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Antonio Gramsci in carcere, il suo miglior amico fu Sandro Pertini

by Lettere21

Filosofo e giornalista, nacque socialista, ma poi, fervente ammiratore della rivoluzione russa e del comunismo sovietico, fondò il Partito Comunista Italiano. A causa della sua fede politica venne arrestato da Mussolini e condannato a vent’anni di carcere, dove strinse una profonda amicizia con il futuro presidente della repubblica

L’Italia di cent’anni fa era attraversata da forti tensioni sociali e politiche. La Grande Guerra era stata vinta appena tre anni prima, ma il successo militare sull’impero austroungarico non aveva aperto un’era di prosperità e di grandezza, come molti avevano sognato. La classe dirigente liberale italiana si era illusa che il conflitto sarebbe stato nient’altro che una sanguinosa parentesi e che tutto sarebbe tornato come prima. Il governo, invece, si era rimangiato la promessa di distribuire la terra ai contadini più poveri; i reduci, tornati dal fronte, soprattutto i più giovani, scoprivano di fare grande fatica a reinserirsi nel tessuto produttivo, dove non esistevano ancora o quasi tutele legali; non esistevano programmi di recupero per le numerosissime vittime da shock post-traumatico, e i soldati traumatizzati venivano bollati come “scemi di guerra”. L’unico grande cambiamento fu l’introduzione della legge elettorale proporzionale nel 1919, che sommata all’allargamento della base elettorale (avevano diritto di voto tutti i maschi con più di 21 anni o che avessero prestato servizio militare) aveva cambiato sostanzialmente il Parlamento: esso risultò formato in buona parte da forze socialiste (il 32 per cento dei voti) e cattoliche (il neonato Partito Popolare, con il 20,5 per cento dei voti). L’impetuosa avanzata delle forze di sinistra spaventava la borghesia moderata, che guardava con apprensione alla rivoluzione sovietica: dal 1917 infiammava la Russia e minacciava di estendersi anche al resto d’Europa. Il 5 gennaio 1919 la Lega Spartachista tedesca, un movimento di chiara ispirazione comunista, aveva tentato a Berlino un’insurrezione armata che era stata repressa duramente, sfiorando una vera guerra civile. In Italia, nel luglio dello stesso anno, cominciarono scioperi e proteste che sembravano dare corpo a queste paure. In realtà, il movimento socialista in Italia era molto meno determinato a far scoppiare la rivoluzione di quanto non temessero le forze conservatrici. La maggioranza dei socialisti, infatti, riteneva che i progressi sociali e politici si dovessero raggiungere con le riforme, come pensava Filippo Turati, oppure ipotizzava che la rivoluzione sarebbe accaduta in modo spontaneo e inevitabile e quindi non era necessario promuoverla attivamente.

Salute cagionevole

C’era però anche una corposa minoranza che sposava la tesi della rivoluzione armata sulle orme di quella sovietica: era il gruppo che faceva capo ad Amedeo Bordiga, nel quale aveva un ruolo predominante Antonio Gramsci. Di lontane origini albanesi (i suoi antenati si spostarono dalla città di Gramshi forse nel Cinquecento per sfuggire ai turchi), era nato il 22 gennaio 1891 ad Ales (Oristano, Sardegna). La prima infanzia non fu facile: a due anni si ammalò di tubercolosi ossea che gli deformò la colonna vertebrale bloccandolo a un metro e mezzo di altezza. La sua salute era così delicata che a quattro anni, dopo una crisi di convulsioni accompagnate da emorragie, fu vicino a morire al punto che la madre comprò la bara e il vestito per la sepoltura. Proseguì gli studi con fatica, dato che la sua famiglia era povera; diplomatosi al liceo classico di Cagliari, vinse una borsa di studio con cui mantenersi all’università di Torino, dove si iscrisse a Lettere passando i primi anni quasi in solitudine, a causa della povertà. Nel novembre 1913 si iscrisse al Partito Socialista e da quel momento la sua vita cambiò, riempiendosi di impegni politici e semplici incontri con gli amici e i compagni. Cominciò anche la sua attività di giornalista, prima come critico letterario e poi sulle colonne dell’Avanti!, il quotidiano del Partito Socialista. La sua posizione ideologica, però, si staccò gradualmente da quella ufficiale del partito, troppo moderata. Infine Gramsci iniziò la collaborazione con L’ordine nuovo, nato a Torino il 1° maggio 1919 come settimanale di cultura socialista, ma diventato presto, proprio grazie a lui che ne era stato uno dei fondatori, il motore propulsivo delle idee bolsceviche e comuniste: prima tra tutte quella dei consigli di fabbrica da importare negli stabilimenti italiani sul modello dei soviet russi durante le occupazioni del Biennio rosso. Il sostanziale fallimento di questa esperienza, dovuto anche alla strategia attendista del Partito Socialista, convinse Gramsci, con Bordiga, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini e altri socialisti, della necessità di fondare un nuovo partito, più radicale e rivoluzionario.

Ventuno punti

Il momento della rottura delle due ali principali del Partito Socialista si concretizzò il 7 agosto 1920, quando la III Internazionale Comunista votò i cosiddetti “21 punti”: si trattava delle condizioni irrinunciabili e non contrattabili per accettare un nuovo partito nell’Internazionale. Gramsci, Bordiga e Terracini volevano che il loro partito, cioè il Partito Socialista Italiano, aderisse ai 21 punti, in particolare a quello che imponeva l’espulsione dei riformisti di Filippo Turati, considerati dei traditori. Tuttavia, le altre variegate componenti del PSI (tra cui spiccava quella degli unitari di Serrati) erano d’avviso contrario. La contrapposizione tra i due schieramenti, ben chiara già negli ultimi mesi del 1920 (il 15 ottobre il gruppo secessionista pubblicò un manifesto delle proprie idee, che ebbe l’approvazione ufficiale di Lenin), giunse all’inevitabile conclusione nel XVIII congresso del Partito Socialista, che si tenne a Livorno il 15 gennaio 1921 presso il Teatro Goldoni: dopo alcuni giorni di turbolenti discussioni, il 21 gennaio, la mozione presentata da Bordiga al momento della votazione ebbe i voti di circa un terzo dei delegati e la scissione divenne una realtà.

Nasce il PCI

I delegati della frazione comunista uscirono dal Teatro Goldoni cantando l’Internazionale Comunista e si trasferirono nel vicino e semidiroccato Teatro San Marco a proclamare la nascita del nuovo partito: fino al 1943 il suo nome ufficiale sarebbe stato Partito Comunista d’Italia – Sezione dell’Internazionale Comunista (PCI d’I). Anche se il vero capo del partito era Bordiga, Gramsci venne eletto nel primo Comitato centrale e inviato a Mosca come rappresentante. Qui cadde gravemente malato, ma conobbe Julka Schucht, musicista, figlia di un dirigente politico russo. Si sposarono nel 1923 ed ebbero due figli, Delio nel 1924 e Giuliano nel 1926. Dopo la marcia su Roma, Gramsci tornò in Italia (1924), avvalendosi dell’immunità parlamentare (era stato eletto infatti nelle elezioni di quell’anno); altri capi del partito, tra cui l’intransigente Bordiga, erano invece già stati arrestati. Dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, il 10 giugno 1924, Gramsci si oppose alla politica liberale detta “dell’Aventino”, tentando inutilmente di convincere liberali e socialisti a opporsi con forza al fascismo. Nel congresso clandestino di Lione (20-26 gennaio 1926) Gramsci fu eletto segretario e le sue tesi (tra cui la necessità di creare “cellule di fabbrica” caratterizzate da una “disciplina di ferro”) furono approvate, relegando Bordiga alla minoranza.

Fermato e chiuso in carcere

Ormai la repressione fascista stava diventando onnipresente e anche Gramsci, nonostante fosse un deputato del Regno, venne arrestato l’8 novembre 1926. Fu mandato sull’isola di Ustica e poi nel carcere di San Vittore a Milano: infine, il 28 maggio 1928, venne processato assieme ad altri 21 imputati comunisti di fronte al Tribunale Speciale Fascista, istituito da Mussolini per liberarsi dai suoi oppositori. La condanna era già scritta: vent’anni di carcere da scontare nel carcere di Turi, in provincia di Bari. Qui, l’8 febbraio 1929, Gramsci ebbe finalmente il permesso di scrivere e iniziò a stendere i Quaderni del carcere, una serie di appunti non destinati alla pubblicazione che però sarebbero diventati una delle opere filosofiche e politiche più importanti del XX secolo. Prima di tutto s’impegnò in questo lavoro per combattere l’inaridimento della vita in carcere; dovendo lavorare in completo isolamento, però, le sue riflessioni poterono sganciarsi dalle polemiche politiche contingenti. Durante la prigionia a Turi, conobbe il socialista Sandro Pertini, che sarebbe poi diventato il settimo Presidente della Repubblica italiana. Tra i due, di idee politiche molto diverse, nacque una grande amicizia. La salute di Gramsci però continuava a peggiorare. Alla tubercolosi di cui soffriva fin dall’infanzia si aggiunsero aterosclerosi, ipertensione e gotta. Solo nel 1934 Mussolini gli concesse la libertà condizionata, che gli permise di farsi ricoverare nella clinica Quisisana di Roma. Il 21 aprile 1937 gli venne accordata anche la libertà di movimento, ma era troppo tardi: il filosofo morì il 27 aprile, a soli 46 anni, per un’emorragia cerebrale.

Che cosa era la Lega Spartachista?

La Lega Spartachista era un’organizzazione socialista tedesca nata durante la Prima Guerra mondiale da una costola del Partito Socialdemocratico e poi confluita nel Partito Comunista. Prendeva il nome dal celebre gladiatore Spartaco che durante la Roma repubblicana guidò un’importante rivolta di schiavi. Dopo la fine della guerra gli spartachisti tentarono in Germania una rivoluzione sul modello di quella bolscevica in Russia, ma vennero duramente sconfitti dall’esercito e dalle forze paramilitari di destra (Freikorps).

Comintern: univa tutti i comunisti del mondo

Nota come Comintern o III Internazionale, era l’organizzazione dei partiti comunisti a livello internazionale. Nata nel 1919 dopo lo scioglimento della II Internazionale (che raggruppava i partiti socialisti e si era dissolta con la Prima Guerra mondiale) venne egemonizzata dal Partito Comunista sovietico, che usò la sua posizione per condizionare rigidamente la politica nazionale dei singoli partiti comunisti in Occidente, sottomettendola agli interessi di Mosca. Caratteristica della III Internazionale fu il duro rifiuto di ogni forma di riformismo graduale a favore della “rivoluzione del proletariato”.

La secessione dell’Aventino

Il 27 giugno 1924, 123 deputati dalla Camera protestarono contro il governo Mussolini (in carica da quasi due anni) dopo la scomparsa di Giacomo Matteotti il 10 giugno: il corpo del parlamentare infatti sarebbe stato ritrovato solo il 16 agosto. L’idea era quella di astenersi dai lavori parlamentari (da qui il nome della protesta, che richiamava la prassi dell’antica plebe romana di rinchiudersi sul colle dell’Aventino quando era in contrasto con i nobili) per fare pressione sul governo e costringerlo a cercare attivamente i responsabili del delitto. In realtà la protesta fu ininfluente e anzi lasciò campo libero a Mussolini, che irrigidì ancora di più la repressione degli oppositori. Il 9 novembre 1926 gli “aventiniani” furono dichiarati “decaduti”.

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