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Atlantide, il continente sconosciuto: la mappa

by Lettere21

Nel 2019 parlare ancora di Atlantide può apparire superfluo, soprattutto dopo aver dedicato all’argomento un librone di 500 pagine intitolato The three ages of Atlantis. Tuttavia un fiume carsico di conoscenza è riemerso solo recentemente (a piccole gocce dagli anni ’80 ma più compiutamente nel 2017), quando la millenaria confraternita degli Eleusini ha deciso di rivelarsi al mondo e di rendere disponibili le proprie carte. Sorge allora la necessità di integrare quanto esposto nel saggio succitato con le nuove informazioni, in special modo con una mappa mai divulgata del continente perduto.

Nel 360 a.C. il filosofo Platone, all’epoca 68enne, mise per iscritto un dialogo a cui aveva assistito in gioventù tra il proprio maestro Socrate e tre ospiti d’onore: Timeo di Locri, Crizia il giovane ed Ermocrate. Dopo tanti anni le parole originali erano certamente andate perdute, ma è plausibile che Platone facesse riferimento a degli appunti presi per tempo che gli consentirono di tramandare quell’antico brainstorming in maniera fedele all’originale.

Il dialogo è normalmente ripartito in tre parti che prendono nome dal principale oratore, sicché le conosciamo come Timeo, Crizia ed Ermocrate. La prima ricorda la creazione dell’universo fino all’apparizione delle prime città; la seconda descrive le città di Atlantide e Atene; la terza racconta (o avrebbe dovuto raccontare) la guerra tra le due.

Il Crizia ci arriva incompleto, interrotto laddove la depravazione degli abitanti di Atlantide “costringe” gli déi ad intervenire: [I]l dio degli dèi, Zeus, che governa secondo le leggi, poiché poteva vedere simili cose, avendo compreso che questa stirpe giusta stava degenerando verso uno stato miserevole, volendo punirli, affinché, ricondotti alla ragione, divenissero più moderati, convocò tutti gli dèi nella loro più augusta dimora, la quale, al centro dell’intero universo, vede tutte le cose che partecipano del divenire, e dopo averli convocati disse…

La situazione è peggiore per l’Ermocrate, scomparso nell’oblio dei millenni e ormai noto come Dialogo perduto di Platone. Fino a poco tempo fa credevo che i documenti storici su Atlantide si esaurissero qui, ma ho dovuto ricredermi quando mi è capitato tra le mani un libro intitolato La Scienza di Atlantide, scritto da Guido Maria Stelvio Mariani di Costa Sancti Severi, Vladimir Bizzi e Bernardo Facchielli. A sottotitolo si legge: “Le sette grandi isole del mar d’occidente secondo la Disciplina Arcaico-Erudita”. Gli autori appartengono alla Scuola Eleusina, una fratellanza esoterica nata appunto ad Eleusi (GR) come ricettacolo di un’antica religione praticata nelle summenzionate “Sette Isole del Mar d’Occidente”, i cui abitanti, “Ennosigei”, avrebbero costituito una civiltà prosperante per millenni durante l’ultima era glaciale, finché i grandi diluvi di scioglimento (in particolare uno nel 9600 a.C.) non ne ebbero decretato la fine. Sulla maggiore delle isole, chiamata En’n, una regione nord-orientale (la più piccola dell’isola) portava nome di Hathlanthivjea, nome che Platone avrebbe usato impropriamente per indicare l’intero complesso terracqueo.

Gli antichi Ennosigei veneravano i 12 Titani della generazione divina precedente i 12 dèi Olimpici, culto che dopo i diluvi sarebbe sopravvissuto presso i Minoici di Creta. Quando i Micenei nel 1400 a.C. ca. occuparono l’isola, un gruppo di impavidi portò il proprio culto a Troia, e fu per questo, per motivi religiosi più che commerciali, che fu combattuta la guerra omerica. Persa la guerra, nel 1216 a.C., il centro religioso fu spostato nuovamente, questa volta a Eleusi. Qui fu costruito un santuario chiamato Telestèrion (lett. “luogo delle iniziazioni”) che sopravvisse fino al 380 d.C., anno in cui l’Editto di Tessalonica emanato dall’imperatore Teodosio sancì la chiusura dei templi pagani e vietò la pratica di ogni culto non cristiano o cristiano ariano. Sedici secoli di impareggiabile fama (inombrata neppure da Delphi), non erano tuttavia abbastanza per un culto che in tutti quegli anni aveva saputo accogliere la maggior parte degli antichi filosofi e letterati. Esso sopravvisse infatti in clandestinità grazie a una duplice iniziativa dei suoi membri, a cominciare da Plutarco. Nipote dell’ultimo ierofante Nestorio il Grande, il noto filosofo aveva ereditato dal nonno le conoscenze e il titolo sacrale.

Mentre il santuario principale chiudeva i battenti, egli istituì l’Accademia Platonica di Atene, tra le cui mura trovarono asilo le istituzioni Eleusine e i loro misteri. Contemporaneamente si assistette alla formazione di fratrie, cioè piccoli gruppi di famiglie di rango sacerdotale che continuarono a praticare i riti e le cerimonie iniziatiche di nascosto nelle proprie abitazioni. L’accademia fu attiva fino al VI secolo, quando fu soppressa da un decreto dell’imperatore d’Oriente Giustiniano. A quel punto tuttavia erano pronte nuove misure di protezione e sedi alternative. Così gli Eleusini sopravvissero per millenni ed esplorarono nuove sedi di cui val la pena nominare Firenze, dove i confratelli si trovarono numerosi alla fine del medioevo e da dove svolsero un ruolo determinante nella fioritura di Umanesimo e Rinascimento. Come spiega Nicola Bizzi nel primo volume del suo saggio Da Eleusi a Firenze – la trasmissione di una conoscenza segreta -, la clandestinità consentì alle scuole misteriche degli Eleusini di sopravvivere alle persecuzioni cristiane del tardo Impero Romano, tramandando e preservando nel corso dei secoli un vastissimo patrimonio di antichi testi e documenti rimasti fino ad oggi del tutto sconosciuti al mondo profano, testi e documenti che erano in origine custoditi nelle biblioteche e negli archivi del Santuario Madre di Eleusi e delle sue scuole sacerdotali, nonché di altri importanti templi e santuari dell’eleusinità in Grecia, Asia Minore, Egitto, Italia e altre regioni del Mediterraneo, salvati dalla distruzione e messi in sicurezza da solerti sacerdoti e iniziati, spesso a rischio della propria vita. Parliamo in particolare di due raccolte di testi: il Libro dei Rotoli, composto da dieci voluminosi tomi attribuito ad un certo Uelesh di Casa Ulhe; e gli ancora più voluminosi sedici Libri dei Tuskeya, attribuiti ad altrettanti autori, di cui il principale e più rilevante è attribuito a un certo Rhashamele’sh di Casa Fhanhia. La composizione dei testi è collocata dalla tradizione nell’XI-X millennio a.C., nell’ultima fase della civiltà delle Sette Grandi Isole del Mar d’Occidente.

Con un’incredibile dovizia di dettagli geografici e di informazioni mitologico-religiose, scientifiche e linguistiche, essi ripercorrono l’origine e la storia di tale civiltà secondo un arco temporale di oltre novemila anni, dal 19.000 a.C. circa fino al 9.600 a.C., quando le terre in questione sarebbero state colpite da un terribile diluvio. Il testo La Scienza di Atlantide riporta fedelmente una parte di questo corpus accompagnato da una mappa delle Sette Isole, vera protagonista del presente articolo:

Il primo dettaglio da notare è la presenza tra le Sette Isole di Iperborea (detta anche Avty), la terra da cui Ercole aveva portato in Grecia l’oleastro [Pausania, Periegesi della Grecia, libro V: Elide, cap. 8] e le cui vergini mandavano doni a Delo nascosti fra spighe di frumento [Pausania, op.cit., libro I: Attica, cap. 32]. Alla luce di tale appartenenza siamo autorizzati ad utilizzare le citazioni classiche su Iperborea per estrarre informazioni su Atlantide.

Esiodo senza tentennamenti afferma nella Teogonia che la terra degli Iperborei si trovava “presso le alte cascate dell’Eridano dal profondo alveo”, ed Eridano era il nome antico del Po, il fiume che attraversa la Pianura Padana. Nel mito di Fetonte, il protagonista cade nell’Eridano e le sue sorelle piangono su di lui lacrime di Elettro, una resina fossile meglio nota come Ambra che trovava applicazione in gioielleria. Proprio attraverso il Po l’Ambra raggiungeva l’Adriatico e i compratori greci.

Pausania, in due passi dell’Attica, ci informa che l’Eridano scorreva per le campagne dei Galli (Celti). Sempre Pausania [Op.cit., Libro I: Attica, cap. 19] scrive che “Cigno era re dei Liguri di là dell’Eridano nel paese dei Celti”, in perfetta coincidenza con un’antica tradizione raccolta da Catullo e Luciano, secondo la quale lo stesso Cigno avrebbe avuto la propria dimora sul monte Denno (oggi Maddalena), un colle che si innalza a ridosso di Brescia e i cui abitanti sono indicati da Pausania come Celti e Liguri.

Plutarco, nella Vita di Camillo, riporta le parole di Eraclide Pontico e annota la notizia di come un esercito di Iperborei avesse preso Roma. L’autore si riferisce con “Iperborei” ai contemporanei abitanti della Lombardia e dell’Istria, in quanto posti sul mare verso Borea (lett. “a nord [della Grecia]”), vale a dire l’Adriatico. Ancora i Galli cisalpini quindi.

Concludiamo perciò che Iperborea era la Pianura Padana e l’Istria messe insieme, compresa probabilmente anche la punta di quel dito che sale dalla Corsica verso nord e che in una mappa tolemaica prende nome di “Capo Borea” [Diego Marin, Shardana – Ariani, Ebrei e Popoli del Mare -, App. A]. A questo punto prendiamo la mappa delle Sette Isole e ci accorgiamo di una lieve somiglianza proprio tra l’Istria e l’Iperborea della mappa eleusina.

La corrispondenza è solo approssimativa, ma vedrete che troveremo una somiglianza più netta tra le altre isole della mappa e altre isole/penisole del Mediterraneo. Prima di prendere quella strada dobbiamo però soffermaci ancora sulla Pianura Padana, perché proprio una grande pianura è descritta nel Crizia: [T]utt’intorno alla città [di Atlantide] vi era una pianura, che abbracciava la città ed era essa stessa circondata da monti che discendevano fino al mare, piana e uniforme, tutta allungata, lunga tremila stadi sui due lati e al centro duemila stadi dal mare fin giù. […] [C’era] un fossato scavato tutt’intorno […] per una profondità di un plettro, mentre la sua larghezza era in ogni punto di uno stadio, e poiché era stata scavata tutto intorno alla pianura, ne risultava una lunghezza di diecimila stadi.

A una prima lettura ci immaginiamo una pianura rettangolare 3000×2000 stadi, ma il testo non dice nulla di tutto questo. Una seconda interpretazione potrebbe essere infatti la seguente:

Lo storico rovigiano Luciano Chiereghin è stato il primo ad accorgersi che un tale schema si incastrava perfettamente nella Pianura Padana, con il tratto centrale sovrapposto al Po/Eridano, fiume che percorre esattamente 2000 stadi dalla sorgente alle litoranee con le plurimillenarie dune fossili. E come dice il Crizia, la pianura è circondata dalle montagne. Ancora lo stesso testo racconta che il dio del mare, Poseidone, si innamorò della mortale Clito e che da lei ebbe dieci figli, ad ognuno dei quali lasciò il governo di un decimo di Atlantide. Perdonatemi l’uso del nome “Atlantide” con significati diversi; sono gli stessi testi antichi ad usarlo qui per indicare una città ed altrove per intendere un territorio più vasto. In questo caso ipotizziamo un suo uso come sinonimo di “Iperborea”. Spiega Chiereghin:

[S]uppon[go] che il Po sia il dio Poseidone […] e che i suoi affluenti principali siano i figli avuti con la mortale Clito, dividerò la pianura, ancora ideale, in 12 parti. Ora assegniamo i 3 lotti più produttivi, al figlio Atlante e gli altri 9 ai suoi fratelli. Questo, lo scrive Platone e scrive anche che fra un canale e l’altro ci sono 100 stadi, (30 km) più o meno la distanza esistente tra gli affluenti del Po. Ecco la figura ottenuta.

Sempre secondo il Crizia, la capitale era connessa al mare da un canale lungo 50 stadi, e anche questo dettaglio trova conferma nella ricostruzione di Chiereghin. Due parole le voglio spenderle sulla città di Adria che nelle antichità distava dal mare 50 stadi ed era, ad esso collegata tramite un canale di tale lunghezza. Era un emporio dove si poteva trovare tutto ciò che occorreva a mercanti e navigatori. Quel canale pullulava di imbarcazioni di ogni genere che attendevano di caricare o scaricare le loro merci. Lì, si bivaccava, si accendevano fuochi e si destavano grandi fragori, di giorno e di notte. Adria è perciò la prima candidata a recitare la parte della città di Atlantide, ma non è la sola. Secondo il Crizia la capitale era protetta da tre anelli di mura concentrici che per tutta la sua storia l’avevano resa inespugnabile, salvo perire comunque sotto le acque del diluvio.

Una storia simile (anche se gli anelli stavolta sono sette) riguarda la città di Carpanea, nel basso veronese: I terreni vallivi del Basso Veronese, un tempo non erano tali, poiché vi sorgeva una grande città circondata da sette ordini di mura merlate e difesa da 100 torri altissime. Sorgeva su una bassa ed appiattita collina, e tutt’attorno scorrevano fiumi e fossi d’acqua, regolati da dighe e chiaviche.

Alle spalle della città, un lago serviva a contenere le acque disordinate che vi affluivano in modo da regolare il flusso dei vari fiumi. “Maestosa ed opulenta, era una vera e propria metropoli con una porta a Castagnaro, una seconda al Bastione San Michele, una terza a San Pietro in Valle ed una quarta a Casaleone; vale a dire lunga e larga quanto la valle”. Scriveva così Colombini nel 1949 […] L’ultimo re di Carpanea, avendo oltraggiato il dio Appo, venne detronizzato dai sacerdoti che lo costrinsero a vivere in solitaria prigionia. Il dio Appo rappresentava l’onda incatenata a ricordo della titanica opera degli uomini che erano riusciti a raccogliere in un bacino le acque sovrabbondanti e impetuose dei fiumi senza argini che minacciavano di sgretolare la collina sulla quale sorgeva la città. Il re portava giornalmente al tempio splendidi doni, seguito dal popolo che faceva altrettanto. Li lasciava ai piedi della divinità e, dopo aver pregato, tornava alla reggia. Con il tempo però si rese conto che così facendo avrebbe sempre più arricchito i sacerdoti che diventavano, giorno dopo giorno più potenti e influenti. Così un mattino il re decise di non andare al tempio con i doni e lo stesso fece il popolo. L’azione fu ripetuta anche i giorni seguenti. I sacerdoti, comprendendo che quest’atto significava la loro fine, organizzarono una sommossa, facendo arrestare il re artefice dell’oltraggio.

In prigione il sovrano meditò la propria vendetta; una notte, che i guardiani si addormentarono, fuggì e riuscì a penetrare nel tempio. Rapì la statua del dio e corse verso il lago, ma i sacerdoti, accortisi del furto, diedero l’allarme scatenando la folla contro il sovrano. Vistosi perduto, il re gettò la statua nel lago e si nascose nel bosco, ma parte della folla, vedendo l’immagine inghiottita dalle onde, si gettò in acqua per recuperarla affogando miseramente.

Altri cittadini, presi dal panico, corsero ad aprire le dighe per salvare i malcapitati sommersi dalla furia delle onde, ma le acque impetuose dilagarono verso la collina, inondando il terreno circostante inghiottendo il popolo di Carpanea nei loro vortici. Il re, dall’alto del tempio, vedendo tanta rovina fu preso dalla disperazione e afferrata la corda dell’unica campana, cominciò a suonare nel disperato tentativo di chiamare la folla sulla collina. Anche il tempio, ormai eroso dall’impeto delle acque, sprofondò nei gorghi. Alcuni studiosi, rifacendosi a mappe e disegni antichi ritengono che potesse trovarsi fuori della zona paludosa e, quindi, nella valle tra il Tregnone, il Tartaro e il canale Castagnaro.

Ma anche nel mantovano, a Ovest dell’abitato di Villimpenta, vi è una località chiamata Carpanea così come esiste un’affinità tra Carpanea e il nome del paese di Carpi di Villa Bartolomea. [http://www.prolocobassoveronese.it] Fate caso alla presenza di un fiume chiamato “Tartaro”, in quanto proprio Tartaro si chiamava la prigione in cui furono imprigionati i 12 Titani una volta sconfitti dagli dèi Olimpici.

Passiamo ora ad evidenziare la somiglianza tra le isole della mappa eleusina e le isole/ penisole del Mediterraneo. Cominciamo dalla maggiore, En’n, molto simile al Peloponneso. Seguono tutte le altre. Secondo i testi eleusini, Atlantide avrebbe avuto come colonie l’Asia minore (Arzawa) e la Colchide. Tenendo conto di questo possiamo presentare un’ipotetica mappa di Atlantide e delle sue colonie. Notate che un’eventuale espansione verso nord in Grecia avrebbe messo uno in fronte a l’altro Atlantidei e Ateniesi, proprio come racconta Platone. Chiudiamo specificando che questa ricerca è stata presentata agli eleusini ma non ha trovato la loro approvazione, in quanto la loro tradizione colloca le Sette Grandi Isole nell’Atlantico settentrionale e non nel Mediterraneo, respingendo inoltre l’uso antico della parola “Atlantico” ad indicare il mare mediterraneo a occidente della Sardegna, come abbiamo tentato di dimostrare in Shardana – Ariani, Ebrei e Popoli del Mare –, appendice A].

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