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Chi era veramente Ponzio Pilato, l’uomo che condannò Gesù

by Lettere21

Fu un mediocre politico. Per uno strano scherzo del destino, si trovò a presiedere il processo contro Gesù. Prima di giungere al verdetto, sua moglie gli raccontò un sogno premonitore che lui, però, ignorò

Ponzio Pilato è un personaggio la cui fortuna nella storiografia del mondo antico, ma anche in letteratura, cinema e televisione, è ampiamente sproporzionata all’importanza che ebbe come uomo politico. Il motivo è noto: per uno strano scherzo del destino, in un momento indefinito tra il 30 e il 36 d.C., mentre rappresentava la massima autorità civile, militare e giudiziaria in Palestina, gli venne presentato dal Sinedrio di Gerusalemme un giovane rabbi della Galilea di nome Yehošua, più conosciuto come Gesù di Nazaret, accusato di bestemmia.

In tutti i vangeli

La fonte principale di informazioni su di lui è il Nuovo Testamento; tutti e quattro i vangeli, quello di Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni, riportano infatti il racconto dello storico incontro tra l’ambiguo politico romano e il giovane maestro (rabbi o rabbì , che in ebraico significa “maestro”) nei capitoli che descrivono la Passione di Gesù. Secondo tutti gli evangelisti, Pilato si dimostra riluttante a condannare a morte il giovane rabbi galileo, il che è probabile: in effetti, i sacerdoti, gli scribi e gli anziani del Sinedrio ebraico consegnano Gesù a Pilato affinché lo condanni a morte per il reato di bestemmia, ma l’idea che un reato religioso comportasse la pena capitale era molto lontana dalla sensibilità e dalla tradizione giurisprudenziale romana. Il sommo sacerdote Caifa e gli altri membri del Sinedrio, pertanto, avrebbero sicuramente preferito poter risolvere la questione autonomamente, ma la legge prevedeva che qualunque condanna a morte dovesse essere firmata dal governatore o prefetto romano, e cioè da Pilato, visto che la Palestina era all’epoca una provincia dell’Impero Romano e gli ebrei dovevano obbedire agli occupanti. Nel proprio racconto, Matteo introduce un particolare di grande interesse per comprendere l’animo di Pilato durante il processo e per definire meglio il suo carattere: ci dice che mentre sta interrogando Gesù, sua moglie gli fa avere un biglietto.

Il sogno di Claudia

Così scrive Matteo: «Mentre egli sedeva in tribunale, la moglie gli mandò a dire: Non aver nulla a che fare con quel giusto, perché oggi ho sofferto molto in sogno per causa sua». In che cosa consistesse questo sogno e perché fosse stato così doloroso per lei non è dato sapere. Della moglie di Ponzio Pilato, Matteo non dice altro, ma la tradizione cristiana si è data da fare a trovarle un nome: Claudia o Claudia Procula. A quel tempo erano probabilmente ancora accessibili fonti in cui la sua identità era specificata, ma di ciò non abbiamo prove e lei rimane senza nome nei versetti del Vangelo. Pilato, tuttavia, non segue il consiglio della moglie e durante l’interrogatorio cerca invece conferme alle accuse rivolte dai sacerdoti a Gesù. Si trova in difficoltà: visto che per bestemmia, secondo il diritto romano, non si può processare quell’uomo e meno che meno condannarlo a morte, e visto che il clero e la classe dirigente di Israele sembrano, invece, volerlo togliere di mezzo a tutti i costi, non ha che due opzioni: la prima è assolvere Gesù dopo una punizione esemplare come la flagellazione applicando lo ius coercitionis, cioè la punizione per turbativa dell’ordine pubblico (in latino, il “diritto di reprimere”). La seconda è di acconsentire all’esecuzione capitale, accontentando il Sinedrio.

Che male ha fatto costui?

Pilato prova più volte a proporre la prima ipotesi e a presentare la possibilità di punire Gesù solo con la flagellazione. «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò», riferisce il Vangelo di Luca. Così non sarà: alla fine, non osa rifiutare la richiesta del Sinedrio, tenuto conto che la classe dirigente giudaica era per i Romani l’unico referente con cui poter trattare e lui non vuole delegittimarla agli occhi del popolo. Per attuare la seconda opzione, e cioè uccidere Gesù, ha però bisogno di trovare un capo di imputazione che per la legge romana preveda la pena di morte, come il delitto di lesa maestà. È proprio per questo motivo, che chiede a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Una risposta positiva verrebbe subito punita con la morte poiché l’unico re dei Giudei, secondo Pilato e i Romani, è l’imperatore Tiberio. La risposta di Gesù è ambigua: «Tu lo dici: cioè, l’hai detto tu, non io, ma anche sì, hai detto giusto, sono re». È di sicuro per questo che il titulus (capo d’imputazione) sulla croce, scritto in tre lingue – latino, greco ed ebraico – recita Iesus Nazarenus rex Iudaeorum, cioè “Gesù Nazareno re dei Giudei”. Nel racconto evangelico, Pilato fa un ultimo tentativo di salvare la vita di Gesù proponendo la grazia per un prigioniero scelto dal popolo; la folla, però, non chiede che sia liberato Gesù, ma Barabba, probabilmente famoso per essersi ribellato all’occupazione romana, macchiandosi anche di omicidio. La cosa appare in contrasto con quanto scrive invece Giovanni nel suo Vangelo, dove Barabba figura come un semplice brigante. Dunque, chi era davvero Pilato? Difficile dare una risposta che non sia fantasiosa. Al di là dei Vangeli, le notizie che ci arrivano da altre fonti sono piuttosto scarne: c’è quella del filosofo Filone di Alessandria, che lo rappresenta come uomo corrotto, brutale e sanguinario; quella dello storico romano Tacito, che in un breve accenno riferisce erroneamente la sua carica trasformandola in quella di procuratore, invece di prefetto; e quella dello storico ebreo Giuseppe Flavio, autore della Guerra giudaica e delle Antichità giudaiche. Anche se l’accusa di brutalità riportata da Filone di Alessandria potrebbe sembrare a prima vista faziosa (Filone era ebreo e antiromano), è invece quasi sicuro che nel 36 d.C. Pilato sia stato rimosso dal suo incarico di prefetto in Giudea per aver fatto strage, senza motivo, di un gruppo di samaritani riuniti sul monte Garizim nella speranza di un’apparizione di Mosè. La notizia ci arriva da Giuseppe Flavio, solitamente filoromano nei suoi scritti.

Occhio all’iscrizione

Un’ulteriore prova dell’esistenza storica di Pilato è l’iscrizione ritrovata a Cesarea Marittima, una città costiera dell’antica Giudea (oggi in Israele) dove all’epoca di Gesù si trovava la sede ufficiale del governo romano. Nel 1961 l’archeologo italiano Antonio Frova, scavando tra le rovine dell’antico teatro di Cesarea Marittima, ritrovò un’iscrizione mutila dall’importanza straordinaria. Vi si legge “…S TIBERIÉUM fi[PON]TIUS PILATUS [PRAEF] ECTUS IUDA[EA]E”. L’iscrizione si trovava su un blocco di pietra calcarea che era stato riutilizzato come gradino; soltanto il casuale rovesciamento della pietra permise all’équipe italiana di scovare questa incredibile conferma dell’esistenza di Pilato. Secondo gli esperti di epigrafia che l’hanno decifrata, si tratterebbe della dedica da parte di Pilato, prefetto della Giudea, a un Tiberieum: non un tempio dedicato al culto imperiale (Tiberio non lo accettava), ma più probabilmente una delle due torri gemelle del porto di Cesarea, che portavano ciascuna un faro per segnalarne l’ingresso ai marinai. La “S” superstite della prima riga sarebbe, dunque, quella di [NAVTI]S (“per i marinai”). In questa iscrizione, il nome PILATVS reca l’accento sulla “I” e non sulla “A” e, quindi, si dovrebbe pronunciare Pìlatus (portatore di pilum, ossia di giavellotto) e non Pilàtus (“pelato”, “calvo”). Da questo particolare, Geza Alfoeldi, un noto studioso ungaro-americano, deduce che il governatore di Giudea non fosse un magistrato di rango equestre né tanto meno senatorio, ma un militare di carriera proveniente dalla gavetta (il centurione anziano di una legione era infatti chiamato primipilus) che era stato innalzato al grado di prefetto direttamente dall’imperatore Tiberio.

Per ingraziarsi l’imperatore

Si chiarirebbe in questo modo un altro tassello della misteriosa figura di Pilato: quando i sacerdoti lo accusano di non esser abbastanza fedele all’imperatore (scrive Giovanni: «Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare»), Pilato procede subito a ordinare la crocifissione di Gesù. Che il prefetto romano lo abbia messo a morte poiché temeva di irritare Tiberio, al quale doveva l’incarico?

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