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Cina contro Europa: la rivolta dei boxer

by Lettere21

Nel XIX secolo, dopo un lungo isolamento, la Cina aprì i suoi confini, diventando terra di conquista per le potenze mondiali (tra cui l’Italia), decise a sfruttarne le risorse. La sanguinosa ribellione dei Boxer fu una reazione all’invadenza straniera. Ne seguì una guerra senza esclusione di colpi

“L’episodio più emozionante mai conosciuto dalla civiltà”. Così il New York Sun definì, nell’agosto del 1900, l’epilogo dell’assedio alle ambasciate occidentali di Pechino dopo ben cinquantacinque giorni di scontri. Da giorni gli Stati Uniti, e il mondo intero in generale, seguivano sui giornali dell’epoca i drammatici eventi che stavano avendo luogo nella lontana Cina. Ben pochi avrebbero scommesso su un esito positivo. Quando, però, il 14 agosto un’Alleanza di otto nazioni (Regno Unito, Giappone, Francia, Germania, Regno d’Italia, Impero russo, Stati Uniti e Impero austroungarico) riuscì a spezzare l’accerchiamento e liberare i rispettivi connazionali, la notizia fu accolta con un moto di sollievo. Questo drammatico episodio, divenuto famoso come l’Assedio delle legazioni, va inquadrato storicamente nell’ambito della più vasta Rivolta dei Boxer, un movimento insurrezionale con forti connotazioni anti-occidentali che sconvolse la Cina dal novembre del 1899 al settembre del 1901.

Ma quali erano le ragioni di una simile escalation di violenza? Una delle principali fu l’invadenza delle potenze straniere. Con le cosiddette guerre dell’Oppio (1839-1842 e 1856-1860) l’aggressiva politica commerciale britannica di inizio XIX secolo aveva dimostrato la debolezza politica e militare dell’Impero celeste. In quel caso il motivo del contendere fu l’oppio. La droga prodotta in gran quantità nelle piantagioni dell’India Britannica, veniva esportata clandestinamente in Cina, dove il suo consumo era diffuso, ma proibito. Quando un funzionario cinese fece sequestrare e distruggere decine di migliaia di casse di oppio, gli inglesi, che erano i principali beneficiari di quel commercio, intervennero militarmente e obbligarono la Cina ad aprire i porti agli stranieri, ad accettare legazioni diplomatiche a Pechino e a legalizzare l’oppio.

Anche l’Italia vuole essere della partita

Nei decenni successivi altre nazioni (tra cui il giovane Regno d’Italia) si inserirono in questa nuova corsa coloniale per strappare a buon mercato appalti per la costruzione di ferrovie, infrastrutture e aree di sfruttamento minerario. Per capire il giro d’affari basti pensare che a fine Ottocento in Cina erano almeno 62 le concessioni territoriali (porti o quartieri di grandi città di rilevanza commerciale) amministrate da nazione straniere. L’arrivo di così tante persone dall’estero in un Paese che per millenni era stato praticamente isolato dal resto del Pianeta, il sovvertimento dei millenari valori culturali, sociali e religiosi tradizionali scatenarono un forte risentimento tra il popolo.

I primi segnali di insofferenza furono indirizzati contro le comunità religiose degli “invasori”: a partire dal maggio del 1899 furono attaccati conventi e luoghi di culto, che culminarono nell’assassinio di un missionario britannico. Le autorità del Celeste Impero non fecero nulla per porre un freno alla situazione che rischiava di degenerare. Anzi, l’imperatrice Tzu-Hsi (1835-1908), reggente al trono della debole dinastia dei Ch’ing, vedeva di buon occhio questa sorta di crociata anti-europea. Nella speranza di riportare il Paese all’antico splendore, si era legata a una delle più potenti società segrete del Paese, dai forti connotati nazionalisti, chiamata “Pugno della concordia e della giustizia” o anche dei “Pugni chiusi giusti” (per questa ragione gli occidentali etichettarono la rivolta con il nome di “movimento dei Boxer”, ovvero dei pugili). Fu proprio il radicalismo con cui questa intransigente organizzazione sperò di allontanare la minaccia straniera a provocare il rapido precipitare degli eventi. E sarebbero state proprio le ambasciate di Pechino a subirne, per prime, le conseguenze.

A morte tutti gli occidentali

Fu chiaro già dal mese di maggio del 1900 che la situazione a Pechino si era aggravata e che non sussistevano più le condizioni di sicurezza per circa mezzo migliaio di forestieri che viveva in quel momento nella capitale cinese. I diplomatici stranieri richiesero con forza ai loro governi di essere protetti militarmente all’interno del quartiere delle legazioni dove erano concentrate quasi tutte le attività diplomatiche.

Anche le organizzazioni religiose, disperse in città con i loro luoghi di culto, si sentivano in pericolo. Fu così che i primi di giugno, dalle navi ancorate nel porto di Ta-Ku, iniziarono ad arrivare alcuni distaccamenti. Oltre a soldati britannici, russi, francesi, statunitensi e giapponesi, c’erano anche gli italiani: 41 per l’esattezza, di cui due sottufficiali e 37 marinai al comando del Tenente di vascello Federico Tommaso Paolini e del Sottotenente Angelo Olivieri. Su sollecitazione delle autorità religiose, il 5 giugno il ministro italiano Giuseppe Raggi diede disposizione che undici dei militari arrivati, al comando di Olivieri, si unissero a un drappello di trenta francesi per difendere la cattedrale cattolica di Petang, dove si erano rifugiati oltre 3mila cristiani cinesi e quaranta religiosi. Il settore settentrionale fu affidato a loro, mentre quello meridionale ai francesi.

L’arrivo delle truppe in città, sebbene avessero una consistenza limitata, non solo inasprì gli animi dei rivoltosi, ma trovò opposizione anche nel governo imperiale, poco propenso ad accettare stranieri armati in giro per la capitale. Dopo il 10 giugno l’imperatrice, dapprima incerta sul da farsi, decise di appoggiare apertamente la causa dei Boxer, ordinando alle truppe regolari di non intervenire per riportare l’ordine.

Un quartiere sotto assedio

La situazione era fuori controllo: Pechino era ormai nelle mani degli insorti. Vennero tagliate anche le linee telegrafiche e l’area delle legazioni, difesa solo da ventiquattro ufficiali e 389 soldati stranieri, rimase completamente isolata. L’11 giugno venne ucciso il cancelliere giapponese Sugiyama; due giorni dopo furono massacrati centinaia di cinesi convertiti al cristianesimo e un tentativo di assalto alla rappresentanza diplomatica austriaca fu sventato solo per la presenza di mitragliatrici. Il 20 giugno, infine, anche il ministro tedesco von Ketteler fu trucidato mentre si recava a un colloquio con le autorità cinesi.

Assalti, aggressioni e omicidi, si sarebbero protratti per quasi due mesi. Tra le vittime ci furono anche italiani: dei ventinove presenti nelle rappresentanze diplomatiche, sette furono uccisi e undici feriti. Drammatica la situazione nella cattedrale di Petang e nell’adiacente complesso: qui ci furono furibondi attacchi dei Boxer, come quello del 16 giugno quando oltre duecento rivoltosi furono fermati, non senza difficoltà, da un preciso tiro di fucileria dei marinai italiani. Nei giorni successivi i Boxer impiegarono anche artiglieria e mezzi incendiari. A preoccupare di più i difensori era l’impossibilità di ricevere i rifornimenti: le munizioni scarseggiavano e così i viveri.

La data più drammatica fu quella del 12 agosto, quando una mina sotterranea fece saltare un tratto di mura difeso dagli italiani: quattro di loro e oltre cento cinesi cristiani morirono in seguito alla detonazione. Si salvò, invece, fortunosamente il sottotenente Olivieri. Appena due giorni dopo, il 14 agosto, la partita sembrava definitivamente chiusa: le munizioni erano ormai esaurite, non rimanevano più di una cinquantina di cartucce.

Ma ecco la svolta. Quella mattina il corpo di spedizione internazionale, (forte di oltre 20mila uomini, che Germania, Austria, Francia, Italia, Gran Bretagna, Russia, Stati Uniti e Giappone avevano messo insieme e inviato per rispondere a quella che consideravano una dichiarazione di guerra), dopo aver occupato Tientsin, nelle settimane precedenti, riuscì senza incontrare particolari difficoltà a muoversi attraverso Pechino e liberare gli assediati. Olivieri, che ormai aveva perso la speranza, ricevette l’inaspettata notizia dal grido di uno dei suoi soldati: “Siamo liberati, siamo liberati!”. L’assedio delle legazioni era stato finalmente spezzato. A quel punto iniziarono le repressioni e si fece strada un desiderio di vendetta senza pari, che può essere sintetizzato nelle parole che il Kaiser Guglielmo II aveva pronunciato già il 27 giugno, sette giorni dopo l’assassinio del ministro tedesco von Ketteler, durante la partenza del contingente tedesco da Brema: “Quando vi troverete faccia a faccia con il nemico, sappiate batterlo. Nessuna grazia! Nessun prigioniero! Tenete in pugno chi vi capita sotto le mani. Mille anni fa, gli Unni di Attila si sono fatti un nome che con potenza è entrato nella storia e nella leggenda. Allo stesso modo voi dovete imporre in Cina, per mille anni, il nome tedesco, di modo che mai più in avvenire un cinese osi anche solo guardare di traverso un tedesco”.

La guerra continua

L’assedio delle legazioni fu solo l’antefatto (che la stampa finì con il trasformare in evento epocale) della più vasta guerra contro i Boxer, un conflitto decisamente più duro e dall’esito scontato: troppo grande era il divario di armamento e addestramento tra i moderni eserciti dell’Alleanza e le risicate truppe dei rivoltosi, per quanto supportate ormai apertamente dalle truppe regolari del Celeste Impero. Dal punto di vista operativo gli italiani ebbero un ruolo significativo soprattutto nella seconda parte del conflitto. Se infatti nelle fasi iniziali i pochi soldati del Regio Esercito avevano combattuto sotto il comando di ufficiali stranieri, dopo la battaglia delle legazioni, con l’arrivo del Corpo di spedizione italiano (composto da reparti di fanteria e bersaglieri, da una batteria di artiglieria, da un plotone di cavalleggeri e altre unità) il numero degli effettivi totali nel Paese era salito a 2.543 uomini. Questi, per un anno si distinsero in operazioni sia nell’entroterra che sul litorale. Il 2 ottobre, per esempio, furono impiegati nella conquista dei forti costieri di Shu Kwan Tao, Shan hai kwan e Pei Ta Ho, punti strategici che difendevano la vitale linea ferroviaria tra Tientsin e la Manciuria. Nelle operazioni effettuate all’interno del paese un episodio che ebbe particolare risalto si verificò il 2 settembre quando le forze italiane riuscirono a espugnare le fortezze nell’area di Chan-hai-tuan; un compito nel quale altri reparti stranieri avevano fallito. Quattrocento uomini, suddivisi in tre compagnie (una di marinai e due di bersaglieri) attaccarono la postazione nemica in netta inferiorità numerica, ma riuscirono a sloggiare la guarnigione cinese al terzo assalto. Nel corso della guerra non mancarono neppure screzi o frizioni con le truppe alleate. Una delle più curiose si verificò nel villaggio di Paoting-fu che, pur affidato a truppe italiane e tedesche, venne preventivamente occupato da unità francesi. Per “vendicare” l’affronto, il colonnello Garioni decise di guidare personalmente un manipolo di trecento uomini che, durante le ore notturne, si introdusse nella cittadina di Cunansien, assediata da truppe d’Oltralpe, e issò la bandiera tricolore nella piazza principale prima dei “rivali amici”.

Il conflitto che oppose la Cina alle potenze europee continuò violentissimo fino al settembre del 1901, quando l’imperatrice Tzu-Hsi fu costretta a firmare quello che passò alla storia come il Protocollo dei Boxer: lo sconfitto Celeste impero si impegnava a pagare una pesantissima indennità di guerra e a fare ulteriori concessioni territoriali ai vincitori. Tra questi c’era l’Italia che a decorrere dal 7 giugno 1902 entrò in possesso della Concessione di Tientsin (l’odierna Tianjin), una colonia che fu tenuta e amministrata fino al 1943.

La Concessione italiana di Tientsin

Lo storico Valter Astolfi nel suo libro “Soldati italiani in Cina 1866/1946” scrive: “In base alle disposizioni del Trattato di Pace [Protocollo dei Boxer] l’Italia ebbe la sua Concessione a Tientsin, consistente in un appezzamento di terreno lungo un chilometro e largo cinquecento metri. Ufficialmente, la Concessione divenne tale a partire dal 7 giugno del 1902 ma in proposito bisogna precisare che l’occupazione dell’apposita area da parte delle truppe italiane era già avvenuta nel gennaio del 1901. Nei momenti di maggiore splendore, la Concessione arriverà ad avere una popolazione di circa 10mila abitanti, dei quali gli italiani erano circa 300”.

I primi anni dell’occupazione italiana non furono facili, per l’infelice situazione ambientale dell’area (paludi e acquitrini) che obbligò a continui interventi di bonifica. E per farlo l’allora governatore decise di vendere un notevole numero di lotti di terreno a residenti locali, perlopiù commercianti. Nel 1912 si verificò anche il primo intervento edilizio di grande respiro, grazie a un prestito di 400mila lire stanziate dal governo italiano. Ma fu solo durante il ventennio fascista che l’enclave italiana raggiunse la sua forma definitiva con un quartiere di ville lussuose, dotate di grandi giardini, che i locali finirono col battezzare la “concessione aristocratica”. Dal punto di vista militare, alla fine della Rivolta dei Boxer la maggior parte delle truppe di occupazione italiane furono ritirate e rimase solo un distaccamento con un numero ridotto di Carabinieri reali, oltre all’incrociatore corazzato Marco Polo. Durante il Primo conflitto mondiale gli effettivi furono ridotti all’osso, per poi essere rinforzati nuovamente a partire dal 1924 con l’arrivo di marinai sbarcati da due navi da guerra (la cannoniera Caboto e l’incrociatore Libia). Nel 1925, Mussolini volle che fosse costituito un Battaglione italiano in Cina che nel tempo raggiunse le tre compagnie di effettivi.

Nel giugno del 1940, con l’inizio della Seconda guerra mondiale, la concessione in Estremo Oriente (E.O.) era presidiata da circa trecento marinai del Reggimento San Marco. Come ha scritto Astolfi: “Il battaglione fu diviso in quattro distaccamenti e nell’aprile del 1940 si trovava così distribuito: centottanta uomini a Tientsin; trenta uomini alla stazione radio di Pechino; venti uomini a Shan-hai-kwan; i restanti duecento a Shanghai nella Concessione internazionale, dove c’era anche il Comando navale per l’E.O.”. Quando poi, nel corso del conflitto, la regione fu occupata dai giapponesi i soldati italiani furono trattati con rispetto e fu loro concesso di rimanere in possesso delle armi e risiedere nelle caserme. La sovranità italiana su Tientsin ebbe termine con l’Armistizio del 1943.

Una testimonianza Eccezionale

Il ruolo della stampa internazionale nel raccontare i terribili eventi che insanguinarono la Cina durante la rivolta dei Boxer fu determinate. Se oggi disponiamo di una grande mole di informazioni sulle efferatezze compiute da una parte e dall’altra delle barricate e sullo scandaloso saccheggio di opere d’arte eseguito dagli eserciti occidentali, gran parte del merito va a un esiguo pugno di giornalisti occidentali. E tra questi figura anche il “redattore viaggiante”, Luigi Barzini Senior (1874-1947), inviato speciale del Corriere della Sera. Testimone di ben sei conflitti (Rivolta dei Boxer, Guerra russo-giapponese, Guerra italo-turca, Guerre balcaniche, Guerra civile messicana e Primo conflitto mondiale), dimostrò una straordinaria capacità di raccontare gli eventi: viveva in prima linea durante il giorno e scriveva ininterrottamente durante la notte. I suoi dettagliatissimi reportage, sempre basati su informazioni di prima mano, mai riferite da terzi, lo trasformarono in un corrispondente d’eccezione tanto da essere apprezzato in tutta Europa. Basti pensare che per la sua obiettività fu premiato dal governo francese con la Legion d’Onore e quello britannico lo nominò cavaliere dell’Ordine dell’Impero. A seguito del contingente italiano in Cina, Barzini seppe raccontare gli eventi militari che segnarono il conflitto, ma soprattutto soffermarsi sugli atti di violenza e deliberato saccheggio del patrimonio storico-artistico dell’ormai morente dinastia Ch’ing. E molti passaggi dei suoi pezzi dimostrano quanto fosse profonda la sua avversione per queste pratiche barbare.

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