E io mi difendo così

Peti urticanti, sangue dagli occhi, vomito nauseabondo… Per salvarsi, si fa di tutto. Ecco le strategie più disgustose

Immaginate di essere un Bufo japonicus, un grosso rospo comunissimo in Giappone. Mangiate ciò di cui si nutrono tutti i rospi: lombrichi, insetti e altri bocconcini invertebrati. Un giorno una mano gigantesca vi prende e vi porta in un laboratorio: terrorizzati dal vostro destino (avete sentito le storie dell’orrore sui rospi rapiti dagli umani e sottoposti a esperimenti), vi ritrovate invece davanti una prelibatezza, un grosso e succulento coleottero giallo e nero. Voracemente ingollate il bocconcino e… dopo un po’ lo stomaco comincia a bruciarvi, e siete costretti a risputare l’insetto, che vi guarda e si allontana soddisfatto. Purtroppo per voi, il “bocconcino” era un coleottero bombardiere della specie Pheropsophus jessoensis: un animale che, per proteggersi dai predatori, emette un getto di liquido puzzolente e, soprattutto, bollente. Voi siete a pezzi. Non solo tutto ciò è successo nel vostro stomaco, ma le storie sugli esperimenti degli umani erano vere… Quello che vi abbiamo raccontato è infatti un esperimento condotto all’Università di Kobe, in Giappone: i ricercatori hanno visto come i coleotteri bombardieri possano, in molti casi, sopravvivere persino dopo essere finiti nello stomaco del predatore. Merito della difesa esplosiva che dà loro il nome. Nell’addome hanno infatti due sostanze, in serbatoi separati: quando queste si mischiano, nella reazione chimica si producono un composto irritante e l’energia necessaria a scaldarlo fino a quasi 100 °C, per poi espellerlo in modo esplosivo da una valvola sul retro.

STRATEGIE VOMITEVOLI. Se state pensando “Ma che schifo!”, non avete ancora sentito nulla: le tattiche di difesa ripugnanti sono infatti sorprendentemente diffuse in natura. Se il coleottero bombardiere usa una sorta di “peto rovente”, molti altri animali puntano invece sul rigurgito. E anche per un predatore affamato farsi vomitare in faccia non è piacevole. È il caso di un altro insetto, il lofiro del pino (Diprion pini). Le sue larve vivono in gruppi sui rami dei pini, mangiandone gli aghi, e se minacciate vomitano all’unisono una sostanza appiccicosa. Anche se in effetti qualche insetto si astiene dal rigurgito collettivo, come ha scoperto di recente Carita Lindstedt dell’Università di Jyväskylä, in Finlandia: chi bara, infatti, è tutelato dagli sforzi dei compagni e non deve vomitare nutrienti preziosi.

Una strategia analoga è usata da uccelli come fulmaro, ghiandaia marina e avvoltoio collorosso. Il primo vive nei mari freddi del Nord; gli adulti e soprattutto i più indifesi pulcini hanno imparato a tenere a distanza gabbiani e altri predatori vomitando uno spruzzo di liquido oleoso arancione, la cui puzza di pesce è molto forte e molto persistente… Ma soprattutto quest’olio aderisce alle penne degli altri uccelli arrivati al nido con intenzioni mangerecce, rendendo il piumaggio meno “a prova d’acqua” e isolante, e dando problemi per il galleggiamento e il volo.

Una tattica identica usano i piccoli di ghiandaia marina, uccello marroneturchese presente anche in Italia: se minacciati, si vomitano addosso un ripugnante liquido arancione che li rende meno attraenti come spuntino. L’odore serve anche ad avvertire i genitori che qualcosa è successo: quando tornano al nido, ha provato un team spagnolo, sono infatti molto più cauti.

E vomita anche l’avvoltoio collorosso, diffuso in America. Se si trova di fronte un nemico che lo coglie quando è appesantito da un pasto, o che si avvicina al nido, rigurgita il suo pranzo semidigerito. E potete immaginare cos’è, visto che si nutre di carogne in decomposizione.

LA TATTICA DEI MORTI VIVENTI. Non sempre è necessario fare lo sforzo di rigurgitare il cibo faticosamente ottenuto. Può bastare un cattivo odore per salvarsi la vita. È ciò che fanno per esempio le moffette (ce ne sono varie specie, che vivono in America): dotate di due ghiandole vicino all’ano, spruzzano un mix di sostanze chimiche. Le moffette devono solo voltare le spalle al nemico e “sparare” da sotto la coda uno spray che arriva a vari metri di distanza, mefitico e anche bruciante per gli occhi. È nota per produrre un secreto maleodorante, sempre da ghiandole sotto la coda, anche la puzzola europea. E poi c’è l’opossum, la cui tattica difensiva preferita (fingersi morto) è talmente nota che in inglese playing possum (fare l’opossum) significa “fingersi morti”; questo marsupiale non si limita a recitare la parte del cadavere, ma emette sempre dalle ghiandole anche un odore che lo identifica con un corpo morto. Lo stratagemma è così efficace che lo usano anche rettili come i serpenti muso di porco: oltre a immobilizzarsi, completano la recita emettendo uno sgradevole odore di carogna.

FILM HORROR. Per quanto efficaci, però, le tattiche di puzzole e opossum non sono così raccapriccianti come quelle del frinosoma cornuto: per tenere a distanza i predatori, coyote in primis, questo rettile prima gonfia i polmoni per diventare una sorta di palla di spine, poi passa all’artiglieria pesante e comincia a spruzzare il suo stesso sangue (che ha un odore e un sapore disgustosi) dagli occhi. E nessuno, ne siamo certi, vorrebbe mai nuotare troppo vicino a una missina, parente delle lamprede. Queste creature marine anguilliformi hanno una fila di ghiandole lungo tutto il corpo che, in caso di attacco, liberano una nuvola di muco appiccicoso che si espande a contatto con l’acqua e può andare a ostruire le branchie di qualsiasi pesce abbia provato a mangiarsele.

D’altra parte, negli abissi marini ci si difende anche con altre strategie horror: Octopoteuthis deletron, per esempio, un calamaro che vive nel Pacifico a circa 800 metri di profondità, quando viene inseguito da un predatore lo arpiona con un tentacolo bioluminescente e scatta nella direzione opposta, strappandosi l’arto e lasciandolo al nemico. Peggio, molto peggio, fa l’oloturia, il cetriolo di mare molto diffuso anche nel Mediterraneo, che ha imparato a espellere dall’ano alcuni dei suoi organi interni, che hanno un aspetto filamentoso e riescono a disorientare il predatore. Gli organi in questione sono in parte pezzi di intestino, ma soprattutto componenti dell’apparato respiratorio che si attaccano al nemico e lo possono immobilizzare: poi ricrescono, il che significa che un’oloturia può espellere i propri organi dall’ano più volte nel corso della vita.

UNO SCUDO DI… A proposito: credevate che gli escrementi fossero esclusi da questa carrellata di schifezze? Niente affatto: sono anzi tra le armi di difesa più utilizzate. Spesso in modi creativi: le larve di molti Crisomelidi, coleotteri che si nutrono di foglie, costruiscono per scopi difensivi il cosiddetto “scudo fecale”, un’armatura realizzata con la loro stessa cacca e che può assumere le forme più disparate: quella creata da Hemisphaerota cyanea assomiglia al nido di un uccello. Nella maggior parte dei casi, però, le feci sono usate nel modo più semplice ed efficace: scagliandole in faccia agli avversari. Lo fa l’upupa, per esempio, che emette un fiotto di escrementi maleodoranti negli occhi di chi la insegue (oltre a passarsi sulle piume una secrezione puzzolente).

Peggio ancora fa il cogia di De Blainville, che nonostante il nome da nobile ottocentesco altro non è se non un cugino piccolo del capodoglio (è lungo “solo” tre metri): se attaccato da uno squalo o da un’orca, prima spruzza un fiotto di diarrea rossastra, poi agita le pinne per miscelarlo con l’acqua, infine si nasconde nella nuvoletta di escrementi e sparisce dalla vista… Ma per difendersi, come avete visto, nel mondo animale si fa questo e molto, molto altro.

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