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Claus Von Stauffenberg, l’uomo che cercò di uccidere Hitler

by Lettere21

L’ufficiale dell’esercito tedesco inizialmente condivise le ambizioni del Führer ma poi, inorridito dallo sterminio degli ebrei, tentò di assassinarlo. Non ci riuscì e la vendetta di Hitler fu spietata

Sento il dovere di fare qualcosa per salvare la Germania. Noi tutti, ufficiali dello Stato Maggiore, dobbiamo assumere la nostra parte di responsabilità»: così scriveva il conte Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg alla moglie Nina in una lettera del 1943. Von Stauffenberg si pose addirittura l’obiettivo più ambizioso: uccidere il Führer. Non era un oppositore di Hitler della prima ora, anzi; tra il 1933 e il 1939, mentre la sua carriera militare procedeva regolarmente, apprezzava il polso deciso di Hitler e ne condivideva le rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Austria e della Polonia. Alcuni ufficiali provarono a tastare il terreno chiedendogli di avvicinarsi alla resistenza contro il Führer, ma von Stauffenberg allora si riteneva legato alle decisioni del Cancelliere in quanto militare e rifiutò. Fu l’attacco alla Russia del 1941 a fargli cambiare idea. Se da un punto di vista strategico-militare, si rendeva conto che Hitler stava compromettendo le sorti della guerra, da quello umano e spirituale (von Stauffenberg era un devoto cattolico) non riusciva più a rimanere indifferente di fronte alle persecuzioni contro gli ebrei e al trattamento disumano riservato ai prigionieri russi. Von Stauffenberg, quindi, assieme al fratello maggiore Berthold, si avvicinò a quegli ufficiali di cui era risaputa l’opposizione al dittatore nazista.

Operazione Valchiria

La figura di riferimento per coloro che disapprovavano il regime era il generale Henning von Tresckow, che già dal 1934 era molto critico nei confronti di Hitler e con il passare degli anni si era convinto sempre più di trovarsi davanti a un pazzo assassino da fermare a tutti i costi. Prima di conoscere von Stauffenberg, Tresckow aveva già provato varie volte a uccidere il Führer, ma tutti i tentativi erano falliti. Assieme a von Stauffenberg, dunque, Tresckow mise a punto un piano meticoloso e temerario che prevedeva non solo l’uccisione di Hitler, ma anche la presa del potere da parte dei congiurati (in tutto una quindicina di membri tra ufficiali, generali, militari a riposo). Per realizzare il colpo di Stato, i militari pensavano di sfruttare un piano di mobilitazione dell’Esercito approvato dallo stesso Hitler e chiamato Operazione Valchiria (il piano Valchiria era stato redatto all’inizio della guerra per assicurare la continuità di governo nel caso la nazione fosse precipitata in uno stato d’emergenza): nei minuti successivi alla morte di Hitler, un messaggio radio avrebbe comunicato alla nazione l’uccisione del Führer da parte di alcuni membri delle SS (l’organizzazione paramilitare interna al Partito Nazista) e a Berlino l’esercito della Riserva avrebbe occupato le stazioni radio, i palazzi dei Ministeri e del Governo.

Esplosivo in valigia

Il piano era complesso, ma von Stauffenberg restava fiducioso. Bisognava solo trovare il momento giusto per far scattare l’operazione; Hitler, infatti, era sempre più sospettoso e non si spostava quasi mai dal suo quartier generale di Rastenburg (oggi Ketrzyn, in Polonia), un complesso di quasi 80 bunker collegati e nascosti dentro la foresta, detto la Tana del Lupo (Wolfsschanze). Stauffenberg era sempre più convinto della necessità di agire in fretta e, nonostante i rischi personali (aveva quattro figli e la moglie Nina aspettava il quinto), si offrì volontario per raggiungere la Tana del Lupo e uccidere Hitler. Era la mattina del 20 luglio 1944 quando von Stauffenberg si recò a Rastenburg per una riunione con il Führer; con sé portava una valigetta al cui interno erano nascosti due esplosivi al plastico da caricare manualmente pochi minuti prima dello scoppio. La sfortuna, però, si mise in mezzo fin da subito: la giornata era molto calda e Hitler decise di tenere l’incontro nella sala riunioni posta al piano terra, una stanza dalle pareti di legno e con le finestre aperte, e non nel solito bunker di cemento armato, le cui pareti avrebbero “contenuto” all’interno l’esplosione rendendola ancora più devastante.

Coincidenze sfortunate

Von Stauffenberg non si diede per vinto e decise di innescare comunque i due ordigni; si recò in bagno con la scusa di doversi rinfrescare ma, ancora una volta, il piano riuscì solo per metà. Un collaboratore di Hitler bussò infatti insistentemente alla sua porta, annunciando che la riunione stava per iniziare e, per non destare sospetti, Stauffenberg fu costretto a uscire dal bagno avendo armato solo una delle due bombe (i movimenti del giovane, inoltre, erano resi difficoltosi dal fatto che aveva perso un occhio, una mano e due dita durante la guerra). Giunto nella stanza, Stauffenberg si sedette e posizionò la valigetta sotto il tavolo attorno al quale stavano prendendo posto Hitler e i suoi collaboratori; pochi minuti dopo, la telefonata da Berlino di uno dei congiurati lo richiamò finalmente fuori dalla sala riunioni. Fu in questi istanti che, involontariamente, un militare spostò con il piede la valigetta, allontanandola dal posto di Hitler: un ulteriore colpo di sfortuna che pregiudicò la riuscita del piano. Mentre fingeva di recarsi a ricevere la telefonata, Stauffenberg assistette alla fragorosa esplosione e, nel caos che ne conseguì, salì in auto per dirigersi il più in fretta possibile a Berlino; un altro ufficiale a conoscenza del complotto diramò subito la notizia delle morte di Hitler e l’Operazione Valchiria ebbe inizio. Mentre Stauffenberg volava nella capitale, tuttavia, iniziarono a emergere le prime frammentate notizie dalla Tana del Lupo: il Führer era vivofi L’esplosione, attutita dalle pareti di legno, compromessa dallo spostamento della valigetta e dall’utilizzo di una sola carica, aveva ucciso tre persone, ma lasciato Hitler illeso. Quando Stauffenberg arrivò a Berlino, il caos regnava sovrano; da un lato, i militari della Riserva non avevano ancora preso possesso di caserme, Ministeri e stazioni radio e dall’altro, i membri del Partito Nazista e i capi delle SS erano venuti a conoscenza del fatto che Hitler fosse ancora al potere e si rifiutavano di obbedire agli ordini dei congiurati. Nonostante Stauffenberg, Tresckow e gli altri cercassero in tutti i modi di convincere funzionari e militari della morte di Hitler, già nel tardo pomeriggio il complotto venne scoperto e i congiurati, uno dopo l’altro, tutti arrestati. La vendetta del Führer fu implacabile: assieme ai membri del complotto, furono arrestate più di duemila persone (compresa la moglie incinta e i quattro figli di Stauffenberg) e, nelle settimane seguenti, ne vennero uccise circa duecento. Hitler ordinò che tutte le esecuzioni, spesso eseguite tramite strangolamento o impiccagione con ganci da macellaio, fossero filmate in modo che potesse rivederle. Poco dopo la mezzanotte del 20 luglio Claus von Stauffenberg fu trascinato nel cortile del Comando Supremo dell’Esercito per essere fucilato; prima di morire fece in tempo a gridare «Viva la santa Germaniafi».

Hitler rimase illeso in oltre 40 attentati

Hitler subì più di 40 attacchi potenzialmente mortali. Oltre al piano del conte von Stauffenberg, tra i vari attentati che si susseguirono tra il 1933 e il 1945 il più sfortunato fu senza dubbio quello di Georg Elser. Nel 1939 Elser, un giovane artigiano tedesco vicino al Partito Comunista, decise di eliminare il dittatore nazista ed elaborò completamente da solo un piano sofisticato. Iniziò facendosi assumere in una cava da cui, poco per volta, asportò materiale esplosivo per fabbricare una bomba; in seguito si licenziò fingendo un incidente e si trasferì a Monaco. Sapeva, infatti, che ogni anno Hitler si ritrovava in una birreria di Monaco con i suoi fedelissimi per ricordare il colpo di Stato che aveva tentato nel 1923. Elser, rimanendo nascosto dentro il locale dopo l’orario di chiusura, scavò in ginocchio per notti e notti e creò una nicchia in una colonna dove pose una bomba dotata di un timer. L’8 novembre 1939 il Führer arrivò alla birreria per tenere il suo annuale discorso. Tuttavia, poiché una fitta nebbia impediva al suo aereo di decollare per Berlino (obbligandolo, quindi, a prendere il treno) Hitler, irritato, decise di lasciare la birreria prima rispetto all’orario previsto. Quando la bomba scoppiò, il Führer era appena uscito. Elser fu bloccato mentre cercava di scappare in Svizzera e, riconosciuto dai camerieri della birreria come cliente abituale, fu subito arrestato. Interrogato e torturato senza pietà per individuare presunti complici (i nazisti sospettavano che dietro le sue azioni si celasse lo zampino degli Inglesi), fu detenuto in isolamento per quasi sei anni in attesa di una decisione di Hitler. Nell’aprile del 1945, consapevole dell’imminente sconfitta, il Führer diede ordine di ucciderlo.

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