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Benvenuti in paradiso

by Lettere21

Ogni fede lo immagina a modo suo. Per i cristiani san Pietro possiede le chiavi del regno di Dio descritto in modo diverso da mistici, santi (e uno scienziato). I musulmani si aspettano nell’aldilà 72 mogli vergini, gli ebrei un giardino fiorito

Il 10 novembre 2008 il neurochirurgo americano Eben Alexander entra in coma a causa di una meningite fulminante; vi rimane per una settimana e quando, miracolosamente, si risveglia, tutte le sue certezze in campo medico e religioso sono crollate: Eben, infatti, afferma di essere stato in paradiso, descritto come un luogo di pace e tranquillità dove volano milioni di farfalle e si percepisce sempre una melodia rassicurante. Il racconto dell’esperienza di pre-morte (in inglese note come NDE, Near Death Experience) gli ha attirato le critiche e gli sguardi scettici di numerosi colleghi, convinti che si sia trattato semplicemente di un’allucinazione. Ma Eben è solo l’ultima voce in un dibattito che affascina l’umanità da quasi duemila anni: il paradiso.

Alcuni l’hanno già visto

Che cosa troveremo in paradiso? Qualcuno lo ha mai visto? Alcuni ritengono di aver avuto il privilegio di sperimentarlo in anticipo con i propri occhi; tutti i santi e i mistici che hanno visto il paradiso sono unanimi nel dire che la bellezza e la lucentezza della visione sono tali da rendere impossibile una descrizione con le parole umane. La santa polacca suor Faustina Kowalska (1905-1938) disse che nel paradiso le anime rendono incessantemente gloria a Dio provando una felicità estrema; tra le anime beate vi sono coloro che hanno amato con cuore puro Dio e i fratelli. La mistica tedesca Therese Neumann (1898-1962; recentemente è stato aperto il processo di beatificazione), invece, aveva una visione del paradiso ogni anno il giorno di Ognissanti, il 1° di novembre; la visione era talmente bella e piacevole da farle desiderare di morire subito; le appariva, infatti, Gesù circondato dalle figure trasfigurate di Maria ed Elia; attorno, sempre puri e luminosi, si trovavano diversi santi. Anche le mistiche italiane Maria Valtorta (1897-1961) e Natuzza Evolo (1924-2009) dissero di aver visto il paradiso; secondo la Valtorta i beati, pur essendo immateriali, hanno dei tratti fisici marcati che permettono di riconoscere se siano uomini, donne o bambini (non vi sono, però, anziani); per Natuzza Evolo, invece, prima del paradiso vero e proprio esistono due zone, dette “prato verde” e “prato bianco”, dove i beati sostano per prepararsi all’incontro con Dio. Più recentemente, nel 1982, due veggenti di Medjugorie, Vicka e Jacov, hanno affermato di esser stati portati dalla Madonna in paradiso volando in cielo e superando il tetto della loro casa; secondo i due, in paradiso i beati indossano lunghe tuniche colorate di rosso, di giallo e di grigio e cantano accompagnati dagli angeli, simili nelle fattezze ai bambini.

Il premio previsto dal Corano

A differenza di quello cristiano, il paradiso musulmano è un vero e proprio giardino di delizie materiali: viene descritto, infatti, come un luogo chiuso dove scorrono fiumi d’acqua e di vino (vietato in vita ai fedeli), ruscelli di miele e di latte. Uno dei nodi più controversi del paradiso musulmano è il fatto che, oltre ai piaceri del cibo, sembra che i buoni musulmani (ma forse, secondo alcuni imam, anche i buoni ebrei e i buoni cristiani) godranno anche di quelli della carne grazie a delle giovani permanentemente vergini. Il Corano in più punti fa riferimento alla compagnia di queste bellissime fanciulle, dette huri; la celebre sura 56 “dell’Ora Ultima” dice: «Nel loro consesso si muoveranno fanciulle eternamente giovani/ recando coppe colme di acqua freschissima/ dalla quale quei beati potranno bere a piacimento».

Oltre al Corano, i musulmani si rifanno agli hadith, cioè “detti”, una raccolta di affermazioni di Maometto pronunciate su ispirazione di Dio, ed è qui che si indica il numero preciso della carnale ricompensa: per il «popolo del Paradiso» vi saranno «80.000 servitori e 72 mogli». La promessa delle 72 mogli vergini con cui spartire l’Aldilà purtroppo ha alimentato la propaganda estremista dei reclutatori di kamikaze (coloro, cioè, che si uccidono durante un attentato terroristico) che, pertanto, sono spinti a immolarsi con la certezza di raggiungere l’ambito premio. Alcune recenti analisi filologiche sul Corano, tuttavia, hanno lasciato aperta la possibilità che le tanto sospirate vergini altro non siano che un errore di traduzione; secondo il professore tedesco Christoph Luxenberg il termine significherebbe “bianco” e si riferirebbe agli acini d’uva. Una traduzione della sura 56 diventerebbe: «Berranno spremute di uva sempre fresche, dal colore di perla, in un’atmosfera di delizia e beatitudine». Altri studiosi, invece, ritengono che il piacere che i musulmani proveranno nel paradiso non avrà caratteristiche sensuali perché le huri sono creature angeliche. La maggior parte degli imam, tuttavia, è concorde nel sostenere che nel paradiso islamico si può godere dei piaceri terreni, resi anzi ancora più incommensurabili.

Dagli aborigeni ai buddisti

Fin dai tempi più remoti gli uomini hanno immaginato la possibilità di una vita piacevole dopo la morte piacevole. Ogni popolo riflette nella propria idea di paradiso le caratteristiche principali della propria cultura o i desideri più ambiti: ecco, quindi, che secondo gli aborigeni australiani in paradiso si trovano capanne comodissime e accoglienti e terreni ricchi di selvaggina da cacciare, mentre per i Romani i beati si dedicano alla palestra e alla musica. Nella mitologia greca il luogo dove dimorano le anime di coloro che sono stati amati dagli dei (cioè, i saggi e gli eroi) è i Campi Elisi, un immenso campo fiorito dove si può svolgere il passatempo preferito in vita. Nella mitologia germanica, invece, i combattenti morti gloriosamente in battaglia verranno serviti a tavola da fanciulle guerriere, le Valchirie, nel Walhalla, un palazzo sorvegliato da lupi e aquile dove i guerrieri banchetteranno con carne di cinghiale in compagnia di Odino, il dio della guerra e della vittoria. Per i Celti, invece, ci si ritrova su un’isola rocciosa isolata nell’Atlantico, il Tir Na Nog, dove non si invecchia mai e si beve idromele. Nelle dottrine buddiste e induiste, infine, non esiste il concetto di paradiso derivato dalle tre religioni monoteiste, Ebraismo, Cristianesimo e Islam; buddisti e induisti, infatti, credono nella reincarnazione continua dell’anima che, in base alle azioni compiute nella vita terrena, si reincarna in un altro essere umano, in un animale o in un insetto.

In origine era un giardino

Anche se oggi associamo il concetto di paradiso alla religione e all’aldilà, in origine esprimeva una realtà molto concreta; il termine pairidaeza, infatti, in persiano significa “giardino recintato” e indicava lo spazio chiuso riservato al sovrano e alla sua corte fatto costruire da Ciro il Grande a Pasargades, nel Sud dell’Iran, vicino a Shiraz. I “paradisi” si diffusero nell’impero persiano (Dario ne volle uno a Persepoli) ma anche in India (si pensi al Taj Mahal, a Agra) e in Asia. In seguito il termine pairidaeza, traslato in greco come paradeisos, venne utilizzato dai traduttori greci per parlare del giardino dell’Eden biblico: l’uso concreto del termine si fuse con quello religioso che diventò preponderante.

La visione ebraica

Per gli ebrei, però, il paradiso non è più un semplice giardino di piante e animali, ma è il giardino di Dio, preparato da Dio per l’uomo all’inizio della Creazione. Il paradiso ebraico, infatti, è il giardino dell’Eden, sulla cui localizzazione sono state fatte diverse ipotesi (nell’odierno Iraq? In Africa? In Libano?) e dove, secondo alcune scuole rabbiniche, vivranno tutti i giusti, anche non ebrei, alla fine dei giorni. Secondo altre correnti dell’ebraismo, tuttavia, non si può sapere cosa succede dopo la morte e, pertanto, non c’è la certezza che i giusti siano destinati al paradiso. Differentemente dal cristianesimo, infatti, la religione ebraica è più concentrata sulla vita terrena e permette che vi siano diverse idee sull’aldilà. Il concetto di paradiso cristiano ha la sua origine in quello giudaico poiché si ricollega all’idea del giardino dell’Eden. Nel cristianesimo il giardino dell’Eden della Genesi diventa il paradiso ultraterreno destinato ai giusti: il paradiso cristiano, quindi, si ispira al bellissimo Paradiso terrestre degli ebrei, che a sua volta si rifaceva ai veri e propri giardini persiani. I parallelismi con l’Antico Testamento, però, non finiscono qui: Cristo, infatti, è definito da san Paolo il nuovo Adamo, l’antico abitante del giardino dell’Eden cacciato da Dio per aver mangiato il frutto proibito. Gesù riapre le porte del paradiso concedendo agli uomini di tornarci dopo la morte. Infatti, è lo stesso Gesù a promettere il paradiso, quando lo garantisce a uno dei due malfattori condannati alla crocifissione insieme a lui, il “buon ladrone”: «In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso». Nel Nuovo Testamento, il paradiso riassume le speranze future, è il punto d’arrivo della creazione e della storia, il luogo del compimento del destino dei beati, la sede del godimento della beatitudine eterna presso Dio.

Quello di Dante

Nessuno è riuscito a dare una descrizione del paradiso cristiano così appassionante come quella di Dante Alighieri nella Divina Commedia. Per scrivere dell’Aldilà, il poeta fiorentino si ispira alla più varia letteratura scienti fica e teologica dell’epoca (ad esempio, l’Itinerario della mente in Dio di San Bonaventura). Pur essendo un luogo immateriale, infatti, il paradiso dantesco, descritto nella terza cantica del poema, è suddiviso in nove cieli: i primi sette racchiudono i pianeti (considerati secondo il sistema geocentrico di Tolomeo; quindi: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno) mentre gli ultimi due sono il cielo delle stelle fisse e quello del Primo mobile. I nove cieli sono racchiusi dall’Empireo, dove si trovano Dio, gli angeli e coloro che sono andati in paradiso. Il fulcro del paradiso è ovviamente Dio (definito come «l’Amor che move il sole e l’altre stelle»); le anime, infatti, contemplando Dio sperimentano l’eterna beatitudine. Le anime del paradiso, composte da pura luce, siedono in una sorta di anfiteatro detto Candida Rosa e contemplano Dio. Guida di Dante nel Paradiso (prima era stato accompagnato dal poeta romano Virgilio, simbolo della Ragione) è Beatrice, figura angelicata che rappresenta la Teologia, e poi san Bernardo da Chiaravalle.

Chi compie il male finisce all’inferno per una condanna eterna

Nel cristianesimo chi muore per libera scelta in peccato mortale riceve immediatamente la dannazione eterna, cioè la separazione irrevocabile da Dio: l’Inferno. Gli altri, invece, possono entrare subito nella beatitudine celeste oppure purificarsi prima nel purgatorio per un certo periodo di tempo. Così come per il paradiso, non esiste nel cristianesimo una descrizione “ufficiale” di tale stato dell’anima. Nell’Islam l’inferno è chiamato Jahannam, un termine che si richiama alla Geenna ebraica, la vallata a sud di Gerusalemme dove venivano bruciati i rifiuti citata nella Bibbia come luogo della distruzione dei malvagi nel giorno del giudizio universale.

L’inferno islamico è un luogo fisico di devastazione, bruciante calore e interminabili supplizi; la descrizione si ricava dal racconto dello stesso Maometto nel Libro della Scala, da cui alcuni pensano che anche Dante abbia preso ispirazione. L’inferno islamico è suddiviso in sette gironi, il più basso dei quali è occupato da coloro che in vita sono stati ipocriti.

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