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Dall’inferno, ai campi di battaglia

by Lettere21

Nel 1940 migliaia di polacchi furono deportati in Siberia e lasciati a marcire nei gulag di Stalin. Quattro anni dopo, i sopravvissuti formarono un battaglione e andarono a combattere contro i tedeschi in Italia. Ecco il racconto di quell’odissea

Nella città di Esfahan, in Iran, si trova il negozio di fotografia Jala. Alle sue spalle è annesso un vecchio edificio: dentro è conservata una marea di scatole piene di negativi di vetro scattati da Abdolqasem Jala, geniale fotografo della metà del XX secolo. Tra questi, che sono in uno straordinario stato di conservazione, si trovano i ritratti di cittadini polacchi che si rifugiarono qui durante la Seconda guerra mondiale.

Sono soprattutto scatti di donne e bambini: questi ultimi includono alcuni dei 13mila orfani polacchi che si trasferirono a Esfahan. Qualcuno è ancora in vita. “Ai nostri occhi l’Iran era un paradiso”, racconta Henrika Levchenko, che si è sposata ed è rimasta a vivere in Medio Oriente. “La gente era gentile e, dopo tutto quello che avevamo passato, questo ci sembrava un luogo meraviglioso”.

Henrika apparteneva al milione di uomini, donne e bambini polacchi deportati dalle autorità sovietiche nel 1941 e rinchiusi in vari campi di lavoro dell’Unione Sovietica. Più tardi queste persone si dispersero per il mondo e andarono a formare molte delle comunità polacche all’estero che esistono tutt’oggi, da quella di Tel Aviv a quella di Londra e di Melbourne. Per decenni la loro odissea è rimasta sconosciuta: in Polonia non si adattava alla versione ufficiale della Seconda guerra mondiale voluta dal comunismo e all’estero i suoi stessi protagonisti erano troppo impegnati a crearsi una nuova vita per aver voglia di guardarsi indietro, al punto che molti nascosero quel che era accaduto persino ai loro figli.

Oggi quella storia sta finalmente riemergendo, grazie alle testimonianze dei sopravvissuti e alle prove materiali sparse per il mondo – vecchie registrazioni per grammofono, poster cinematografici, valigie piene di lettere – che gli studiosi stanno rimettendo insieme e che una nuova generazione di polacchi vuole conoscere, per riuscire a dare un senso al proprio passato.

La Polonia polverizzata

Il 17 settembre 1939 le truppe sovietiche invasero la Polonia, sedici giorni dopo l’attacco tedesco che aveva sottomesso la popolazione nella parte occidentale del Paese e polverizzato Varsavia.

In base al patto Molotov-Ribbentrop tra Germania e Unione Sovietica, la seconda poteva reclamare le regioni orientali della Polonia, che includevano città ricche e prospere come Vilnius, Białystok e Leopoli, nonché vaste foreste e terreni coltivati. Nella popolazione figurava un gran numero di ebrei, che andava aumentando di giorno in giorno mano a mano che le famiglie ebraiche fuggivano verso est dai territori occupati dai nazisti.

Poche settimane dopo aver occupato la Polonia dell’est i sovietici cominciarono ad arrestare la gente del posto a decine di migliaia, per stroncare sul nascere ogni potenziale resistenza. Danuta Gradosielska, che oggi vive a Forest Gate, a Londra, era la figlia di un contadino di Rivne e aveva quattordici anni quando l’NKVD (la polizia politica sovietica) apparve sulla porta di casa sua alle sei del mattino del 10 febbraio 1940. Danuta ricorda che ai suoi genitori venne ordinato a forza di urla e spintoni di prepararsi a partire in mezz’ora: la famiglia raccolse quel che poteva – cibo, lenzuola, abiti caldi – e li impacchettò su una slitta.

Centinaia di famiglie furono radunate attorno alla stazione di Lyubomyrka. “Ci caricarono su treni merci”, ricorda Danuta, “settantadue persone per vagone. Il gabinetto era un buco sul fondo. Per dormire c’erano assi disposte come delle mensole. Io mi arrampicai sulla più alta e mi sdraiai a guardare fuori da una grata. Quando oltrepassammo il confine cantammo tutti in coro l’inno nazionale, La Polonia non è ancora scomparsa. Rimasi a guardare la Russia che si avvicinava: nient’altro che distese vuote e neve”.

Fu un viaggio terrificante. “I sorveglianti gettavano i corpi dei bambini morti nella neve. Se moriva un adulto, lo mettevano su una piattaforma nel vagone motori e, quando il treno rallentava, lo spingevano giù. Ma i bambini li lanciavano via e basta”. Elizabeth Piekarski, di Vilnius, ricorda una madre con due figli che cuoceva del grano su una stufetta da campo. “I bambini si avvicinavano sempre di più. Poi a un tratto il treno ebbe un sussulto e uno dei due cadde sulla stufa. Si ustionò a morte. Un sorvegliante lo afferrò per una caviglia e lo gettò fuori”.

Quando i treni raggiunsero la Siberia, due settimane dopo, il numero di anziani, malati e bambini deceduti era incalcolabile. Secondo l’Associazione per la Memoria di Krasnoyarsk, tra il febbraio del 1940 e il giugno del 1941 in Siberia arrivarono quattro gruppi di deportati. Il primo era composto da ufficiali dell’esercito polacco, silvicoltori e famiglie di contadini. Poi vennero i rifugiati, che includevano non solo famiglie ebree polacche ma anche ceche e austriache. Poi arrivarono famiglie di carcerati e per ultimi i deportati ucraini. I polacchi trascorsero i successivi diciotto mesi in campi di lavoro situati principalmente in Siberia e Kazakistan.

Oggi Elizabeth non tollera nemmeno il ricordo delle fatiche atroci che dovette sopportare in quel periodo. Una volta la misero a tagliare canne in un acquitrino: “Ci lasciarono senza cibo per due settimane. Non c’era assolutamente nulla da mangiare. Uno dei ragazzi si arrampicò su un albero e catturò degli uccellini da un nido. Tentammo di riscaldarli un po’ nell’acqua della palude prima di mangiarli”.

Sua sorella minore fu mandata nelle miniere di carbone di Karaganda, dove solo i bambini erano abbastanza piccoli da riuscire a passare nelle gallerie. La piccola sopravvisse a un’esplosione sotterranea che le lasciò schegge di carbone conficcate nel corpo per il resto della vita: a ucciderla fu invece la polvere corrosiva che pian piano le si accumulò nei polmoni.

Danuta e la sua famiglia furono messe in una foresta a tagliare legna e a vivere in capanne che avevano fatto parte del vecchio gulag. Non c’erano nemmeno sbarramenti di filo spinato, perché non c’era nessun posto dove scappare. Molti semplicemente morirono di fame. Danuta ricorda una famiglia nella capanna accanto alla sua, che aveva sette figli: ne sopravvisse solo uno.

Picchiati e torturati

Le storie di Elizabeth e Danuta sono solo due tra migliaia di altre. Vari deportati di tutte le età tennero diari e quaderni di schizzi per documentare quel che stava loro accadendo: tra questi c’era Edward Herzbaum, le cui memorie vennero ritrovate in una valigia dalla famiglia solo dopo la sua morte.

Edward era un ragazzo ebreo di diciannove anni e viveva da solo a Leopoli, dove sua madre lo aveva mandato per proteggerlo, quando l’NKVD venne a prelevarlo. I sovietici lo ustionarono con sigarette accese, lo picchiarono e lo spedirono in un gulag nei pressi di Yaroslavl’, dove il ragazzo scampò per un soffio alla morte diverse volte. “Non mi arrenderò a questi porci”, scrisse nel suo diario. “Non morirò davanti a loro così che possano ridere sul mio cadavere. Quando andremo all’inferno, nessuno saprà nemmeno come siamo morti”.

Ma poi tutto cambiò. Il 22 giugno 1941 i nazisti invasero l’Unione Sovietica spazzando via il patto Molotov-Ribbentrop, e da un giorno all’altro i deportati polacchi si ritrovarono alleati dei sovietici.

“Gira voce che abbiano stretto un qualche genere di accordo con il governo polacco per la creazione di un esercito e la liberazione di tutti i prigionieri e i deportati”, scrisse Edward. “L’idea di andare al fronte e morire là invece che qui mi riempie di una gioia immensa”.

Per guidare questo improvvisato esercito fuori dall’Unione Sovietica, il Primo ministro polacco in esilio, il generale Sikorski, scelse il generale Władysław Anders, che in quel momento era prigioniero a Mosca. Questi, una volta rilasciato, si recò in Asia centrale, sul confine meridionale del territorio sovietico: i polacchi si ammassarono a centinaia di migliaia sui treni per un viaggio verso sud di oltre seimila chilometri. Molti morirono di tifo prima di raggiungere la destinazione: nei villaggi uzbechi c’è ancora chi ricorda i portelloni dei treni che si aprivano per rovesciare fuori cadaveri come se fossero ciocchi di legno.

Danuta, che ormai aveva sedici anni, riuscì ad arrivare a Tashkent, dove dichiarò di avere due anni in più e si arruolò: si cucì l’aquila bianca della Polonia sull’uniforme e si imbottì di paglia gli stivali troppo larghi perché non le cadessero. L’esercito che si formò a Tashkent era diverso da qualunque altro si fosse visto in epoca moderna: soldati – molti dei quali adolescenti – con al seguito tutte le persone che dipendevano da loro, per non parlare di diecimila orfani. Una massa enorme di persone denutrite, disorientate e spesso malate di tifo.

All’esercito si unirono anche altri polacchi ancora sparpagliati per l’Unione Sovietica, tra i quali lo straordinario musicista Henryk Wars, che a Varsavia aveva partecipato alla lavorazione di più di cinquanta film prima della guerra. I tedeschi avevano arrestato molti artisti della sua cerchia, tra i quali il brillante compositore e ballerino Arthur Gold, che poi perse la vita a Treblinka: suo fratello (anche lui di nome Henryk) riuscì invece a fuggire e si unì al generale Anders insieme a Wars e ad altre celebrità sopravvissute alle deportazioni.

Anders guidò l’esercito oltre il confine sovietico nella primavera del 1942: più o meno 115mila polacchi si imbarcarono su chiatte scricchiolanti a Krasnovodsk e attraversarono il Mar Caspio fino al porto iraniano di Anzali. Per 639 di loro fu quella la fine del viaggio: arrivarono a terra già cadaveri o morirono sulla spiaggia.

L’esercito britannico era pronto ad accoglierli con tende per la disinfezione di massa e autocarri per condurli a Teheran, da dove i non combattenti sarebbero stati trasferiti perlopiù a Esfahan. Un certo numero di orfani venne di nuovo spostato in India e in Africa orientale. A Teheran venne addestrato personale militare e medico che si trasferì poi in Iraq e in Palestina per unirsi alla campagna Alleata in Nordafrica.

Momento di gloria

Danuta divenne una delle circa seicento donne e ragazze polacche della Compagnia Trasporti 316, composta solo da personale femminile. “Guidavo un Dodge da tre tonnellate. Ero talmente minuta che per guardare al di sopra del volante dovevo sedere su una coperta piegata. Vedendo noi ragazze che guidavamo i camion gli uomini restavano a bocca aperta”. Sul suo autocarro Danuta trasportò munizioni, carburante, cibo e uomini per tutto l’Egitto.

Varie centinaia di ebrei polacchi – tra cui il futuro primo ministro israeliano Menachem Begin – abbandonarono l’esercito in Palestina e si unirono alla comunità polacca trasferitasi lì già prima della guerra. “Tutti i bar e i caffè appartenevano a polacchi, che si prodigavano per trattarci bene”, ricorda Elizabeth. “Era un po’ come essere a casa, come essere di nuovo in Polonia”. “Siamo tornati un po’ più vicini al mondo in cui abitavamo prima della guerra”, scrisse Edward Herzbaum, “perciò cominciamo ad assomigliare di nuovo alle persone che eravamo prima della Russia. Ma non significa che io mi senta più vicino al mio passato. Tutto il contrario, piuttosto… La persona che sono adesso non ha un posto in questo vecchio mondo, non più di quanto ne abbia uno nel mondo nuovo”.

Dopo l’Egitto i polacchi vennero trasferiti via mare a Sorrento per partecipare alla campagna in Italia con il nome di Secondo Corpo Polacco: ciò che accadde a quel punto fu, per molti di quegli uomini e donne, il momento più importante di tutta la loro vita di combattenti. Furono mandati a Montecassino, dove gli eserciti alleati avevano già combattuto tre battaglie per spezzare le difese tedesche attorno all’abbazia benedettina arroccata su una collina, punto di ancoraggio della Linea Gustav che si opponeva all’avanzata alleata verso Roma.

Nella quarta battaglia fu messa in atto l’Operazione Diadema del generale Harold Alexander, che aveva come obiettivo assediare la collina e tagliare fuori i tedeschi dalla valle sottostante. Il compito dei polacchi era circondare l’abbazia per isolarla e riconnettersi con un contingente britannico dalla parte opposta. Nella notte dell’11 maggio 1944 il generale Anders e i suoi uomini entrarono in combattimento preceduti da un devastante bombardamento di artiglieria: seguì una battaglia lunga una settimana che alcuni descrissero come una “Verdun in miniatura”. Sull’altura battezzata “Testa di Serpente”, che sovrastava l’abbazia, si lottò aspramente, anche corpo a corpo.

I tedeschi resistettero con tutte le loro forze, ma il 18 maggio britannici e polacchi riuscirono a ricongiungersi e questi ultimi si arrampicarono fin sulla cima del crinale per piantare sulle macerie la loro bandiera. Ma fu una vittoria a caro prezzo: il Secondo Corpo perse più di mille uomini. Elizabeth, che era a Montecassino come infermiera, fece quanto in suo potere per i feriti e i morenti, ma ne giungevano così tanti che a un certo punto si arrivò a cento pazienti per ogni singola infermiera.

Montecassino passò alla Storia come il momento di gloria del generale Anders. La Polonia come nazione era occupata e in macerie, ma su Montecassino la malconcia bandiera polacca sventolava gloriosamente.

Dopo la resa tedesca nel 1945, pochi componenti del Secondo Corpo tornarono a vivere in Polonia, che la Conferenza di Yalta aveva spaccato in due consegnando i suoi territori orientali all’Ucraina e alla Lituania sovietiche. Qualunque piano per il futuro gli ex deportati potessero avere, ne risultò irreparabilmente compromesso. Per di più non molte famiglie erano uscite integre dalla guerra.

La sorella di Danuta, Zosia, era morta di polmonite in Siberia nel 1940. La madre di Edward Herzbaum aveva perso la vita nel ghetto di Łodz nel 1943. Il padre di Elizabeth era stato assassinato dall’NKVD a Katyn, anche se il fatto non divenne noto prima del 1990. Altri nuclei familiari vennero completamente sterminati.

Dimenticare il passato

I polacchi iniziarono finalmente a costruirsi una nuova esistenza. Alcuni si trasferirono negli Stati Uniti, in Australia, in Canada o in Sudafrica. Henryk Wars andò in America, riprese in mano la sua carriera con l’aiuto di Ira Gershwin e realizzò dei film per la Columbia, la Universal e la Twentieth Century Fox. Danuta sposò un ufficiale polacco in Italia e si trasferì con lui in Gran Bretagna, dove ebbe sei figli e dove vive tutt’ora. Elizabeth fu congedata in Scozia: “Agli uomini diedero un abito e alle donne un po’ di materiale, e questo fu tutto! Addio e grazie tante”.

Anche Edward Herzbaum si trasferì in Gran Bretagna, dove divenne architetto. “E ora che sono vicino alla fine”, scrisse, “è così strano pensare che questa lettera un giorno emergerà dalla nebbia da qualche parte e che tu, che sei così lontano da me, la leggerai”. Così è stato. Portando l’eco lontana di quegli uomini che sopravvissero due volte all’inferno: ai gulag e ai campi di battaglia della Seconda guerra mondiale.

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