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Appare il fucile, e niente è più come prima

by Lettere21

Gli archibugi, gli antenati dei fucili, diventano per la prima volta decisivi nella battaglia di Pavia del 1525 tra Francesco I di Francia e l’esercito di Carlo V d’Asburgo. Ecco com’è cambiata la storia con l’invenzione di queste armi

Fin dagli ultimi anni del XV secolo la nostra penisola è terra di conquista per le due principali monarchie europee, quella francese e quella spagnola, che finiscono per trovare un certo equilibrio dividendosi il territorio (francesi a Nord, spagnoli a Sud). Dopo il 1519, però, esplode un nuovo conflitto. Il re di Spagna Carlo d’Asburgo, infatti, viene eletto imperatore del Sacro Romano Impero col nome di Carlo V proprio contro Francesco I re di Francia e questo smacco accende nei francesi la voglia di rivalsa in campo militare. Nel 1523 sembra che la fortuna giri a loro favore: le truppe di Carlo V vengono sconfitte in Provenza e Francesco I nell’ottobre 1524 occupa Milano da dove muove verso Pavia, ancora in mano agli Asburgo.

Francesi all’attacco

Le truppe degli assalitori varcano le mura del grande recinto del Parco Visconteo, sul lato nord, e iniziano a bombardare la città, demolendo il lato settentrionale del castello, alcune chiese e parecchie abitazioni. Gli assediati, numericamente inferiori (5mila tedeschi e mille spagnoli al comando di Antonio de Leyva), si limitano a resistere in attesa dei rinforzi, che arrivano alla fine di gennaio 1525: è l’esercito del marchese di Pescara e del viceré di Napoli, forte di 12mila lanzichenecchi tedeschi al soldo dell’impero, 8mila fanti tra spagnoli e italiani e poco più di 2mila cavalieri. L’esercito francese è circa pari per numero di fanti (23mila uomini, di cui 8mila picchieri svizzeri), ma superiore per numero di cavalieri (3mila) e soprattutto per cannoni (53 contro 17). Si resta in una situazione di impasse per tre settimane. Il sovrano francese è intrappolato, mentre i comandanti imperiali fanno i conti con il contratto in scadenza dei lanzichenecchi tedeschi. All’ultimo momento utile, la notte tra il 23 e il 24 febbraio (il contratto scade il 24), gli imperiali passano all’azione: fingono di ritirarsi verso nord, ma lasciati 5mila uomini a difendere l’accampamento, si concentrano invece sul lato nord-orientale del perimetro del Parco, aprono una breccia nei pressi della località Due porte ed entrano all’interno, cogliendo di sorpresa le truppe francesi di guardia e dilagando fino a raggiungere il castello di Mirabello. Si tratta di una mossa quasi avventata: se i soldati di Carlo non riuscissero ad avere la meglio e dovessero ritirarsi, rimarrebbero intrappolati nel Parco, rischiando di essere annientati.

Un colpevole ritardo

Svegliato di soprassalto, Francesco I pensa che si tratti di una mossa diversiva e non attacca subito gli avversari che hanno così il tempo di schierarsi: all’ala destra la cavalleria, alla sinistra i lanzichenecchi tedeschi e al centro le truppe spagnole, armate di archibugi. A questo punto, i francesi si dispongono sul campo in modo un po’ affrettato, concentrando la loro artiglieria sull’ala destra, mettendo al centro la fanteria svizzera e disponendo la cavalleria pesante sulla sinistra, di fronte a quella spagnola. La prima parte della battaglia è a loro favore. La cavalleria leggera infatti riesce a sorprendere l’artiglieria imperiale che sta ancora faticosamente valicando la cinta muraria del Parco: i serventi ai pezzi si disperdono lasciando molti cannoni in mano al nemico. L’artiglieria francese nel frattempo ha aperto il fuoco contro la fanteria tedesca che con il suo schieramento compatto rappresenta un facile bersaglio.

Carica fatale

Prima che sorga il giorno, sembra che le sorti della battaglia siano segnate a favore dei francesi e che l’ardimento degli imperiali sarà duramente punito. A questo punto, però, Francesco I commette un errore imperdonabile: imbevuto di spirito cavalleresco medievale, vuole concludere la battaglia con una carica tradizionale di cavalleria pesante, mettendosi alla guida dei suoi uomini. Inizialmente la carica ha successo e i francesi sono sul punto di sbaragliare gli imperiali. Ma il marchese di Pescara sposta rapidamente circa 1.500 archibugieri in un boschetto che fiancheggia la zona dello scontro tra le cavallerie e ordina loro di aprire il fuoco. La pioggia di pallottole che investe i francesi è micidiale. I cavalieri non possono far altro che far scudo al re e cadono uno dopo l’altro. La cavalleria imperiale, rincuorata, carica a sua volta i francesi circondandoli. Francesco I si trova appiedato, accerchiato e infine catturato: si salva solo per l’intervento diretto del viceré di Napoli. La battaglia non è ancora finita: i picchieri svizzeri dello schieramento francese si dispongono ad affrontare i lanzichenecchi dell’esercito imperiale. Le armi e le tattiche sono simili, ma i tedeschi sono motivati dall’imminente scadenza del contratto, che li spinge a combattere con maggiore determinazione per strappare un rinnovo vantaggioso. Quando lo schieramento svizzero sta già ondeggiando, il colpo di grazia viene dalla guarnigione di Pavia che dopo aver sopraffatto le truppe che avrebbero dovuto sorvegliare la città dall’esterno attacca gli svizzeri alle spalle. È l’ultimo atto della battaglia: le truppe francesi si sbandano e fuggono precipitosamente dal campo.

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