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Beati Paoli, sono loro i primi mafiosi in Sicilia?

by Lettere21

Una congrega di vendicatori nata per riparare i torti subiti dai poveri a cui, secoli dopo, si sarebbe ispirata Cosa Nostra: così qualcuno definisce questa setta sicula risalente al Medioevo. Ma le fonti non sono chiare: per molti storici, infatti, è solo una leggenda

Che cosa si sa dei Beati Paoli? Secondo lo storico Francesco Renda (1922-2013) le origini di questa setta siciliana non erano chiare: secondo alcune fonti avrebbe operato nel XVI secolo, secondo altre tra il XVII e il XVIII; secondo altre ancora occorre risalire addirittura ai tempi dell’ultimo dominio normanno, cioè al XII. A sostegno dell’origine medievale ci sono due testi del XII secolo (Breve Cronaca di Anonimo Cassinese e Cronaca di Fossa Nova di Giovanni De Ceccano) che riportano l’esistenza in Sicilia di una setta occulta di vendicatori, dedita ai delitti notturni e capitanata da un certo Adinulfo di Ponte Corvo, poi arrestato e impiccato come molti suoi complici, tra cui un prete di nome Sinnorito.

Ne riparlò uno storico francese settecentesco, Jean Lévesque de Burigny, e soprattutto due viaggiatori, il tedesco Johann Hermann von Riedesel e il danese Federico Münter: il primo descrisse l’organizzazione come un’associazione di prepotenti che eseguiva delitti con modalità rituali, il secondo come una setta diffusa in tutta la Sicilia, dedita a riparare presunte ingiustizie.

A dare una svolta alla storia fu però Francesco Maria Emanuele, marchese di Villabianca (1720-1802), che nelle sue Storie letterarie indicò anche i nomi di alcuni membri della setta: Giuseppe Amatore, maestro scopettiere, e Girolamo l’Ammirata il “razionale” (ragioniere), entrambi realmente esistiti e impiccati nel 1704 (il primo) e nel 1723 (il secondo). Aggiunse, però, che ai suoi tempi dei Beati Paoli nessuno aveva più memoria.

Dunque la setta dei Beati Paoli non è affatto un relitto medievale, ma un’associazione sopravvissuta fino al XVIII secolo, composta da uomini noti o identificabili. Lo stesso Villabianca, tuttavia, ammette di non saperne molto, né da allora la ricerca storica ha fatto il più piccolo passo in avanti.

Il ruolo della letteratura

Ma se la ricerca storica è povera di notizie sull’esistenza dei Beati Paoli, a che cosa dobbiamo il persistere del loro ricordo? La letteratura ha giocato un ruolo importante nel colmare i vuoti della storia, conferendo una fisionomia di apparente verità alla setta e romanzandone i fini nell’ambito di una visione romantica della giustizia.

Il primo a comporre una narrazione sulla vicenda fu Vincenzo Linares, autore de I Beati Paoli (1836), il primo racconto in assoluto sulla setta. Linares, attingendo al manoscritto del Villabianca, descrisse una storia d’amore contrastato al cui centro c’era una “congrega” che si riuniva in segreto «per far argine alla potenza baronale, gente che alzava nell’ombra del mistero un tribunale di sangue e di vendette, il cui specioso scopo era quello di riparar gli altrui torti. I Beati Paoli erano tremendi ne’ loro progetti, annullavano la forza delle leggi, e de’ magistrati». Linares fornì anche la rappresentazione di una seduta del tribunale dei Beati Paoli, destinata a diventare un tema ricorrente in tutte le successive narrazioni della setta. Queste sedute si svolgevano di notte, in grotte sotterranee (come quella della Cuncuma, non più accessibile), tra sinistri convitati e si concludevano spesso con una sentenza di morte.

Il racconto di Linares ebbe subito successo e fece dei Beati Paoli l’emblema della lotta alla tirannide. Altri letterati seguirono le sue orme. Tra questi, Carmelo Piola, Salomone Marino e Benedetto Naselli. Grazie alla letteratura, la fama dell’associazione crebbe al punto che, nel 1840, a Siracusa, un anonimo segnalò alle autorità giudiziarie la supposta presenza nella provincia di “una setta di Beati Paoli”.

La letteratura aveva trasformato l’invenzione in realtà. Da allora le figure dei Beati Paoli si imposero talmente all’immaginario siciliano che tra il 1873 e il 1874 divennero addirittura oggetto di una delibera del consiglio comunale di Palermo che intitolò loro la strada e la piazza dove si diceva che una volta fosse ubicata la sede segreta delle loro riunioni notturne; prima ancora, la direzione dell’Archivio di Stato chiese al Governo che fosse finanziata una ricerca fra le carte giudiziarie del tribunale per recuperare gli atti processuali riguardanti le vicende dei due membri dell’organizzazione, Amatore e Ammirata, di cui aveva parlato il marchese di Villabianca.

In questo clima Luigi Natoli (che si firmava con lo pseudonimo di William Galt) scrisse il romanzo I Beati Paoli, pubblicato fra 1909 e 1910 in ben 239 puntate in appendice al Giornale di Sicilia e poi riedito in una ristampa milanese e, da allora e fino ai nostri giorni, continuamente stampato e ristampato, a testimonianza del suo straordinario successo. Ebbe anche un seguito, Coriolano della Floresta, nel 1930. Si dice che l’opera di Natoli sia ancora oggi il testo più letto in assoluto nel XX secolo dai siciliani.

Fatto è che contribuì alla diffusione dell’immagine della setta nella memoria popolare, tanto che alcuni personaggi inventati dall’autore – il citato Coriolano della Floresta, Blasco di Castiglione, Emanuele della Motta – godono di una fama pari a quella di altri personaggi romanzeschi ottocenteschi come I tre moschettieri di Alexandre Dumas padre o Capitan Fracassa di Théophile Gautier.

Ideali di giustizia

Parte del successo della leggenda dei Beati Paoli è dovuto al fatto che la setta incarnava gli ideali di giustizia popolare riguardanti i soprusi delle classi dominanti, che spesso rimanevano impuniti. Poiché la Giustizia era spesso asservita ai più forti, l’idea che un’organizzazione occulta vendicasse i torti subiti dal popolo da parte dei potenti trovava un’immediata risonanza nelle menti dei siciliani dell’epoca. Non a caso si dice che il romanzo di Natoli divenne una sorta di testo sacro, letto ogni sera ad alta voce dal capo famiglia (o da chi sapeva leggere) a mogli, figli e parenti che l’ascoltavano in rispettoso silenzio.

Scriveva ancora lo storico Francesco Renda: «Siano o non siano esistiti i Beati Paoli, ciò che importa è che nella memoria siciliana si è formata da tempo una robusta tradizione, insieme popolare e letteraria, che considera questa setta un momento significativo della storia isolana».

Tra mafia e massoneria

Si è molto discusso se i Beati Paoli possano essere considerati un’organizzazione anticipatrice della mafia, che pure si muove nella clandestinità per “raddrizzare i torti subiti dal popolo”. A corroborare quest’interpretazione ci sarebbero alcune dichiarazioni di famosi uomini di mafia. Ad esempio il pentito Tommaso Buscetta, che affermò: «La mafia non è nata adesso, viene dal passato. Prima c’erano i Beati Paoli che lottavano coi poveri contro i ricchi (…): abbiamo lo stesso giuramento, gli stessi doveri». Un altro pentito, Totuccio Contorno, amava farsi chiamare Coriolano della Floresta, come uno dei protagonisti del romanzo di Natoli. Va ricordato, infine, che quando il tenente della polizia di New York Giuseppe Petrosino (1860-1909) fu assassinato a Palermo, l’inchiesta di polizia rivelò che la mafia, responsabile dell’uccisione del poliziotto italo-americano, non solo si era già appropriata del mito dei Beati Paoli, ma teneva riunioni in un sotterraneo che la voce popolare voleva fosse stato la sede dei loro incontri.

In realtà, appare più probabile che le dichiarazioni dei mafiosi siano un tentativo di accreditare un’origine “nobile” che, tuttavia, non ha riscontro nella realtà. Per il resto, le somiglianze tra le due associazioni si limitano alla clandestinità e alla “tenebrosità” dei loro incontri. Infine appare priva di fondamento l’idea che la congrega dei Beati Paoli sia stata una filiazione massonica. Come ricorda Francesco Renda, se pure fosse esistita la setta, l’esistenza di un rapporto con la Massoneria sarebbe «improponibile, stante la diversa natura delle due istituzioni e il fatto che la massoneria in Sicilia riconobbe la sua filiazione dalla loggia britannica, ma non rivendicò mai una matrice sicula».

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