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A un passo dal baratro

by Lettere21

Più volte nella storia, l’umanità ha evitato per un soffio guerre sanguinose o vere e proprie stragi di massa. Ecco quando è accaduto e cosa ci ha salvato

Washington, 22 ottobre 1962: il presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy rivela in televisione che l’Unione Sovietica ha appena dispiegato sull’isola di Cuba, a pochi chilometri dalla Florida, missili nucleari pronti a partire e ad attaccare l’America. Per alcuni giorni tutto il mondo vive il rischio di un olocausto nucleare che, per un soffio, viene evitato. Un caso unico? Nient’affatto: fin dall’alba dei tempi, ci sono stati momenti particolari – soprattutto guerre e battaglie – che potevano portare il mondo (o un Paese) a un passo dall’Apocalisse. Eventualità che sono state evitate all’ultimo momento, quando tutto sembrava volgere al peggio. Spesso a scongiurare il massacro sono stati abili diplomatici, ma a volte è bastato un colpo di fortuna o l’intervento di persone “qualunque” al posto giusto nel momento giusto.

RISCHIO GLOBALE. Gli episodi più clamorosi sono avvenuti durante la Guerra fredda, quando le conseguenze di un conflitto nucleare sarebbero state enormi (e del resto potenzialmente lo sono ancora) per tutti gli abitanti del pianeta. Il momento peggiore probabilmente fu proprio la “crisi dei missili” di Cuba. Sull’isola governata dal regime comunista di Fidel Castro, l’Unione Sovietica stava costruendo delle basi per lanciare missili nucleari in grado di colpire gli Stati Uniti. Quando la Cia se ne accorse, il presidente Kennedy ordinò il blocco navale di Cuba e la minaccia di affondare ogni nave russa in avvicinamento. Per tredici giorni (1528 ottobre) si susseguirono i tentativi di mediazione, incluso quello di papa Giovanni XXIII, finché i sovietici ordinarono alle navi di invertire la rotta. Il leader dell’Urss, Nikita Chruscev, s’impegnò a rimuovere le rampe missilistiche dall’isola, e Kennedy fece altrettanto con i missili installati in Turchia e in Italia, impegnandosi inoltre a non appoggiare tentativi di golpe anti Fidel Castro.

In quei tredici giorni di tensione si verificarono due incidenti potenzialmente devastanti, prevenuti da due ufficiali di medio calibro, il russo Vasili Arkhipov e lo statunitense William Bassett. Il 27 ottobre, infatti, Arkhipov si trovava nelle acque cubane in un sottomarino bersagliato da alcuni missili americani, lanciati al fine di farlo riemergere. Arkhipov dissuase i suoi superiori dal rispondere con un micidiale siluro nucleare, il cui lancio avrebbe scatenato una reazione a catena (e ovviamente la guerra).

Il giorno seguente, nella base Usa di Okinawa, il capitano dell’aeronautica Bassett ricevette un messaggio in codice che gli ordinava di lanciare quattro missili verso l’Unione Sovietica. Dedusse che doveva trattarsi di un errore ed evitò quindi di procedere.

UN EROE QUALUNQUE. Oltre vent’anni dopo (1983), ancora in clima di guerra fredda, il peggio fu evitato grazie ai nervi d’acciaio dell’ufficiale russo Stanislav Petrov. La notte del 26 settembre si trovava in un bunker segreto con il compito di verificare le informazioni trasmesse dai satelliti e avvertire i superiori in caso di attacco americano. Intorno a mezzanotte i computer segnalarono il lancio di cinque testate nucleari. La procedura non lasciava dubbi: bisognava riportare l’accaduto per organizzare un’immediata controffensiva. Nella mente di Petrov balenarono però alcuni dubbi: perché gli americani avrebbero dovuto scatenare una guerra atomica lanciando “solo” cinque missili? E perché i radar terrestri non confermavano gli avvistamenti? Non trovando risposte, Petrov interpretò il segnale come un falso allarme, ed ebbe ragione: a  ngannare il computer erano stati i riflessi del sole combinati a una banalissima perturbazione. Ironia della sorte, l’ufficiale fu redarguito per non aver rispettato la procedura.

Appena due mesi dopo, la terza guerra mondiale rischiò di scoppiare a causa di un’esercitazione militare. L’operazione, chiamata Able Archer e coordinata dalla Nato, fu così realistica da essere scambiata dai sovietici per una manovra ostile, inducendoli a schierare bombardieri e sottomarini in varie zone strategiche, pronti a reagire a un attacco atomico. Che fortunatamente, non arrivò mai. In realtà, durante il Dopoguerra, anche l’Italia ha rischiato un sanguinoso conflitto, e probabilmente la rivoluzione. A scongiurarla in questo caso non fu il buon senso di un militare, ma le gesta di uno sportivo. A Roma, il 14 luglio 1948, uno studente di destra sparò a Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista, e in poche ore nacquero spontaneamente cortei e scioperi di protesta duramente repressi dalla polizia. La tensione salì vertiginosamente e in molti temettero lo scoppio di una guerra civile. A riportare la calma e a fare in modo che tutti, prima di ogni cosa, si sentissero compatrioti fu il ciclista Gino Bartali, che accumulò una serie di successi al Tour de France “distraendo” gli italiani da propositi bellicosi. Per alcuni storici, la vittoria di Bartali sul colle dell’Izoard il 15 luglio fu in questo senso più incisiva degli inviti dello stesso Togliatti a restare tranquilli.

SEGNO DEL CIELO. Nel corso della storia, del resto, altre volte eventi inattesi hanno scongiurato una strage. Il primo in assoluto di questi episodi lo racconta lo storico greco Erodoto nelle sue Storie (V secolo a.C.). Il 28 maggio 584 a.C., presso il fiume Halys, nell’odierna Turchia, dopo cinque anni di scontri le armate dei Lidi e quelle dei Medi, tra le più temibili dell’epoca, erano pronte a fronteggiarsi nella battaglia decisiva: di sicuro sarebbe stato un massacro. A un tratto, però, “il giorno si fece notte”, racconta Erodoto. Tale evento (una banale eclissi) fu letto come un monito divino, e così “Lidi e Medi troncarono la battaglia e si affrettarono a concludere la pace”.

LA VITTORIA DELLA TRATTATIVA. Sul finire dei tempi antichi, anche a Roma capitò di salvarsi in extremis da una brutta sorte. Ma questa volta fu tutto merito di un’azione diplomatica. Correva l’anno 452 e, dopo aver devastato Aquileia e Padova, il re unno Attila era in procinto di attaccare l’Urbe con le sue orde. Lo fece desistere, presso le rive del Mincio (Mantova), papa Leone I. Nessuno sa che cosa si dissero, ma leggenda vuole che il barbaro fu convinto ad andarsene da una “visione” dei santi Pietro e Paolo. Gli storici ritengono che il flagello di Dio fece in realtà marcia indietro dopo aver ricevuto un generoso tributo in denaro da parte del pontefice.

A evitare di un soffio un’ennesima strage, durante le Crociate, fu invece l’intelligenza di Federico II di Svevia. Già scomunicato per aver annullato una precedente spedizione in Terrasanta, nel 1228 l’imperatore salpò verso i luoghi santi in occasione della sesta crociata, ma anziché dar battaglia, intavolò un’amichevole trattativa con il sultano al-Malik al-Kamil, ottenendo per i cristiani l’amministrazione di Gerusalemme e garantendo in cambio ai musulmani l’accesso ai luoghi di culto. Il tutto senza versare una goccia di sangue.

Secoli più avanti, tra le guerre evitate per un pelo grazie alla diplomazia si aggiunse un episodio che coinvolse due “giganti”: l’impero britannico e quello russo, in lotta per il dominio sull’Asia Centrale. Il 30 marzo 1885 i russi occuparono lo sperduto forte di Panjdeh, al confine con l’Emirato dell’Afghanistan, già dichiarato protettorato inglese. Londra si allarmò: se avessero proseguito la loro marcia, i russi avrebbero presto minacciato i possedimenti britannici in India. Fu così inviato un contingente militare, mentre il New York Times titolava “Inghilterra e Russia pronte a combattere”. Sembrava che la situazione stesse precipitando. A quel punto, però, l’emiro afghano Abdurrahman convinse i britannici a fare un passo indietro, affidando la contesa a un arbitrato internazionale.

Così, anche quella volta, la guerra restò solo un’ipotesi.

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