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Da Firenze a Venezia: I luoghi che hanno avuto la fortuna di ospitare Dante

by Lettere21

Nato in una Firenze medievale, fitta di alte torri al punto di sembrare una moderna Manhattan, visitò poi la Lunigiana, il Casentino, Verona, Venezia e Ravenna. Ma qualcuno pensa che si sia spinto anche all’estero: a Parigi e addirittura in Islanda

Era diversa da quella che conosciamo noi. Una vaga idea di come poteva presentarsi agli occhi del poeta la si può avere ancora oggi passeggiando nelle strette vie che si stendono tra il Duomo e il Bargello. Ovunque poi sorgevano torri, non solo per sfruttare in verticale lo spazio che veniva a mancare in orizzontale ma per esprimere tangibilmente il potere delle famiglie che le avevano fatte costruire.

Firenze

Nel Duecento a Firenze ne esistevano almeno 150 (alcuni dicono perfino duecento), che davano alla città l’aspetto di una Manhattan medievale.

Furono abbattute quasi tutte o per ragioni politiche (nelle continue lotte tra guelfi e ghibellini la parte al potere faceva abbattere le torri degli avversari) o per ragioni di sicurezza (molte torri erano costruite in mattoni per risparmiare e spesso cedevano sotto il loro stesso peso): oggi ne rimangono solo 4-5. Molte costruzioni famose non erano state ancora realizzate: la cupola di Santa Maria del Fiore, per esempio, sarebbe stata iniziata solo nel 1419, circa un secolo dopo la morte del poeta (1321) e anche molti altri edifici come Palazzo Pitti o Palazzo Strozzi erano di là da venire.

La Firenze di Dante era comunque una città ricca in piena espansione, grazie alla forte crescita demografica di quei decenni, a sua volta legata alla forte crescita economica.

Il simbolo stesso di questa crescita era la nuova cerchia di mura realizzata a partire dal 1284 su progetto di Arnolfo di Cambio. Nel Medioevo le mura, con il loro circuito continuo, interrotto solo dalle porte, conferivano compattezza e unità al mondo cittadino, separandolo dalla campagna.

Quando una città cresceva era costretta a edificare una nuova cinta muraria più ampia, che sarebbe stata a sua volta colmata di case. Firenze conobbe almeno quattro cerchia di mura (alcuni storici ne distinguono in realtà sei). Alla fine dell’XI secolo contava circa 30mila abitanti, un secolo dopo, quasi il triplo. Per questo, quando Dante aveva poco più di vent’anni, il Comune mise mano a un ampliamento colossale delle mura, prevedendo 63 torri e 12 porte alte 35 metri: la superficie della città passò da 75 a 430 ettari.

Gli altri due simboli cittadini costruiti o iniziati durante la vita di Dante sono Palazzo Vecchio e il Duomo.

Dante conosceva solo la basilica di Santa Reparata, che sorgeva sull’area dell’attuale Duomo progettato da Arnolfo di Cambio nel 1296: per questa ragione nella Commedia parla solo del “mio bel San Giovanni”, ossia il Battistero di San Giovanni, un edificio romanico, rivestito di marmi bianchi e verdi dell’XI secolo. Sempre Arnolfo di Cambio fu il progettista infine del Palazzo dei Priori, iniziato alla fine del Duecento e inaugurato nel 1302 come sede della Signoria, che Dante sicuramente vide. Non poteva invece aver visto Ponte Vecchio: mentre Dante era a Firenze esisteva un altro ponte che resistette fino all’alluvione del 1333. L’attuale ponte fu realizzato solo nel 1345, quindi oltre vent’anni dopo la morte di Dante.

La casa natale del poeta oggi non esiste più. L’edificio che ospita la casamuseo a lui dedicata venne costruito nel 1906 sull’area che un tempo era occupata dalle case degli Alighieri, nel “sestiere” di porta San Piero.

C’è ancora invece la chiesa frequentata da Dante, Santa Margherita de’ Cerchi, dove fu celebrato il suo matrimonio con Gemma Donati. Qui sono anche le tombe della famiglia della moglie e dei familiari di Beatrice Portinari, che era nata in via del Corso, dove ora sorge il Palazzo Salviati Da Cepparello (attualmente sede di una Banca), sulla cui facciata si trova una lapide con i versi di Dante.

Il “ghibellin fuggiasco”

Dopo la condanna a morte in contumacia del 1302, che lo costrinse all’esilio fino alla morte, Dante si spostò continuamente, prima alla ricerca di un aiuto per rientrare in città e poi per avere un rifugio dove continuare a vivere: per questo Foscolo nei Sepolcri lo chiama “il ghibellin fuggiasco”.

Nel 1304 era a Forlì, in Romagna, ospite della famiglia degli Ordelaffi; da qui, passando per Bologna, Verona e Padova, si spostò a Treviso, protetto dal signore di quella città, Gherardo II da Camino. Nel 1306 fu chiamato in Lunigiana da Moroello Malaspina per aiutarlo a concordare una pace con il vescovo di Luni, e nel 1307 passò sotto la protezione dei conti Guidi nel Casentino, una quarantina di chilometri a est di Firenze.

Il castello di Poppi

Qui Dante peregrinò tra diversi castelli dei Conti, una tra le più potenti famiglie nobili dell’Italia centro settentrionale. Per qualche tempo fu ospite del conte Guidi di Battifolle nel castello di Poppi.

Questa fortificazione è una delle meglio conservate di tutta la Toscana, perché rimase costantemente in uso (tutt’oggi è sede del comune della cittadina) e venne più volte restaurato. La prima testimonianza scritta sulla sua esistenza risale al 1191 ma quasi certamente la sua fondazione risale a un paio di secoli prima. Il nucleo centrale è rappresentato da un’alta e potente torre, rimaneggiata nell’Ottocento.

Il conte Simone Guidi aveva iniziato nel 1274 la ristrutturazione di questo fortilizio per trasformarlo in una vera residenza, avvalendosi dell’aiuto di Arnolfo di Cambio (in effetti il castello di Poppi viene considerato come una sorta di “prova” in vista del palazzo della Signoria a Firenze).

La fortezza rimase in mano ai conti Guidi fino al 1440, quando furono piegati dalla Repubblica fiorentina (la resa finale venne firmata proprio a Poppi): una trentina d’anni dopo i fiorentini apportarono importanti migliorie al castello, tra cui un’imponente scala monumentale e un fossato.

Secondo la tradizione, mentre era ospite al castello, Dante avrebbe composto il canto XXXIII dell’Inferno, con il celeberrimo episodio del conte Ugolino della Gherardesca, proprio ispirato dalla figlia di Ugolino, che era la moglie del conte Guidi.

Il poeta abitò anche gli altri castelli dei conti in Casentino, in particolare quello di Romena (la cui esistenza è testimoniata almeno dal 1088) e quello di Porciano, poco a nord di Poppi, esistente almeno dal 1115. Di entrambi i castelli sono rimaste ormai solo le torri principali e alcuni tratti della cinta muraria, anche se rimane intatto il fascino antico dei luoghi.

Verona

Dante non rimase molto nel Casentino. Nel 1310 si trovava di nuovo a Forlì, dove apprese della discesa in Italia dell’imperatore Arrigo VIII e sperò vanamente che questi trasformasse il quadro politico italiano al punto da consentirgli di rientrare in patria. Arrigo morì improvvisamente nel 1313; Dante, già dall’anno precedente, aveva accettato l’offerta del condottiero Cangrande della Scala di trasferirsi a Verona. Quando Dante arrivò in città la città era sotto il controllo della potente famiglia dei Dalla Scala che se ne erano impadroniti, in modo non traumatico, nel 1262 con Mastino I, che era riuscito a farsi nominare Capitano perpetuo del popolo. Dante venne ospitato da Bartolomeo della Scala nel 1303 e da Cangrande della Scala in seguito.

Ravenna

Non sono note le ragioni per le quali Dante, alla ragguardevole età, per l’epoca, di 53 anni, si trasferì a Ravenna alla corte di Guido Novello da Polenta, podestà della città. Il poeta fu l’animatore di un circolo artistico cittadino mentre completava la Commedia scrivendo la cantica del Paradiso. Forse Dante risiedette in casa Scarabigoli e certamente conobbe e frequentò la chiesa dedicata a San Francesco nelle cui vicinanze è oggi sepolto. Si spostò anche fuori città, soprattutto nella pineta di Classe, pochi chilometri a sud di Ravenna. Ora quest’oasi ambientale è dominata dai pini che si sono imposti sul bosco originario, costituito prevalentemente da querce con la presenza di lecci, roverelle, farnie, carpini e olivelli oltre ad arbusti come il ligustro, il prugnolo, il sorbo domestico e il nespolo. Dante se ne ricorda nella Commedia, dove paragona la “divina foresta spessa e viva” che si stende in cima al monte del Purgatorio alla “pineta in su ‘l lito di Chiassi/quand’Eolo scilocco fuor discioglie” (Purgatorio, canto XXVIII, vv. 19-20).

Venezia

Nel 1321, Novello da Polenta chiese a Dante di partecipare a una ambasceria a Venezia, che in quel periodo stava muovendo guerra a Ravenna come ritorsione per gli attacchi di quest’ultima alle navi della Serenissima. Non è chiaro per quale motivo proprio il vecchio poeta fiorentino venisse incaricato di questa missione, anche se c’è chi giustifica questa scelta col fatto che Venezia si era alleata con il signore di Forlì, quel conte Ordelaffi che aveva ospitato Dante all’inizio del suo esilio. A Venezia Dante fu ospite della famiglia Soranzo e visitò l’Arsenale, che già all’epoca era un modello di organizzazione pre-industriale per la costruzione e la preparazione delle galee da guerra.

Parigi e altri luoghi

Nonostante l’incredibile quantità di studi, esistono ancora lunghi periodi della vita di Dante sui quali siamo poco informati. Partendo da spunti reali o immaginari si sono così potute sviluppare le ipotesi più diverse su altri suoi spostamenti, alcuni possibili, come i soggiorni a Parigi per seguire i corsi di teologia alla Sorbona, o quelli a Gorizia, Tolmino e Postumia, altri assolutamente impossibili. Tra questi figura l’ipotesi, basata su un’interpretazione esoterica di alcuni passi del Purgatorio, per la quale Dante sarebbe stato in Islanda, arrivando addirittura al Circolo polare artico.

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