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Akita, bellezza, dignità e fedeltà

by Lettere21

Nonostante una personalità non semplice da imbrigliare, questo grande spitz del Sol Levante piace parecchio, anche perché sotto l’armatura da samurai nasconde un cuore grande, generoso e fedele anche oltre la vita

Bello e dall’aspetto fiero, l’Akita è uno splendido esempio di razza forgiata dal clima gelido della sua regione di origine e dalle lunghe vicissitudini storiche che l’hanno visto, di volta in volta, sugli altari e nella polvere, dalla quale è sempre risorto, però, come si addice ai samurai, dei quali è stato il cane d’elezione per molto tempo. E proprio perché custodisce nell’animo molto del codice etico degli antichi guerrieri giapponesi, non è un cane facile né adatto a chiunque. Va capito e amato per ciò che è, senza pensare di poterlo comandare a bacchetta ma accettando che abbia una sua volontà, da plasmare correttamente, certo, ma anche da ammirare e preservare per il carico di purezza, lealtà e onestà che custodisce.

Da scegliere con cura

La scelta di una razza piuttosto di un’altra è del tutto personale, ma se ci si orienta su un cane della stazza e del carattere dell’Akita i giochi sono già fatti. Non resta che valutare i pro e i contro e fare il tutto sensatamente. Le razze giapponesi sono in gran spolvero in quest’ultimo periodo nel nostro Paese, tanto che cominciano ad affacciarsi timidamente anche cani nipponici mai visti prima, come Hokkaido, Kai, Kishu e soprattutto Shikoku, mentre per Shiba e Akita la strada è tutta in discesa già da un po’. Il rovescio della medaglia è una forte richiesta che non sempre il lavoro degli allevatori seri riesce a soddisfare, con la conseguente comparsa di soggetti allevati senza alcun criterio selettivo, soprattutto dal punto di vista caratteriale. Se con un cane che pesa una decina di chili come lo Shiba eventuali problemi comportamentali possono essere relativamente più semplici da gestire, con un cane come l’Akita, che da adulto arriva a 40-45 chili, le cose si fanno ben più complesse. Ecco perché è importante rivolgersi a persone che dimostrino con i fatti di selezionare la razza dal punto di vista sanitario, morfologico e caratteriale, e che apportino sempre nuovo sangue di importanti riproduttori direttamente dal Giappone.

Lo standard ufficiale lo vuole così

Testa fronte ampia, stop definito, tartufo largo e nero (accettata solo nei cani bianchi una leggera e diffusa mancanza di pigmento), muso moderatamente lungo e forte con ampia base, canna nasale diritta, denti forti con chiusura a forbice, labbra aderenti, guance moderatamente sviluppate, occhi relativamente piccoli, di forma quasi triangolare e di colore marrone scuro (più sono scuri, meglio è).

Occhi di media misura, a mandorla, posizionati un po’ obliqui e non sporgenti; il colore deve essere il più scuro possibile. Gli occhi chiari non sono desiderati.

Orecchi relativamente piccoli, spessi, triangolari, leggermente arrotondati alle punte, posizionati moderatamente distanziati, eretti e inclinati in avanti.

Corpo cane di grande taglia e robusta costruzione, rapporto altezza al garrese/ lunghezza del corpo 10:11 (corpo leggermente più lungo nelle femmine), dorso diritto e forte, rene ampio e muscoloso, torace profondo, petto ben sviluppato e ventre ben retratto.

Coda inserita alta, spessa, portata vigorosamente arrotolata sul dorso; la punta arriva quasi al garretto quando è lasciata pendere.

Pelo mantello esterno duro e diritto, sottopelo soffice e fitto; il garrese e il rene sono ricoperti di pelo leggermente più lungo; il pelo della coda è più lungo che su tutto il resto del corpo.

Mantello rosso fulvo, sesamo (peli rosso fulvo con punte nere), tigrato e bianco. Tutti i colori, meno il bianco, devono avere lo “urajiro” (pelo biancastro ai lati del muso, sulle guance, sotto la mascella, collo, petto, tronco e coda e nell’interno degli arti).

Taglia altezza al garrese nei maschi 67 cm, nelle femmine 61 cm (tolleranza di 3 cm in più o in meno).

Tanti ruoli nel passato

Oggi lo vediamo maestoso e imponente, ma non è sempre stato così: in un lontano passato, infatti, tutte le razze giapponesi erano di taglia piccola o media, come gli Akita Matagi, usati nella caccia all’orso e, successivamente, impiegati anche nei combattimenti. A partire dal 1868, gli Akita Matagi furono incrociati con cani più imponenti (Mastini e Tosa) per aumentarne l’aggressività e la taglia, e persero così le caratteristiche dei cani di tipo spitz (aspetto lupoide, orecchie piccole e diritte, muso appuntito, pelo abbondante e compatto, coda portata sul dorso).

Quando, nel 1908, i combattimenti tra cani furono proibiti, gli appassionati giapponesi cercarono non senza fatica di tornare al tipo originario e ottennero che la razza, nel 1931, fosse dichiarata Monumento nazionale. Purtroppo la Seconda guerra mondiale mise in pericolo la sopravvivenza della razza, anche a causa di un’ordinanza che imponeva la cattura di tutti i cani, che avrebbero fornito carne e pellicce per i soldati, fatta eccezione per i Pastori Tedeschi usati per scopi militari. Alcuni cercarono di aggirare l’ordinanza incrociando l’Akita con il Pastore Tedesco: il “nuovo” cane, caratterizzato da orecchie più grandi, tronco più lungo e maschera nera, darà poi vita alla razza riconosciuta inizialmente col nome di “Grande Cane Giapponese” e diventata in seguito “Akita Americano”.

Dopo la guerra gli allevatori si trovarono così con tre tipi di Akita, peraltro ridotti drasticamente di numero: l’Akita Matagi (da caccia), l’Akita da pastore e l’Akita da combattimento, diversi sia per l’utilizzo sia per la taglia, e dovettero operare faticosamente per eliminare ogni influsso di sangue di altre razze e tornare così all’antica purezza. Oggi, per fortuna, la razza è pienamente recuperata e in buona salute.

Il cugino americano, non confondiamoli, sono cani diversi

Se l’Akita Matagi rappresenta il ceppo originario che possiamo ritrovare nell’odierno Akita, la linea Dewa risente dell’incrocio con il Mastiff e col Pastore Tedesco. Nel Dopoguerra molti Akita della linea Dewa furono portati negli Stati Uniti dai militari americani; questi cani ebbero un crescente successo e tuttora trovano largo impiego in polizia, come guida per ciechi e in protezione civile, per la ricerca di persone disperse. L’Akita Americano è, con il Koban Copegi, ex Pastore dell’Anatolia, l’unica razza ad aver cambiato nome: nel 2001, infatti è stato riconosciuto come Grande Cane Giapponese e classificato nel secondo gruppo, nel 2006 è diventato Akita Americano e classificato, insieme all’Akita, nel quinto gruppo.

In Gran Bretagna l’Akita Americano è chiamato semplicemente Akita, quello che noi chiamiamo Akita è per loro il Japanese Akita e il primo è più diffuso del secondo (226 contro 90 le iscrizioni al Kennel Club nel 2021).

Negli Stati Uniti non viene invece fatta alcuna distinzione tra il giapponese e l’americano, ma quello che viene chiamato Akita tout court dall’American Kennel Club è l’Akita Americano, mentre il Japanese Akita è riconosciuto da altre associazioni cinofile come Ukc, Jaca standard e Akita Inu Hozonkai.

Tra americano e giapponese ci sono differenze a livello sia morfologico sia caratteriale: il primo pesa di più, ha corpo più massiccio e ossatura più pesante, tronco più allungato, testa più molossoide con muso più corto e quadrato (nell’Akita, invece, è di tipo lupoide), pelo di lunghezza omogenea su tutto il corpo (nell’Akita ha diverse lunghezze nelle varie regioni del corpo), orecchie più grandi, occhi dall’espressione meno orientale, carattere più simile a un molossoide, più lento e pigro, mentre l’Akita è più agile e scattante.

Mettiamolo sotto esame, un test per selezionare il carattere

Il test di valutazione caratteriale (TVC) è stato messo a punto per tutte le razze tutelate ed è considerato basilare ai fini di buona selezione, tanto che è stato introdotto obbligatoriamente per il conseguimento del titolo di Campione Sociale. Possono partecipare cani di almeno 15 mesi. Si valuta la componente naturale inerente le qualità psico-fisiche di un cane, per escludere dalla riproduzione i soggetti timidi, paurosi o immotivatamente aggressivi, alla ricerca dell’equilibrio caratteriale. Ecco di cosa si tratta.

1) Contatto con persone estranee: la coppia cane-conduttore entra nel ring accolta dal giudice che si avvicinerà al conduttore e gli stringerà la mano; se vuole, il giudice può anche toccare il cane. Poi la coppia dovrà passare in mezzo a un gruppo di persone, prima ferme e poi in movimento, che stringono la mano al conduttore e lo chiudono a cerchio. Il cane non deve mostrare né paura né aggressività.

2) Sollecitazione visiva: il conduttore, con il cane a guinzaglio lento, esce dal gruppo e deve affrontare un passaggio lungo il quale saranno appese a un’altezza di 1,5 metri delle fasce di plastica. Il cane può avere una momentanea reazione di smarrimento ma deve superarla rapidamente e non mostrare paura.

3) Condotta al guinzaglio di un estraneo: il giudice prende il guinzaglio, valutando il livello di diffidenza verso gli estranei.

4) Passaggio in mezzo ad altri cani: L’Akita, al guinzaglio del conduttore, non deve mostrare reazioni aggressive, anche se un’iniziale tensione può essere tollerata, purché rapidamente superata.

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