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Caligola era semplicemente PAZZO

by Lettere21

Altissimo, pallido e con le occhiaie, l’imperatore romano fu probabilmente vittima di malattie mentali che lo sconvolsero fino a fargli nominare senatore il suo cavallo, sposare sua sorella e godere alla vista delle torture più atroci delle sue vittime

Si chiamava Caio Cesare. Suo padre era l’eroe dell’Impero, Caio Cesare Germanico, figlio di Druso, il vincitore dei Germani, colui che aveva portato le aquile romane fino all’Elba vendicando il massacro di Teotoburgo. Sua madre era Agrippina, figlia di Marco Vipsanio Agrippa, il vincitore della battaglia di Azio, braccio destro di Augusto: una donna dal carattere aggressivo ma instabile, capace di atti eroici ma anche preda di isterismi che la rendevano invisa a Tiberio, successore di Augusto, uomo freddo, austero, fratello di Druso, zio di Germanico e ultimo marito di Giulia. Caio Cesare fu noto a tutti come Caligola, “stivaletto”, probabilmente per le calzature da piccolo legionario che indossava da bambino. Aveva passato l’infanzia negli accampamenti assieme ai soldati che lo avevano quasi allevato e quindi lo adoravano. Prima di morire Tiberio aveva nominato suoi successori sia Caligola, che di fatto gli successe, sia Tiberio Gemello, figlio di Druso maggiore, figlio di Tiberio e della sua prima moglie Vipsania. Caligola gestì il potere da solo, ma adottò Gemello, mostrando in questo modo di rispettare la volontà del prozio. Caligola promosse alcune riforme in campo giuridico, lasciando ai giudici piena libertà di emettere sentenze, anche senza il suo avallo; combatté la delazione, pure quando riguardava pretesi attentati contro di lui. Poi “la luna di miele” con il popolo finì e quasi improvvisame-n te cominciarono i comportamenti violenti, le stranezze, gli arbitri, le esecuzioni sommarie.

Sulle tracce della follia

Si cercarono allora nei suoi comportamenti di adolescente le premesse alle sue depravazioni; si disse del suo compiacimento nell’assistere alle torture e ai supplizi dei condannati. Svetonio accenna a qualcosa che avrebbe sconvolto la sua mente trasformandolo nel mostro che poté uccidere Tiberio Gemello e tanti altri oppositori, veri o presunti, sposare sua sorella e mandare a morte persone stimate sulla base di semplici sospetti. Si dice che volesse essere adorato come un dio e di notte scendesse dal Palatino per entrare nel tempio dei Castori e parlare con Giove. Tra quanto va a suo merito, invece, si ricorda che, appena asceso al trono, si recò con mare grosso e vento contrario a Ventotene, l’antica Pandataria, per riportare a Roma le ceneri della madre Agrippina che, esiliata da Tiberio, vi si era lasciata morire di fame, e collocarle nel mausoleo di Augusto. Avrebbe fatto lo stesso per il fratello, morto in esilio a Ponza. Caligola era anche convinto che Tiberio fosse responsabile della morte di suo padre Germanico, venuto meno durante un viaggio con la moglie in Oriente dopo una lunga e dolorosa malattia. La cosa è improbabile, visto che Tiberio aveva adottato Germanico, figlio di suo fratello Druso, designandolo come suo successore. Ma Agrippina aveva gridato ai quattro venti che Tiberio aveva fatto avvelenare suo marito, geloso della sua gloria militare.

Imperatore a 25 anni

Non è facile ricostruire la personalità di Caligola, elevato alla porpora di imperatore ad appena venticinque anni, con la concordia di tutti i poteri, il Popolo, il Senato, l’esercito e la guardia pretoriana. Purtroppo la gran parte delle informazioni che lo riguardano provengono di fatto da una sola fonte: Le Vite dei dodici Cesari di Svetonio, il segretario di Adriano, uno storico più attento all’aneddotica scandalistica che ai fondamenti storici e politici della sua narrazione. Lo rappresenta di statura altissima, di colorito pallido, di occhiaie profonde e scure. Quasi tutti gli studiosi sono concordi nel pensare che se possedessimo le parti perdute degli Annali di Tacito ne avremmo un ritratto più equilibrato. Di certo Caligola interpretò il ruolo di princeps secondo un modello autocratico orientalizzante, si fece divinizzare come un faraone, dilapidò nel volgere di poco tempo una somma iperbolica in donazioni al popolo, giochi nell’arena, distribuzioni di grano e costruzioni imponenti. Fu lui a far portare a Roma dall’Egitto l’obelisco Vaticano tuttora torreggiante al centro di piazza San Pietro e a dare ordine di spogliare della sua corazza la mummia di Alessandro Magno per indossarla in battaglie che non combatté mai. Il suo comportamento violento lo fece però entrare in rotta di collisione con il Senato, custode della tradizione e geloso delle proprie prerogative, che mise in atto una sorda opposizione e organizzò varie congiure. Il famoso aneddoto secondo cui avrebbe nominato senatore il suo cavallo Incitatus per il quale aveva fatto costruire una stalla di marmo e avorio è probabilmente una esagerazione, ma è certo il segno di un contrasto insanabile. Tanto più che sia Augusto, sia Tiberio, pur rivestendo pieni poteri, non li avevano mai ostentati. Vestivano modestamente, si nutrivano con parsimonia, rifuggivano dalle esagerazioni, si comportavano di fatto come dei sovrani repubblicani e sempre avevano tributato al Senato onori e rispetto. In altri termini la monarchia a Roma era inevitabile dopo tante guerre civili, ma non poteva essere proclamata pubblicamente. Nemmeno Cesare aveva osato farlo e tuttavia aveva pagato con la vita l’assunzione di poteri di tipo monarchico. La pretesa di Caligola che venisse collocata una sua statua nel tempio di Jahwe a Gerusalemme mostra come la sua mania teocratica avesse ormai varcato il punto di non ritorno. Non si può escludere che il suo tracollo psicologico avvenuto poco dopo la sua presa di potere fosse dovuta a una depressione acuta che avrebbe sconvolto il suo equilibrio psichico aggravato dalla consapevolezza che la sua famiglia fosse stata falcidiata dalla tirannia di Tiberio e dall’ostilità evidente del Senato. Di fatto così si concluse la sua breve parabola. Allo scandalo della sua monarchia teocratica pose fine la congiura del gennaio del 41 d.C. condotta a buon fine dal tribuno Cassio Cherea. Anche sua moglie Cesonia fu uccisa, la loro figlioletta Giulia Drusil la fu sfracellata contro un muro.

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