice presidente del Senato della Repubblica e che viene pubblicata qui per la prima volta. Essa appare come una sorta di testimonianza a futura memoria. Alla fine, nel ringraziarlo, gli testimoniai (lettera 4 settembre 1995) «tutta la passione» che avevo apprezzato in un suo comizio, a Genova, sotto una forte pioggia, il 25 aprile 1994. A Taviani avevo anche voluto chiedere se De Gasperi, nel secondo dopoguerra, avesse mai coltivato una posizione neutralista. Egli mi rispose: «Non soltanto De Gasperi, ma tutta la direzione democristiana della quale già facevo parte coltivò la posizione neutralista ancora durante le elezioni del 1946. Nessuno di noi aveva preso nella doverosa considerazione i tragici avvenimenti della Resistenza greca. Soltanto dopo la tragedia dell’Ungheria, la DC ha abbandonato la posizione neutralistica e ha assunto una netta posizione per lo schieramento occidentale così come aveva fatto sin dal periodo della guerra partigiana il Partito d’Azione». Memori della guerra, i democristiani inizialmente avevano scelto di tenere al riparo l’Italia. Finché De Gasperi non volle giocare un’altra partita.

Potrebbe piacerti anche

Leave a Comment

Are you sure want to unlock this post?
Unlock left : 0
Are you sure want to cancel subscription?
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00