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Claretta Petacci e il suo grande fatale amore

by Lettere21

Se il Duce ebbe un’influenza determinante sulla vita di un popolo, e anche sulle generazioni successive, Clara Petacci la ebbe su di lui, orientando la propria esistenza e quella del suo uomo con un potere non facilmente spiegabile: lì lego un sentimento del tutto particolare, che segno il destino di entrambi

E la mattina di domenica 24 aprile 1932 quando l’automobile di casa Petacci, una Lancia Astura targata Città del Vaticano, lascia Roma per dirigersi a Ostia; a bordo, oltre all’autista Saverio Coppola, ci sono la signora Giuseppina, le figlie Clara e Myriam e il promesso sposo di Clara, il sottotenente dell’Aeronautica Riccardo Federici. Sulla Via del Mare (la strada appena realizzata dal regime per collegare l’Urbe alla località balneare), tra Ostia e Castelf usano, la Lancia viene sorpassata da una rombante Alfa Romeo rossa seguita da una scorta in motocicletta: la guida un uomo calvo con grandi occhialoni, subito riconosciuto da Clara, che intima all’autista di corrergli dietro. L’eccitazione della giovane e dei suoi familiari e tale che alla rotonda di Ostia il Duce si ferma e si lascia di circostanza, i due si congedano; Clara trema, e al Duce che le chiede se abbia freddo lei risponde franca “No, Duce: e l’emozione di starvi vicino”.

Sulla relazione tra Ben e Clara, come i due si chiamavano reciprocamente nella corrispondenza privata, si e parlato tantissimo, soprattutto della parte piu pruriginosa, ma nel ricostruire quella vicenda umana e storica e meglio attenersi ai testi ben piu rigorosi di Renzo De Felice e a quelli piu recenti di Giordano Bruno Guerri, che a questo proposito ha scritto: “Su questa storia non ci dilungheremo: non sembra niente di piu della vicenda di un uomo maturo e potente che raccoglie l’entusiasmo di una ragazza innamorata del suo mito” (”Fascisti. Gli italiani di Mussolini – Il regime degli italiani”, Mondadori 1995, p. 38).

Cio che piu sorprende di questa vicenda e che Mussolini, uomo di grande potere e altrettanto grande appetito sessuale, che poteva avere tutte le donne piu desiderabili (e in gran numero effettivamente le ebbe) abbia fatto di questa ragazza non bellissima e apparentemente insignificante il secondo pilastro della sua vita, essendo il primo la moglie Rachele, dalla personalita ben piu solida.

Il culto dell’immagine del Duce

Nel 1920 si stava concludendo il drammatico ”biennio rosso” che aveva portato il Paese sull’orlo della guerra civile, acuendo le tensioni sociali ed esasperandole a un punto che era sembrato veramente di non ritorno. In quel clima rovente, furono in molti a vedere in Mussolini l’uomo forte in grado di arginare una deriva all’apparenza inarrestabile, e tanti si convinsero che il Fascismo sarebbe stato il male minore, come unica via d’uscita da una situazione ormai incontrollabile: persino Luigi Einaudi, futuro, secondo presidente della Repubblica italiana e tutt’altro che violento o facinoroso, nel 1921 avrebbe invitato a votare per i partiti del Blocco nazionale (la coalizione di destra costituita in occasione delle elezioni ammilnilstrative di quell’anno) o, in alternativa, per “i partiti contrari al Socialismo”, a significare che il vero pericolo per l’Italia, allora, non proveniva da Mussolini e dai suoi fascisti.

Fu allora, all’eta di soli 8 anni, che la piccola Clarice Petacci inizio a manifestare un ‘autentica venerazione per il futuro Duce. Ritagliava le sue foto dai giornali, si sforzava di impararne a memoria i discorsi e di leggerne, pur senza comprenderli fino in fondo, gli articoli che apparivano sul ”Popolo d’ltalia”. Un atteggiamento che oggi, alla distanza, potrebbe sorprendere apparendo quasi morboso: ma nella gran parte delle case italiane di allora si respirava un’aria quantomeno di forte simpatia nei confronti di quell’uomo d’ordine giovane e deciso ad allontanare dal panorama politico nazionale ogni minaccia rivoluzionaria ”bolscevica”, come si diceva allora. Nulla di strano, quindi, che anche una bimbetta sensibile e sentimentale potesse nutrire un cosi intenso trasporto verso una figura umana e politica indubbiamente carismatica.

Di origini triestine ma trapiantati nell’Urbe nella seconda meta del Settecento, i Petacci (nati Petazzi o Pettazzi) avevano ottenuto l’iscrizione all’albo nobiliare capitolino con il titolo di marchesi. Allacciarono subito duraturi rapporti con il Vaticano, e sul finire dell’Ottocento entrarono a buon diritto nel cosiddetto ”generone” – quel mix di borghesia emergente, nuovi ricchi e vecchi nobili scaturito dal mutato assetto capitolino dopa la presa di Roma del 1871.

Clarice era nata il 28 febbraio 1912 da Francesco Saverio Petacci, medico dei Sacri palazzi apostolici, e da Giuseppina Persichetti, proveniente da una ricca anzi arricchita famiglia di costruttori; il nome antico e altisonante era stato scelto dalla madre, in omaggio all’ordine delle Clarisse fondato da santa Chiara d’Assisi. Fu sempre la madre a trasformare ”Clarice” in ”Claretta”, almeno in famiglia: un po’ perche il nome era oggettivamente impegnati­ vo per una bimba, e un po’ per via del fisico minuto. E, a proposito di donna Giuseppina, vale la pena di ricordare il giudizio preciso e tagliente che nel 1949 ne avrebbe data il giornalista Luigi Freddi: “Qualcosa fra il pugilatore e la cariatide, espressione vivente di quel matriarcato risoluto e invadente che sopravvive ancora in certe famiglie della provincia italiana”. Claretta crebbe come una principessina, e soltanto l’istruzione non fu quella che ci si aspetterebbe: dopa la licenza media, interruppe gli studi dedicandosi alla musica (suonava l’arpa, il piano e il violino) e alla pittura (nel 1936 terra anche una mostra). Coltivava, da autodidatta, la poesia scrivendo ballate, madrigali e sonetti, ma anche canzoni e romanze. Gran parte del suo tempo quotidiano era dedicato alla cura di se – abiti, trucco, acconciature – e alla scrittura maniacale di un diario: pagine su pagine, ogni giorno, finche visse. Tutto molto ottocentesco, conservatore e antimoderno, si direbbe: certo tutto molto lontano dagli interessi e dal temperamento di Mussolini.

Benito disprezzava idongiovanni

Eppure, fu proprio questa sensibilita cosi squisitamente romantica a orientare l’ossessione di Clara prima bambina, poi adolescente e infine donna per il Duce. Iniziata, come s’e visto, nel 1920, l’idolatria per Mussolini si concretizzo fino al 1932 in una quantita impressionante di biglietti, lettere, cartoline e telegrammi indirizzati al Duce e traboccanti di commovente ingenuita: nel febbraio del 1926, per esempio, la 14enne Clara scrisse a Mussolini per invitarlo al suo pranzo di compleanno; pur non ricevendo alcuna risposta, la ragazzina costrinse gli invitati ad aspettare un’ora prima di potersi sedere a tavola nella speranza di un’improvvisata dell’ultimo minuto, che ovviamente non ci fu. Gli appassionati scritti di Clara finirono diligentemente archiviati insieme alle migliaia di altri simili che quotidianamente si riversavano a Palazzo Venezia: fino al 1943, gli italiani di ogni eta e condizione sociale inviarono all’uomo della Provvidenza centinaia di migliaia di missive contenenti suppliche, richieste o semplicemente espressioni di devozione. Fra queste, anche i messaggi di innumerevoli donne che imploravano un incontro privato col capo della nazione, simbolo vivente e operante della virilita che il regime esigeva dal ”vero” fascista.

In realta, Mussolini non fu mai un grande seduttore. Da giovane, badava piu alla quantita che alla qualita, come dimostrerebbero certe sue esperienze, ne esaltanti ne significative, alcune delle quali anzi ci urtano per brutalita. Come la storia di Virginia, cosi narrata da lui stesso in un’autobiografia scritta a 28 anni: “La presi lungo le scale, la gettai in un angolo dietro una porta e la feci mia”. Ma e necessario contestualizzare, e ricordare che  nell’Italia di fine Ottocento vigeva ancora tacitamente l’antico costume romano della vis grata puellis (”la forza che piace alle fanciulle”), e non soltanto in ambito rurale o nei ceti bassi: i diritti delle donne erano una conquista ancora molto di la da venire.

Da uomo di potere, Benito non aveva alcun bisogno di cercare le donne perche queste gli si offrivano in grande quantita, doveva solo scegliere: divenuto Duce, si diceva che  ”ricevesse” quasi sistematicamente una donna al giorno. Mussolini era perfettamente al corrente di queste voci, in parte vanteria delle dirette interessate e in parte illazione tanto dei denigratori quanta degli estimatori. Nell’ottobre del 1937, secondo quanto riferisce il giornalista Nino D’Aroma, il Duce gli avrebbe confidato: “In fatto di donne, ho la mia esperienza eguale a quella di tutti gli uomini sani […], perche se io, Mussolini, dovessi addossarmi tutte le donne che mi attribuiscono, francamente avrei dovuto essere, piu che un uomo, uno stallone. Mi sono sempre guardato dall’odioso ruolo di Don Giovanni, perche mi ha sempre fondamentalmente ripugnato. L’homme a femmes e quasi sempre un cretino, un pappagallo che ripete la sua lezioncina: un essere inutile e monotono”.

“Chie questa pazza che miscrive?”

Quando ci fu l’incontro casuale tra Ben e Claretta, il duce sapeva dell’esistenza della Petacci: gia dalla primavera del 1926, grazie a un fitto epistolario che non poteva sfuggire alla sua attenzione. Il 7 aprile di quell’anno Violet Gibson, un’irlandese 50enne con disturbi mentali, aveva attentato (senza conseguenze) alla vita del Duce. In quell’occasione Clara, allora 14enne, gli aveva scritto una lettera di felicitazioni per lo scampato pericolo e qualche giorno dopa gli aveva inviato anche alcune sue poesie: l’una e le altre talmente esaltate che Mussolini volle sapere qualcosa di piu su “questa pazza”, come la defini in una nota a margine della lettera stessa. Informato che si trattava della figlia del dottor Petacci, nome abbastanza noto nella Capitale, diede disposizioni di risponderle. La missiva, proveniente dalla Segreteria particolare del Duce e datata 19 maggio 1926, recita: “Gentile Signorina, l’espressione della Sua giovanile e fervida devozione, ricca di tanta ingenua confidenza, e giunta, con i Suoi versi, a S.E. il Capo del Governo. Egli, sensibile alla gentilezza della piccola fascista, mi ha incaricato di rendermi interprete del Suo sentito ringraziamento. Distinti saluti”. Ce n’era abbastanza per convincere Clara che fra lei e Mussolini esistesse un misterioso e inscindibile legame.

Anche se Clara non fosse stata quella che era, l’episodio del 1932 sarebbe gia stato sufficiente a riempire i ricordi di una vita per chiunque, considerato il clima dell’epoca: come dice Guerri nel suo libro, Mussolini rappresentava “la miscela micidiale di patriottismo religioso e rivoluzione, ortodossia ai valori civili e sradicamento delle norme […] Le memorie e le testimonianze – ignote e illustri – raccolte e pubblicate anche in epoca successiva al Fascismo dimostrano la genuinita del sentimento di adorazione verso Mussolini, che travalicava ogni propaganda per divenire coscienza individuale e stato d’animo collettivo”. E infatti la sera di quel giorno fatale in cui la ragazzina aveva casualmente incontrato il suo dio sulla strada di Ostia, in casa Petacci, non si parlo d’altro: Clara narro alla famiglia riunita una minuziosa ricostruzione dell’incredibile evento, parola per parola, poi trascritta dettagliatamente nel diario: “Lui mi ha parlato per la prima volta. Tremavo, ma non faceva freddo. Sublime meraviglioso istante”.

Soltanto il fidanzato Federici, obbligato a leggere gli articoli e ad ascoltare in religioso raccoglimento i discorsi del Duce, pareva non gradire il fervore della fidanzata e non ne faceva mistero. Ma certamente nessuno, passato quel 24 aprile, avrebbe potuto immaginare che pochi giorni dopo il telefono di casa avrebbe squillato, e dall’altra parte del filo qualcuno avrebbe chiesto della signorina Clara. “Chi la vuole?”. “Ditele che sono quel signore di Ostia”. Quella sera stessa, accompagnata dalla madre e con il permesso del fidanzato, Clara varco per la prima volta il portone di Palazzo Venezia per incontrare il Duce a tu per tu. E questa volta non per caso.

Da allora, le visite si ripeterono e ne derivo anche una certa familiarita tra Mussolini e i Petacci, che iniziarono a ricevere qualche beneficio da quella consuetudine: una ben remunerata consulenza per il padre, una raccomandazione per il fratello.

Rapporto inizialmente platonico

Per due anni i rapporti tra il Duce e Clara furo­ no improntat i a null’altro che un ‘af fettuosa amici­ zia: lui si prendeva cura della giovane, per esempio agevolandone il matrimonio (il fidanzato non aveva ancora l’eta minima stabilita per gli uf ficiali d’Ae­ ronautica), e lei ricambiava portando una ventata di ingenua freschezz a nelle giornate non sempre facili del capo del Governo.

Le nozze di Clara e Riccardo furono celebrate il 27 giugno 1934; ma il matrimonio – come qualcuno aveva facilmente previsto – ben presto naufrago, e forse non solo a causa dell’infatuazione di Clara per Mussolini. Una rottura non drammatica, ufficializzata nell’autunno del 1935 con la separazione legale tra Clara e Riccardo. Questi parti poi volontario per l’Abissinia (non si sarebbero piu rivisti: lui, promosso capitano, fu trasferito a Tokyo in qualita di ”addetto aeronautico aggiunto” presso la Regia Ambasciata d’Italia, e vi rimase per tutta la durata della guerra: quando torno in patria, nel 1945, per Clara erano gia finite sia la guerra che la vita).

Dopa la separazione, Clara riallaccio i rapporti con Mussolini e la storia tra i due si consolido nel 1936, quando le visite di Clara a Palazzo Venezia divennero una costante. La sera del 9 maggio di quell’anno, mentre il Duce annunciava dallo storico balcone “il ritorno dell’Impero sui colli fatali di Roma”, ad assistere, a quel trionfo c’era anche lei. Non in piazza, pero, bensi dietro di lui, nell’ombra, seminascosta, ma stabilmente presente nella vita del Duce.

Dai diari di Clara, conservati nell’Archivio Centrale dello Stato Italiano e resi disponibili solo nel 1995, a 50 anni dalla sua morte, si deduce che la loro relazione cesso di essere platonica proprio la sera in cui fu proclamato l’Impero. E poiche il matrimonio con Federici non era ancora sciolto, Mussolini si senti in dovere di convocare a Palazzo Venezia donna Giuseppina per chiederle, senza troppi giri di parole, “Signora, mi permettete di amare vostra figlia?”. E, sempre dai diari, sappiamo che la signora Petacci rispose: “Mia figlia e maggiorenne, si sta separando dal marito: se vi vuol bene, io non posso certo ostacolarla. Mi confortera invece il saperla vicina a un uomo come voi”. 0 almeno questo e quanta riporta Clara. Certo l’avance ”ufficiale” del Duce non giunse inaspettata: nella famiglia Petacci, altolocata e vicina al Vaticano, si era ben consapevoli delle chiacchiere suscitate dalla frequentazione di Clara con un uomo molto piu anziano di lei e per di piu sposato, ma se quell’uomo era il Duce, non si poteva giudicare la cosa con il metro della comune morale. E poi la sua felicita andava a vantaggio di tutta la nazione.

Un ruolo speciale per un uomo speciale

Il 1936 fu per Mussolini (e, di riflesso, per l’ltalia) l’anno di svolta. Giunta all’apice del successo e della popolarita con la Guerra d’Etiopia, che aveva fruttato alla nazione la conquista dell’Impero, in barba alle ”inique sanzioni” varate nel 1935, per il Duce iniziava la parabola discendente. Cessata la comprensibile tensione fisica e psichica legata alla conduzione della guerra coloniale, e proprio quando sarebbe stato per lui il momento di riposare sugli allori, intervenne la nuova, dolorosa preoccupazione per l’ultimogenita Anna Maria, di soli 7 anni, colpita da una gravissima forma di poliomielite che fece temere per la sua vita. In seguito a questi fatti, la moglie Rachele tento di convincere il marito ad abbandonare la politica per ritirarsi a vita privata. “Smettiamola, abbiamo avuto fin troppa fortuna […] la tua missione politica e forse finita: pensa un po’ anche a te e alla tua famiglia”, scrive Rachele nelle sue memorie. Parole dal sapore quasi profetico per quel richiamo a una fortuna fino ad allora benevola, ma in futuro chissa…

Mussolini rifiuto, un po’ perche sinceramente convinto che la sua ”missione politica” non fosse affatto finita, e un po’ perche – come sottolinea De Felice nel suo libro ”Mussolini il Duce – 1. Gli anni del consenso, 1929-1936”) – dopo il trionfo d’Africa “pochi uomini della sua origine e formazione avrebbero avuto la capacita interiore e la consapevolezza del limite necessarie a non lasciarsi montare la testa da un successo tanto grande. Ne va sottovalutato il fatto che tutto l’ambiente attorno a lui contribuiva ad esaltarlo e ad accrescere il suo senso di sicurezza in se stesso”. Il culto della personalita, che lui alimentava con atteggiamenti e pose che oggi appaiono esageratamente teatrali, era infatti al suo apice. Anzi, decise di prendere piu saldamente il comando della macchina del regime affidando al genera Galeazzo Ciano, il ministero degli Esteri. Tutto questo non miglioro il clima familiare di casa Mussolini, solo apparentemente idilliaco ma in realta turbolento. E se in quel momenta il Duce appariva come un uomo potente, acclamato e rispettato, Mussolini, invece, era un uomo stanco, isolato, sofferente nel fisico e nello spirito. E nella sua malinconia, pur con la dovuta discrezione, Claretta si ritagliava un ruolo sempre piu importante.

La loro relazione rappresento qualcosa di completamente nuovo nelle abitudini amorose di Mussolini: giovanissima e graziosa, anche se culturalmente non certo all’altezza di Angelica Balabanoff, che aveva svezzato politicamente il giovane Benito negli anni trascorsi in Svizzera, o di Margherita Sarfatti, che del Fascismo nascente era stata la musa ispiratrice, ne dotata dell’intelligenza pratica di Rachele, alacre compagna e madre degli amatissimi figli del Duce. Ma forse fu proprio questo, semplicemente, il segreto di quell’attrazione fatale: lei aveva 24 anni e lui 53, per lei “il Duce ha sempre ragione”, con fede incrollabile, e lui aveva l’umanissimo desiderio di sentirsi eternamente giovane e amato.

Fu nella seconda meta del 1936 che Clara divenne in pratica l’amante ufficiale di Mussolini (le altre, che pure continuarono ad attraversare le sue giornate, non lasciavano traccia). A Palazzo Venezia fu approntato per lei il cosiddetto ”appartamento Cybo”, al quale poteva accedere dall’ingresso piu discreto di via degli Astalli, e nel personale insediamento attendeva lunghe ore che il Duce si liberasse dai suoi impegni per dedicarle un po’ del suo scarso e prezioso tempo. Quella che restava della sua vita non dovette impegnarla troppo. Sappiamo che nel dicembre di quello stesso anno tenne una personale di pittura (la sua unica mostra) nella Sala dei cultori d’Arte in piazza del Collegio Romano: il catalogo fu curato da Piero Scarpa, critico d’arte del ”Messaggero”, che non fu avaro di lodi forse Clara era davvero una brava pittrice, o forse era solo merito del ruolo di protegee del Duce.

La famiglia della” favorita”

Per piu di un anno, tuttavia, la relazione fu nota a pochissimi, e nessuno parve attribuirle soverchia importanza, anche perche erano tutti preoccupati dal ruolo sempre piu centrale assunto da Ciano. Dopo la conclusione della Guerra d’Etiopia, in meno di due anni il genero di Mussolini era divenuto, come avrebbe ricordato nelle sue memorie Dino Grandi (che sara il promotore dell’Ordine del giorno che esautoro Mussolini il 25 luglio 1943), “l’effettivo padrone d’Italia [e] l’uomo concordemente piu odiato dalla Nazione”. Si facevano sempre piu insistenti le vocil sugli inganni e i tradimenti di cui sarebbe state vittima il Duce, manovrato da Ciano e dal suo clan, e nasce probabilmente qui l’odio di Clara per il marito di Edda (lui la contraccambiava con un gelido disprezzo).

Frattanto, Hitler era venuto in visita in Italia, Mussolini per stare nella sua scia aveva varato le leggi razziali e poi orchestrato da protagonista gli Accordi di Monaco: l’Italia si stava avvicinando pericolosamente alla Germania, e l’entourage del Duce si spacco in due tra filo-tedeschi e anti-tedeschi. Nel giro di un anno il mondo scivolo inarrestabilmente verso la guerra: nel maggio del 1939 Italia e Germania siglarono il Patto d’Acciaio, il 1° settembre Hitler invase la Polonia e il 10 giugno 1940 l’ltalia entro in guerra al fianco dell’alleato tedesco. I giochi erano fatti, irreversibilmente. Clara, politicamente poco avveduta, si fidava ciecamente di Hitler e sosteneva a spada tratta ogni decisione di Mussolini, il quale, dopo l’infelice campagna di Grecia (1940-1941), iniziava a trovarsi sempre piu succube dell’alleato e politicamente isolato, anche nel gruppo di potere di cui tuttavia restava saldamente al vertice.

Contemporaneamente, la famiglia Petacci e il clan circostante cominciavano a emergere dall’ombra: l’evento scatenante fu la gravidanza extrauterina di Clara, alla fine del 1940, conclusasi con un aborto e degenerata in peritonite, che tenne la giovane in pericolo di vita e Mussolini, gia colpito da molte sciagure, in ansia . A Clara dovette sembrare la prova della sua crescente importanza nella vita del Duce, mentre intorno a lui la folla dei sostenitori cominciava a diradarsi. Questo incoraggio l’amante a uscire finalmente allo scoperto. Clara era almeno piu discreta dei suoi congiunti, sempre piu famelici nel far fruttare la pur non molto appariscente protezione del Capo: lei chiedeva soltanto di poter restare accanto all’uomo che amava. Tuttavia non si astenne, alla fine del 1940, all’intercedere presso Mussolini per far ottenere la nomina di sottosegretario alla Marina all’ammiraglio Arturo Riccardi, intimo dei Petacci (Riccardi nel marzo del 1941 sarebbe stato l’artefice del disastro di Capo Matapan, che segno la fine della funzione offensiva della nostra marina nel conflitto).

Tra il 1941e il 1942, l’arroganza e l’avidita della famiglia Petacci misero in pessima luce la relazione tra Clara e Mussolini, contribuendo a screditare sempre di piu la figura del Duce. La morte del figlio Bruno, nell’agosto del 1941, gli aveva assestato un altro duro colpo sul piano personale, che andava a sommarsi alle preoccupazioni per l’andamento sfavorevole della guerra e all’affiorare del pessimismo della sua carte; l’anno seguente, poi, lui stesso ebbe un crollo fisico del quale avrebbe subito gli strascichi per lungo tempo. Il suo allontanamento da Roma, sia per riposarsi alla Rocca delle Caminate che per ragioni politiche o militari, giovo al clan Petacci, che si trovo ad avere mano libera nei suoi opachi affari. La sorella minore di Clara, Myriam, ne approfitto per intraprendere una non eccelsa carriera cinematografica che le attiro critiche e sarcasmi; il fratello maggiore, Marcello, ufficialmente medico chirurgo ma di fatto intrallazzatore senza scrupoli, si avvalse degli agganci con Mussolini per allargare la cerchia dei suoi sordidi maneggi economici che nel giugno del 1942 suscitarono, (ma senza conseguenze) le ire del Duce.

Un legame che dura fino in fondo

Benche Clara non fosse ancora direttamente coinvolta negli equivoci traffici di famiglia (ma lo divento, almeno in parte, nei giorni della Repubblica di Salo), Mussolini cominciava a essere stanco. Nel suo diario, alla data del 26 dicembre 1942, Ciano riporta quello che Mussolini stesso avrebbe confessato a Giulia Alliata di Montereale, principessa di Gangi e ”cordiale amica” del Duce: “A suo dire, Mussolini ne avrebbe fin sopra la testa di Claretta, del fratello, della sorella, di tutti quanti, ma non riuscirebbe a levarseli dai piedi perche e gentaccia, pronta al ricatto e allo scandalo”. Cosi, dopo aver diradato i suoi incontri con Clara, alla fine dell’aprile 1943 Mussolini decise di allontanarla definitivamente, proibendole l’accesso a Palazzo Venezia: questo a lei parve significare la fine di tutto.

Alla meta di luglio del 1943, quando ormai i giochi erano fatti, il malcontento popolare alle stelle, la rovina di Mussolini solo questione di giorni, Giacomo Carboni, generale e agente segreto gia direttore del SIM, Servizio Militare Italiano, dal 1939 al 1940 (dopo il 1943 sarebbe stato al soldo dell’OSS – Office of Strategic Services statunitense), si reco a conoscere personalmente Clara: lei lo ricevette – “nella sua camera da letto privata” – alla villa della Camilluccia, e gli apparve “Un esserino insignificante, con un naso all’insu, due occhi piccoli neri vispi, il visa pallido e senza trucco, le labbra sottili… in vestaglia molto scollacciata,  che le scopriva una parte del seno”; lei si lamento “dell’affronto ricevuto la prima volta che fu cacciata da Palazzo Venezia. Cercai di consolarla dicendole che, date le preoccupazioni del momento, bisognava scusare la procedura inelegante del suo amante. Ella protesto affermando che egli era sempre stato cosi con lei, sempre burbero […] ”Io non sono stata la sua amante”, aveva detto la Petacci fra le lacrime, ”sono colei che nei momenti piu tristi gli e stata vicino mentre tutti lo abbandonavano […]. Ora egli si trova nelle stesse condizioni di allora, senza una persona amica, circondato da traditori e non vuole che gli sia vicino”.

Alla distanza, sembra abbastanza chiaro che nei frangenti drammatici dell’estate del 1943 lo scandalo del clan Petacci e la relazione con Clara fossero all’ultimo posto nella lista delle preoccupazioni di Mussolini: quest ‘uomo non piu giovane, con seri problemi di salute e stretto nella morsa della disastrosa alleanza con Hitler, aveva ormai perso il contatto con il Paese; in piu, doveva contrastare contemporaneamente il crollo del regime, lo sfaldamento del fronte interno e l’incombere di un attacco diretto sul territorio nazionale.

Il resto e nei libri di Storia, che hanno sviscerato in ogni dettaglio il periodo compreso tra il 25 luglio 1943 e il 28 aprile 1945, inanellando ricostruzioni di volta in volta scientifiche, di comodo o fantasiose, su quella  che e, e resta, l’unica certezza assodata: la Petacci fu uccisa insieme a Mussolini, e forse non ce n’era alcun bisogno.

Da quanta si sa, sembra di poter dedurre che nei 600 giorni di Salo, Clara, invisa sia al clan familiare dell’ex Duce sia, sul lato opposto, agli uomini del ”Fascismo intransigente”, fu per Mussolini – sempre piu confuso e solo una sorta di male necessario piu che un punto di riferimento.  Fu l’unica a condividerne le scelte, anche quelle piu sofferte come la fucilazione di Galeazzo Ciano, gelosissima del suo uomo, si batte  con  ferocia  per mantenere la propria posizione di favorita e salvaguardare i suoi familiari. Considerata fanaticamente filotedesca, la cieca fede nella potenza e nella benevolenza di Hitler assomiglia piu all’ultimo appiglio del naufrago che alla serena fiducia di chi sa come stanno veramente le case. Le si attribuirono competenza politica e lucidita strategica, ma piu probabilmente fu soltanto l’eco delle convinzioni, o delle illusioni, di Mussolini.

Clara fu la confidente degli ultimi giorni del Duce, ma non la consigliera politica. Fu forse la depositaria di molti segreti, ma non seppe utilizzarli neppure per salvare se stessa. Fu forse, e sempre, soltanto la ragazzina 14enne che scriveva, in un 1926 ormai cosi lontano: “Ti amo profondamente come una piccola fascista della prima ora… io, piccola, ma ardita f’ascista, col mio motto preferito comprendo tutto l’amore che il mio cuore giovanile sente per Te: Duce, la mia vita e per Te!”.

E cosi fu, fedele fino in fondo al destino che aveva scelto e fortemente voluto.

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