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Chi era davvero Dante Alighieri, padre della lingua italiana?

by Lettere21

Sono passati 700 anni dalla morte del Sommo Poeta, ma se tutti hanno sentito parlare di lui e della sua Commedia, pochi sanno che era figlio di un usuraio, orfano di madre dall’età di 5 anni e morto di malaria. Sposò Gemma Donati, ma amò perdutamente e per sempre Beatrice, che aveva conosciuto da bambino, restandone folgorato all’istante

Il più famoso poeta della letteratura italiana, Dante Alighieri, nacque a Firenze nel 1265. In realtà, la data è ricostruita solo per ipotesi perché nel Medioevo non si faceva conto del giorno di nascita, ma della data del battesimo (quella di Dante è il 27 marzo 1266). Alcuni versi del suo Paradiso ci informano che nacque sotto il segno dei Gemelli, quindi fra 21 maggio e 21 giugno.

Fu battezzato “Durante”, nome considerato benaugurante, mentre il suo cognome era usato nella variante “Alagherii”: si assestò nella forma che conosciamo oggi solo un secolo dopo la sua morte grazie a Boccaccio.

Una famiglia modesta

Socialmente gli Alighieri non erano particolarmente altolocati. Cacciaguida, l’antenato più antico, aveva partecipato alla Seconda Crociata (1147-1150) come cavaliere sotto l’imperatore Corrado. Da quel momento lo status sociale degli Alighieri era calato continuamente: già il nonno paterno di Dante, Bellincione, era solo un popolano, per quanto benestante, mentre il padre Alighiero faceva il cambiavalute (ma qualcuno sostiene che fosse un vero e proprio usuraio).

Era schierato con i guelfi, ma ciò non gli impedì di sposare Bella degli Abati, di famiglia ghibellina: in questo modo evitò di essere esiliato quando la fazione filoimperiale si impadronì di Firenze. Bella morì quando Dante aveva solo cinque anni, perciò non compare mai nelle sue opere.

La formazione intellettuale

Non si sa molto di quello che Dante studiò da piccolo, anche se non ci sono motivi per dubitare che abbia imparato le basi del latino per poi passare alle “arti liberali”: teologia, filosofia, fisica, astronomia (quadrivio), dialettica, grammatica e retorica dall’altro (trivio). Negli anni Ottanta del Duecento incontrò il politico ed erudito fiorentino Brunetto Latini, appena tornato dalla Francia, dove aveva svolto le funzioni di ambasciatore della Repubblica: fu da lui che apprese il senso della letteratura come potenza capace di plasmare le coscienze. Un altro contributo alla sua formazione fu la filosofia, che apprese frequentando le scholae dei frati Domenicani e Francescani e studiando i testi di San Tommaso e di San Bonaventura (che non a caso verranno immortalati insieme nel Paradiso). Infine, Dante entrò in contatto con la corrente poetica che si stava sviluppando in Toscana, il Dolce stil novo, e divenne presto amico di un suo influente esponente, Guido Cavalcanti.

L’amore e il matrimonio

Dante dichiarò sempre che la sua musa ispiratrice fu Beatrice Portinari, incontrata, quando lui aveva solo 9 anni e lei 8, alla festa di Calendimaggio del 1274. Ma era una storia d’amore senza speranza, secondo i nostri canoni, perché Dante già dall’età di 12 anni era impegnato con un’altra ragazza, Gemma Donati, scelta dalla famiglia: si trattava di un legame politico importante perché Gemma apparteneva a una delle più importanti famiglie di Firenze, imparentata alla lontana con Corso Donati, che sarebbe diventato in seguito uno dei capi politici di Firenze. Il matrimonio, se era vantaggioso dal punto di vista politico, non lo era da quello economico: la dote di Gemma era di appena 200 fiorini piccoli e siccome all’epoca le doti delle spose erano proporzionate alla ricchezze dei mariti ne possiamo ricavare che gli Alighieri non erano particolarmente ricchi. I due si sarebbero sposati nel 1285 e avrebbero avuto tre figli (Jacopo, Pietro e Antonia), più forse un quarto. Secondo la tradizione, non fu un matrimonio d’amore e Dante non dedicò un solo verso alla moglie, che dal canto suo, a quanto pare, si rifiutò di seguirlo in esilio.

Impegni militari

Dante non poteva sottrarsi ai suoi impegni civici, tra i quali quello di partecipare alle campagne militari del Comune.

Nel 1289 prese parte alla battaglia di Campaldino, in cui Firenze si impose su Arezzo, costruendo un tassello significativo del suo dominio in Toscana. Dante vi partecipò in veste di cavaliere nel gruppo dei seicento feditori, cioè il reparto di cavalleria schierato in prima fila contro i nemici.

Il fatto che combattesse a cavallo non implica che fosse nobile, perché nella Firenze dell’epoca chiunque fosse ricco abbastanza poteva combattere in cavalleria (a differenza di quanto accadeva fuori d’Italia, dove bisognava essere nobili per avere questo privilegio).

Durante la battaglia furono gli aretini ad attaccare per primi e a respingere la prima fila dei cavalieri fiorentini. Nulla di certo si sa del comportamento di Dante, che in seguito ammise di aver provato paura. In realtà lo schieramento fiorentino resse e gli aretini si trovarono circondati quando la cavalleria fiorentina di riserva contrattaccò senza averne avuto l’ordine. Dopo una mischia violentissima, dove si contarono molti morti da entrambe le parti, gli aretini furono sconfitti.

Dante scende in politica

Negli anni Novanta del XIII secolo Dante scese in politica. Nel 1293 ci fu una profonda riforma costituzionale (Ordinamenti di Giustizia) che escludeva l’antica nobiltà e permetteva ai borghesi di fare politica a condizione che fossero iscritti a un’Arte, ossia a una corporazione mercantile. Dante dovette aspettare fino al 1295 quando riuscì a iscriversi all’Arte dei Medici e Speziali (senza essere un medico).

Allora Firenze era una città guelfa, cioè filopapale.

Nel partito dei guelfi, però, si verificò una spaccatura tra il gruppo capeggiato dalla famiglia Donati, fautore di una politica conservatrice e aristocratica, e quello capeggiato dalla famiglia Cerchi, moderatamente popolare. I primi si facevano chiamare guelfi neri, i secondi guelfi bianchi. Dante si schierò con i guelfi bianchi, andando così contro la famiglia di sua moglie.

Il successo e la rovina

L’anno 1300 rappresentò contemporaneamente il culmine della carriera politica di Dante e il momento della sua rovina. Quell’anno infatti venne nominato tra i 12 priori che governavano la città: ci si trovava purtroppo all’acme di una grave crisi con il papa, Bonifacio VIII, che contrastava il partito di Dante, i guelfi bianchi, in netto vantaggio sui rivali. Dante fu tra quelli che tentarono una mediazione, anche a costo di votare un ordine di espulsione che colpiva in modo imparziale sia i capi della fazione nera sia quelli dei bianchi (ossia del suo stesso partito) e cominciò a essere odiato da entrambi gli schieramenti.

Quando il papa inviò a Firenze un principe francese, Carlo di Valois, ufficialmente come pacificatore ma in realtà per far prevalere i neri, il Comune mandò per protesta a Roma una delegazione di cui faceva parte anche Dante. In quel momento la situazione precipitò.

L’esilio

Il poeta infatti era ancora a Roma quando Carlo di Valois colse il primo pretesto utile per scatenare un golpe che portò al potere i guelfi neri il 9 novembre 1301. Il nuovo podestà, Cante Gabrielli da Gubbio, iniziò subito la persecuzione dei bianchi, tra cui anche Dante, che, con due sentenze successive, il 27 gennaio e il 10 marzo 1302, fu condannato, in contumacia, al rogo e alla distruzione delle case. Dante non rivide più la sua patria. Tentò più volte, anche alleandosi al partito nemico, quello ghibellino, di rientrare a Firenze, tra il 1302 e il 1304, ma ogni volta i bianchi furono sconfitti.

Dopo l’ultima sconfitta alla Lastra, pochi chilometri a nord di Firenze, Dante accettò l’ospitalità del signore di Forlì, Ordelaffi, e iniziò il suo peregrinare nell’Italia centrosettentrionale: da Forlì a Treviso, poi indietro in Lunigiana come mediatore per una pace tra i Malaspina e il vescovo della città di Luni, poi in Casentino (una vallata tra Arezzo e Firenze), dove fu ospite dei potenti conti Guidi.

Anche se non è noto il momento in cui Dante iniziò la stesura della sua opera più celebre, la Commedia, esso sicuramente va collocato ai primi anni dell’esilio, tra il 1304 e il 1307, forse proprio durante il suo soggiorno presso i Malaspina.

Il Purgatorio probabilmente è stato composto tra il 1309 e il 1313, mentre il Paradiso venne scritto tra il 1316 e il 1321. Dante rimase ben poco ospite dei conti Guidi, perché già nel 1310 si trovava di nuovo a Forlì, dove venne a sapere della discesa in Italia dell’imperatore Arrigo (o Enrico) VII di Lussemburgo.

Il poeta sperò fortemente che il suo arrivo avrebbe cambiato la situazione politica italiana concedendogli il ritorno in patria, ma il 24 agosto 1313 l’imperatore morì di malaria a Buonconvento, poco distante da Siena. Tramontata l’ultima speranza di rientrare a Firenze, Dante accettò allora l’ospitalità di Cangrande della Scala a Verona tra 1314 e 1318 (dove scrisse gran parte del Paradiso), e poi di Guido Novello di Polenta, il podestà di Ravenna, che lo accolse presso di sé negli ultimi tre anni di vita.

La morte

Proprio il podestà chiese a Dante di svolgere un incarico diplomatico a Venezia che minacciava guerra a Ravenna. L’incarico ebbe buon esito, ma tornando a Ravenna Dante contrasse la malaria mentre passava attraverso le Valli di Comacchio e morì tra il 13 e il 14 settembre 1321.

Così Dante viene condannato

Nell’Archivio di Stato di Firenze è ancora conservato il documento che contiene la condanna all’esilio di Dante in data 10 marzo 1302: «Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5.000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia».

Le sue parole sono usate ancora oggi

Dante è considerato il padre della lingua italiana. Come ha spiegato più volte il filosofo e accademico Umberto Eco, molte delle parole usate per la prima volta da lui nella Commedia sono ancora vive nell’italiano moderno. «Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / ché la diritta via era smarrita», scritto più di settecento anni fa, è oggi ancora compreso da qualsiasi italiano di media cultura. Parimenti un inglese non riesce a leggere i Canterbury Tales, scritti nel 1392 da Geoffrey Chaucer, tanto che per il lettore comune circolano versioni in inglese moderno. A dimostrazione della modernità delle parole dell’Alighieri vi è il Vocabolario dantesco, realizzato dall’Accademia della Crusca e dall’Opera del vocabolario italiano del CNR in occasione dei due anniversari del poeta: i settecentocinquanta anni dalla sua nascita nel 2015 e i settecento anni dalla sua morte nel 2021.

CHE ASPETTO AVEVA DANTE? ECCO COME LO DESCRIVE BOCCACCIO

Lo scrittore Giovanni Boccaccio, pur senza aver incontrato Dante, ne diede un ritratto nel suo Trattatello in laude di Dante: «Fu dunque il nostro poeta di mediocre statura, e, poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto, ed era il suo andare grave e mansueto, d’onestissimi panni sempre vestito, in quell’abito che era alla sua maturità convenevole. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso». Questa descrizione fornì lo spunto per tutti i ritratti successivi alla morte del poeta, che hanno consolidato la sua espressione cupa, arcigna, pensosa. Partendo dal teschio di Dante, invece, conservato a Ravenna, è stato possibile ricostruire il probabile aspetto del poeta, molto meno spigoloso e ossuto di quanto non si pensasse nei secoli scorsi.

L’origine dei termini “guelfo” e “ghibellino”

I termini risalgono al XII secolo, quando indicavano i seguaci di due famiglie tedesche (Welfen e Hohenstaufen). Nel Duecento cominciarono a essere usate per identificare i sostenitori del papato (i Guelfi) e dell’imperatore (i Ghibellini): le due fazioni erano presenti in tutta l’Italia centrosettentrionale, dove furono guelfe le città di Perugia, Milano, Mantova, Bologna, Firenze, Lucca, Padova, e ghibelline quelle di Pavia, Asti, Como, Cremona, Pisa, Siena, Arezzo, Parma, Modena, Jesi e Savona. Il partito ghibellino sembrò trionfare dopo la battaglia di Montaperti (1260), ma scomparve quasi dalla scena politica dopo la morte degli eredi dell’imperatore Federico II a Benevento (1266) e Tagliacozzo (1268).

LE PRINCIPALI OPERE DI DANTE FURONO SCRITTE IN ITALIANO ANTICO…

Le principali opere di Dante sono scritte in lingua volgare, ossia italiano antico, e in latino. Al primo gruppo appartengono la Vita nova, il Convivio e la Commedia; al secondo il De vulgari eloquentia, la Quaestio de terra et aqua e il De monarchia.

La Vita nova

È un’opera giovanile (redatta forse tra il 1292 e il 1293), relativamente breve, composta di 31 poesie (25 sonetti, 1 ballata, 5 canzoni) alternate a testi in prosa, che racconta la vita di Dante dopo l’incontro con Beatrice: il titolo stesso infatti allude al rinnovamento portato dall’amore. Può essere divisa in tre sezioni: nella prima si descrive l’incontro e il saluto di Beatrice; nella seconda si racconta del lungo periodo in cui questo saluto viene negato al poeta (Dante aveva finto di corteggiare altre donne per evitare di esporre Beatrice); e nella terza infine la donna è morta e Dante comprende che solo attraverso il suo amore egli potrà giungere a Dio.

Il Convivio

Il Convivio sarebbe dovuto essere una sorta di grandiosa enciclopedia sotto forma di un “banchetto” ideale preparato per tutti coloro che non avevano potuto dedicarsi agli studi. Dei quindici trattati che dovevano comporre l’opera ne furono realizzati tra il 1304 e il 1307 solo quattro: oltre al primo, che funge da introduzione, gli altri tre affrontano il tema dell’interpretazione di un’opera d’arte, il tema della sapienza e infine quello di che cosa sia la nobiltà.

La Divina Commedia

L’opera maggiore di Dante è la Divina Commedia (il suo titolo originale era Comedìa: fu Giovanni Boccaccio a usare per la prima volta l’aggettivo “divina”, che venne inserito nel titolo con l’edizione a stampa del 1575).

Si tratta di un poema allegorico-didascalico, che vuole descrivere il percorso di salvezza di Dante stesso come un viaggio nell’Aldilà durante il quale attraversa l’Inferno e il Purgatorio sotto la guida del poeta latino Virgilio per poi approdare al Paradiso, che esplora sotto la guida di Beatrice fino ad arrivare alla contemplazione finale di Dio. Il viaggio viene immaginato durante la settimana santa dell’anno 1300, tra l’8 e il 15 aprile del quell’anno.

L’intuizione fondamentale è che solo vedendo di persona le conseguenze delle azioni umane, l’anima del poeta potrà purificarsi e liberarsi delle proprie passioni. Il poema è diviso in tre cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso), ciascuna composta di 33 canti: poiché però l’Inferno contiene un canto in più che funge da proemio a tutta l’opera, i canti in tutto sono 100. L’Inferno è immaginato come una voragine profondissima, provocata dalla caduta del Diavolo, davanti al quale la Terra si ritrasse per non lasciarsi contaminare: il centro quindi è occupato dal Demonio stesso, mentre i dannati sono disposti in nove cerchi concentrici sempre più stretti in ordine di gravità del peccato principale che hanno commesso. Gli ultimi tre cerchi presentano delle suddivisioni al proprio interno: per esempio il Settimo cerchio, destinato ai violenti, è suddiviso in tre gironi; l’Ottavo cerchio, che ospita i fraudolenti, dispone di ben dieci bolge; l’ultimo cerchio, infine, che è predisposto per i traditori, è diviso in quattro zone.

Dante nel suo viaggio attraverso l’Inferno è accompagnato dall’anima del poeta latino Virgilio, simbolo della razionalità umana: quando i due arrivano al centro della Terra e oltrepassano il Diavolo, un essere mostruoso conficcato a metà in un lago ghiacciato, con tre teste enormi che continuamente masticano le anime di Giuda, il traditore di Gesù, di Bruto e di Cassio, traditori di Cesare, risalgono per uno stretto budello dall’altra parte della Terra (Dante concepisce correttamente il nostro pianeta come una sfera): i due finalmente escono a «riveder le stelle» e scoprono (nella cantica successiva) che devono scalare la montagna del Purgatorio, attraversando sette cornici (tante quante i peccali capitali). Qui incontrano le anime di coloro che, pur essendo già salvi, devono anch’essi salire il monte per scontare i loro peccati, dovuti al fatto che il desiderio venne diretto in vita verso l’oggetto sbagliato. In cima alla montagna del Purgatorio si trova il Paradiso terrestre: qui Virgilio viene sostituito da Beatrice, che porta Dante in Paradiso, immaginato come una serie concentrica di cieli. La Terra è al centro e Dante, insieme alla sua guida, deve attraversarli tutti fino ad arrivare al cospetto del Creatore, l’«amor che muove il cielo e l’altre stelle».

Le opere latine

Il De monarchia è un trattato in latino composto nel 1312-13 al tempo della discesa dell’imperatore Arrigo VIII in Italia, nel quale Dante discute i rapporti tra il potere temporale e quello spirituale. Il compito di realizzare in questo mondo la giustizia è affidato all’Impero: solo un monarca universale infatti, il cui potere si stendesse su tutta la Terra e perciò possedesse tutto, potrebbe essere libero dalla cupidigia (ed essere quindi giusto) e avere la forza necessaria per imporre agli uomini il rispetto della legge e della giustizia. L’imperatore però non è un tiranno arbitrario: è tenuto a rispettare le indicazioni della filosofia che, sola, può conoscere il fine dell’uomo sulla Terra, e quelle della religione, l’unica che può guidare l’uomo al suo fine ultraterreno.

La quaestio de terra et aqua è una discussione sulla forma del pianeta e sul perché la Terra non è completamente coperta dalle acque.

Il De vulgari eloquentia invece è la difesa della lingua volgare (l’italiano), presentata come una lingua naturale, contro il latino, artificiale.

Beatrice è esistita davvero o fu solo un’invenzione di Dante?

La figura di Beatrice attraversa tutta la produzione dantesca e ha suscitato sempre una domanda: il poeta sta descrivendo una donna reale o solo una proiezione della sua fantasia?

I primissimi commentatori tendevano a interpretare Beatrice come il simbolo della teologia, negandole quindi una realtà storica.

Anche uno storico come Giovanni Villani, che pure era amico di Dante, tace sugli amori giovanili del poeta e men che meno cerca di dare un volto storico alla protagonista della Vita nova e della Commedia.

È solo con il commento alla Commedia scritto dal figlio stesso di Dante, Pietro Alighieri, che troviamo un indizio preciso: Beatrice apparteneva alla famiglia Portinari, celebri banchieri dell’epoca. È invece grazie a un testamento del 1287, in cui la ragazza riceve un lascito, che veniamo a sapere il nome di suo padre, Folco, e di suo marito Simone de Bardi, appartenente a un’altra famiglia di importanti banchieri.

Non sappiamo praticamente altro, tranne che Beatrice morì a soli 24 anni nel 1290 (che sia morta di parto è pura ipotesi, senza alcun documento a supporto). Fu invece il grande novelliere Giovanni Boccaccio, nel suo Trattatello in laude di Dante, scritto dopo il 1350, a descrivere con grande abbondanza di particolari, forse inventati, l’incontro di Dante con Bice (come erano soprannominate le ragazze con quel nome): la fanciulla “gentilesca e piacevole” nei suoi gesti, e con fattezze “dilicate molto e ottimamente disposte”, avrebbe incontrato Dante bambino a una festa in casa Portinari il primo di maggio del 1273 che ne era restato come folgorato.

I costumi dell’epoca prevedevano una rigida separazione dei due sessi, ma questo divieto non valeva per i bambini e perciò è assolutamente verosimile che i due possano davvero essersi incontrati: «Da allora dico che Amore segnoreggiò la mia anima», commentò più tardi Dante stesso. In realtà si trattò di un amore platonico: i due non si videro più per anni, fino al 1283, quando si incontrarono per strada e lei salutò il ragazzo ormai diciottenne.

Poteva farlo: Beatrice era infatti sposata con Simone de’ Bardi e godeva di qualche libertà in più. Dante ne ebbe un contraccolpo emotivo talmente forte («me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine») che, tornato in camera sua, la sognò nuda tra le braccia di Amore, intenta a mangiare il suo cuore. Boccaccio descrive anche le condizioni in cui Dante precipitò dopo la morte di Beatrice: era diventato «magro, barbuto e quasi tutto trasformato da quello che avanti esser solea; intanto che ’l suo aspetto, non che negli amici, ma eziandio in ciascun altro che il vedea, a forza di sé metteva compassione».

Gli studiosi si interrogano da tempo se queste informazioni siano fondate: alcuni di loro notano che il padre di Boccaccio, rimasto vedovo, sposò una certa monna Lippa, figlia proprio di un cugino di Folco Portinari, e ipotizzano che per tale contorta via Boccaccio sia venuto in possesso di informazioni certe sulla donna amata da Dante. Quel che è certo è che tutti presero per oro colato il racconto di Boccaccio e il mito di Beatrice si consolidò per sempre.

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