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Come agisce la droga sul cervello

by Lettere21

Quella di cui si parla di più è il Ghb, ma tutti gli stupefacenti muovono “tasti” diversi nella mente. Eccoli nei dettagli

In tanti cercano la felicità chimica nelle droghe. E non sono più solo tossicodipendenti che si riconoscono alla prima occhiata, come succedeva in passato, ma anche molti insospettabili che spesso pensano di poter gestire le sostanze d’abuso e di farne un utilizzo controllato, riservandole a serate speciali da vivere su di giri. Si sbagliano di grosso: le droghe non fanno sconti. Utilizzandole infatti è impossibile non farsi male perché modificano il nostro cervello con una potenza devastante, che le rende al tempo stesso terribili e attraenti.

ALTERAZIONI DEL FUNZIONAMENTO

Per cominciare tutte, proprio tutte agiscono sui circuiti cerebrali e sui neurotrasmettitori, le molecole che trasportano i messaggi fra le cellule del cervello: alcune droghe si comportano come fossero loro stesse neurotrasmettitori, altre modificano il rilascio o il trasporto di queste molecole, altre ancora agiscono sui loro recettori (le parti della cellula che ricevono le informazioni che arrivano tramite i neurotrasmettitori). Il risultato è sempre una modifica del funzionamento del sistema nervoso centrale, più o meno immediata.

Un’altra caratteristica accomuna poi tutti i tipi di sballo: le droghe riescono a superare i meccanismi di controllo dei circuiti del piacere, che ci consentono di apprezzare il cibo o il sesso ma ci impediscono (quasi sempre) di far ruotare la vita solo attorno a questi, e che quindi ci regalano la razionalità.

Tutte le sostanze d’abuso infatti aumentano a dismisura la dopamina nel nucleo accumbens, un’area profonda del cervello al centro del circuito della ricompensa e della gratificazione, molto più di quanto accade con un’attività normale come, appunto, mangiare una pizza o passare una serata con il partner: lo tsunami di dopamina (un neurotrasmettitore) che travolge i neuroni quando si prende una “dose” azzera ogni possibilità di controllo, la sensazione di benessere è talmente intensa da rompere ogni argine. Così, più o meno velocemente a seconda del tipo di sostanza, l’uso diventa compulsivo, non si pensa quasi ad altro che alla prossima dose. Arriva cioè la dipendenza, quella voglia incontenibile di prenderne ancora per riprovare quella sensazione.

Non è un vizio ma una vera malattia, per giunta difficilissima da curare. “Bomba” di piacere a parte, le droghe sono però diverse fra loro. Non si “sceglie” a caso la sostanza d’abuso, anche se non è una decisione consapevole. Capita magari di provarne varie, sperimentando un benessere o un malessere più o meno intensi, ma la droga che diventa “preferita” è quella che in qualche modo risponde a un bisogno: una persona ansiosa difficilmente diventerà un consumatore di cocaina, che ha effetti soprattutto stimolanti; chi ha un umore che tende verso il basso non cercherà gli oppiacei e la loro azione rilassante. Ecco allora che cosa succede nel cervello quando si scelgono alcune fra le droghe più diffuse.

L’ACIDO GAMMA-IDROSSIBUTIRRICO O GHB

È finito sui giornali ed è conosciuto con l’appellativo di “droga dello stupro”, ma in realtà si trova naturalmente nel sistema nervoso centrale, sebbene a livelli parecchio inferiori a quando lo si prende per lo sballo: quando arriva nel cervello in grande quantità, Ghb si lega non solo ai suoi recettori ma pure a quelli di una molecola simile, il Gaba (un neurotrasmettitore), che “smorza” l’attività cerebrale e quindi la razionalità.

Così Ghb è sedativoe anestetico, rilassa i muscoli e ha un effetto disinibente; inoltre, aumenta la sensibilità tattile e quella almomentodell’orgasmo. Per questo conquista un certo tipo di pubblico. Viene usato soprattutto per il cosiddetto chemsex (letteralmente “sesso chimico”, nel quale si assumono droghe per facilitare i rapporti e aumentare il desiderio sessuale) ed è chiamato droga dello stupro perché oltre a rilassamento e perdita dei freni inibitori comporta una lieve amnesia retrograda. Ma il termine è fuorviante perché il Ghb non viene rintracciato spesso nelle vittime di violenza carnale, a cui invece non di rado viene fatto assumere alcol.

Ghb è pericoloso perché ha una finestra di utilizzo ristretta: significa che basta aumentare di poco la dose per passare dal “divertimento” al coma e all’arresto respiratorio. Il rischio poi cresce se si associa all’alcol e ad altre droghe, come spesso accade nei contesti in cui viene usato. Anche se non si arriva a rimetterci le penne, l’uso di Ghb è associato a conseguenze negative pesanti per il cervello: uno studio recente dell’Università di Amsterdam su consumatori regolari di Ghb ha dimostrato che l’uso altera la memoria a lungo termine e la memoria di lavoro (quella che serve per immagazzinare informazioni utili nel breve periodo, come ricordare un codice da digitare sul cellulare), e modifica la percezione delle emozioni, aumentando stress e ansia.

L’EROINA, QUELLA CHE RILASSA

È un derivato dell’oppio con un potente effetto rilassante: si lega infatti ai recettori cerebrali per gli oppioidi (molecole già presenti in piccole quantità nel nostro cervello e che regolano piacere e relax), e nell’arco di pochi secondi dalla dose provoca un’ondata di sensazioni piacevoli mentre tensione, ansia e depressione si allontanano. Questa fase dura pochi minuti, poi si resta a lungo calmi e rilassati, come distaccati dal mondo; un po’ tutte le funzioni del corpo rallentano, il cuore batte più piano, la pressione scende, c’è sonnolenza e in caso di overdose esiste il rischio concreto di morire perché si smette di respirare.

Oggi la via di somministrazione che va per la maggiore, anche fra ragazzini di appena 14 o 15 anni, è il fumo: l’eroina inalata arriva al cervello altrettanto rapidamente di quella iniettata e gli effetti sono gli stessi, il fatto di fumarla però ne ha “normalizzato” l’uso, rendendolo più accettabile agli occhi dei giovanissimi. Non si sentono tossicodipendenti, ma lo sono eccome. Il problema è che l’eroina dà molto rapidamente una fortissima dipendenza psicologica e fisica: poche ore dopo aver assunto l’ultima dose compare una terribile sindrome d’astinenza con sintomi come ansia, sudorazione e tremori, insonnia, tachicardia, vomito e diarrea, dolori diffusi che durano a lungo. Senza contare le conseguenze a lungo termine sul cervello: Yasmin Hurd del Mount Sinai Hospital di New York ha dimostrato che l’uso di eroina modifica perfino l’espressione di alcuni geni, portando a un aumento della quantità di proteine implicate nella comparsa di malattie degenerative come l’Alzheimer.

CANNABIS: LA SOSTANZA DELL’EUFORIA

L’hashish che si estrae dalla resina dei fiori e la marijuana ottenuta da foglie e fiori secchi della cannabis contengono il tetraidrocannabinolo, o Thc: gli effetti, che compaiono dopo pochi minuti e durano ore, comprendono benessere, euforia e rilassamento e dipendono dalla stimolazione dei recettori per i cannabinoidi. Anche queste sostanze sono coinvolte nelle “vie del piacere” cerebrali e per esempio, stando a quanto hanno scoperto alcuni ricercatori dell’università tedesca di Amburgo-Eppendorf, sono simili ai cannabinoidi prodotti dal corpo durante la corsa e sono quindi responsabili dello “sballo del corridore”, l’euforia postallenamento. Con la cannabis, però, l’effetto è assai più intenso e cresce con la quantità di Thc nella sostanza assunta. Tutti i dati raccolti in Europa mostrano che la percentuale di Thc nella cannabis sta aumentando. Ormai si trova dappertutto e fra i ragazzini lo spinello è comunissimo per non sentirsi esclusi, per rilassarsi, per ridere. Purtroppo, oltre a poter dare dipendenza come tutte le altre sostanze d’abuso, anche la cannabis ha effetti negativi sul cervello, specialmente se si inizia presto: il disturbo da uso di cannabis può comportare problemi psichiatrici fra cui la psicosi. L’adolescenza è la finestra di maggiore vulnerabilità: uno studio recente di ricercatori irlandesi su oltre 6 mila ragazzi ha dimostrato che l’impiego assiduo riduce pure il quoziente d’intelligenza e dopo appena 24 ore da uno spinello già si possono notare alterazioni delle capacità di apprendimento, di memoria e di attenzione.

COCAINA: DALL’UP AL CRAVING

Fa parte della famiglia degli stimolanti ed euforizzanti; blocca il recupero della dopamina e di altri neurotrasmettitori nelle sinapsi (le zone di comunicazione tra le cellule nervose) dando una grande, quasi immediata sensazione di euforia dovuta al “bagno” dei neuroni nelle molecole del piacere che restano in circolo perché non vengono più riassorbite. Azzera la paura e il senso del limite, ma l’azione finisce altrettanto rapidamente con un “down” accentuato in cui ci si sente depressi e disorientati; la dipendenza psicologica è fortissima perché l’effetto sulla dopamina è tanto potente da indurre il craving, il desiderio incoercibile di una nuova dose che, se non viene soddisfatto, porta ansia e perfino allucinazioni.

AMFETAMINE E ALLUCINOGENI

Nel caso delle amfetamine la “botta di euforia” è provocata dall’attivazione delle vie nervose della dopamina e della noradrenalina, neurotrasmettitore che mantiene il cervello “acceso” ed è coinvolto nell’attenzione. Il guaio è che lo stimolo è così potente da provocare danni irreversibili, a volte dopo una sola assunzione: è il caso dell’ecstasy, che distrugge rapidamente le scorte cerebrali di neurotrasmettitori fondamentali.

Per gli allucinogeni il meccanismo è diverso: “funghetti”, Lsd e altre droghe di sintesi, tutti agiscono sulla serotonina, il neurotrasmettitore “della felicità” che migliora il tono dell’umore ed è coinvolto nel controllo del comportamento e delle percezioni sensoriali. Con gli allucinogeni perciò le sensazioni si alterano, spazio e tempo si distorcono: chi li prende cerca di “viaggiare” oltre se stesso, magari a caccia di risposte sul senso di sé e della vita. Peccato che uscire dal tunnel dell’uso di sostanze sia difficile. E, così, spesso il biglietto è di sola andata.

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