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E Monna Lisa (per un po’) tornò a casa…

by Lettere21

Non possiamo certo paragonarlo ad Arsenio Lupin ma, nel suo genere, Vincenzo Peruggia fu una specie di genio anche se inconsapevole. Realizzò nell’agosto 1911 il «furto perfetto», comportandosi con semplicità e ingenuità. E questo fece di lui l’unico uomo, con Napoleone, che abbia dormito a lungo con la «Gioconda». Ecco la storia di un colpo di mano geniale e del suo autore, che non era un vero ladro ma un italiano deciso, a modo suo, a vendicarsi sui francesi e a riportare a Firenze il quadro più famoso del mondo

Gli eventi che coinvolsero la «Gioconda» di Leonardo da Vinci nell’estate 1911 appartengono a pieno titolo alla categoria dei cosiddetti «furti del secolo», o meglio forse è stato il «furto del secolo» per eccellenza anche perché ha poi dato vita a tante storie parallele – come spesso capita in questi casi – che facilmente tracimano nella mitologia. Eppure in quella vicenda non c’è nulla di mitico ma casomai c’è una semplicità che sorprende e disarma: la sparizione di un’opera ritenuta uno tra i capolavori mondiali, portava via sotto il naso di un bel numero di persone, con un modus operandi che avrebbe stordito anche le certezze positiviste di Cesare Lombroso. Ad accorgersi dell’assenza del capolavoro leonardesco furono due artisti autorizzati a riprodurre alcune opere del Louvre in occasione del giorno di chiusura (lunedì). Era la mattina del 21 agosto 1911. Per circa due anni la «Gioconda» fu celata in una modesta stanzetta di Parigi, abitata da Vincenzo Peruggia (1881-1925), nativo di Dumenza, in Lombardia.

La storia è quindi semplice e per alcuni aspetti paradossale, di un realismo che sconcerta poiché va contro ogni regola: sembra un furto impossibile da attuare nella realtà, possibile solo nei romanzi. Viene da chiedersi come abbia fatto un uomo senza alcuna esperienza criminale a mettere a segno un furto così ardito e spericolato anche per un professionista del settore. Vincenzo Peruggia professionista non lo era di certo, se si escludono un paio di inciampi con la giustizia per un fatto legato a un’adempienza legata al permesso di soggiorno e per gli strascichi dovuti a una sbronza smaltita nel modo peggiore possibile. Eppure fu lui a mettere a segno un colpo che in teoria era destinato a scoraggiare chiunque, impossibile appunto. Sappiamo che Peruggia utilizzò abilmente la falle del sistema di sicurezza del Louvre, ma quasi certamente senza rendersene ben conto, senza una premeditazione strutturata, senza un piano preciso. Il furto fu portato a segno con un’improvvisazione disorientante, eppure accadde tutto senza intoppi. L’opera emblematica del Rinascimento fu smontata dalla cornice, celata sotto una giacca e portata fuori attraverso una porta secondaria. Poi il ladro salì su un autobus verso casa. Per l’agitazione sbagliò anche linea… Comunque arrivò nella sua abitazione senza destare sospetti.

«Peruggia Vincenzo di Giacomo e di Rossi Celeste, nato a Dumenza l’8 ottobre 1881, pittore di stanze». Queste le generalità rilasciate dall’autore del furto della «Gioconda» quando gli agenti lo arrestarono a Firenze all’Hotel Tripoli, in via Panzani 2. Erano le 16,55 del 12 dicembre 1913 e veniva così scritta la parola fine su un rocambolesco furto d’arte. Finiva la clandestinità di un capolavoro del genio di Vinci e iniziava la seconda parte del suo mito. Dal 21 agosto 1911 al 12 dicembre 1913, quella piccola tavola di legno di pioppo, spessa 13 centimetri, lunga 77 e larga 53, era stata occultata prima in uno stanzino dove era accatastata la legna da ardere e poi in una cassa di legno appositamente realizzata, nella modesta abitazione parigina di Peruggia in Rue de l’Hôpital-Saint-Louis al numero 5. L’emigrato italiano vi abitava da un po’ di anni, senza destare sospetti: il suo infatti era un comportamento simile a quello di tanti altri italiani che lavoravano a Parigi. Tante ore trascorse nei cantieri e poi la sera nelle osterie, con gli altri compatrioti, a bere e cantare accompagnandosi con il suo mandolino, cercando di celare con la spensieratezza e il vino il peso della distanza da casa e le difficoltà di un’esistenza da immigrato, bollato dai francesi con l’appellativo di «macaroni»… Peruggia, nel corso del processo, disse appunto che il suo furto era soprattutto un’azione di rivalsa contro la Francia basata sulla falsa opinione che la «Gioconda» fosse stata impropriamente sottratta all’Italia da Napoleone Bonaparte. In realtà le cose erano andate diversamente. Fu Leonardo a portare quella tavola in Francia nel 1516, quando il maestro di Vinci fu invitato dal sovrano francese Francesco I a lavorare a Clos Lué, non lontano dalla residenza regale. È opinione diffusa che il Re acquistò quel ritratto per quattromila scudi d’oro. In seguito il dipinto fu trasferito a Versailles per volontà di Luigi XIV; dopo la rivoluzione francese fu portato al Louvre e in seguito Napoleone lo volle nella sua camera da letto. Poi, nel 1804, la «Gioconda» ritornò al grande museo parigino.

Consapevole che molticapolavori italiani erano stati sottratti al nostro Paese da potenze straniere, Vincenzo Peruggia, dopo aver confermato di essere la mente e l’unico esecutore del crimine, disse di essere entrato al Louvre poco dopo le sette del mattino di lunedì 21 agosto (il lunedì era il giorno di chiusura al pubblico), passando per la Porta Jean Goujon. Da lì, dopo aver attraversato il cosiddetto «Maneggio», cioè la sala del pianterreno, raggiunse il corridoio passando poi alla Scala Sept Mètres, quindi si trovò al Salon Carré. Senza difficoltà staccò la «Gioconda» dal muro, poi si nascose in un vano di servizio presso la Scala Sept Mètres; qui, dopo aver verificato l’impossibilità di uscire da una porta di servizio (di cui ruppe la maniglia senza riuscire ad aprirla) dalla quale raggiungere un piccolo cortile e quindi la Corte Visconti per poi uscire sul Lungo Senna, con un cacciavite portato per l’occorrenza, smontò la tavola dipinta dalla cornice, lasciando sul posto la cornice. Poi rapidamente raggiunse il pianerottolo della Scala Sept Mètres con il suo fardello sotto il braccio: non fu notato da nessuno, non destò sospetti, e in un attimo fu nel «Maneggio».

Quindi raggiunse un cortile interno da dove, approfittando di una porta aperta, guadagnò l’uscita e si trovò in strada. Forse perché visibilmente provato dallo stress della sua impresa, balzò al volo su un autobus, ma sbagliò linea e quindi si trovò su un mezzo che andava in direzione contraria a quella che l’avrebbe condotto verso casa. Scese alla prima fermata e prese un taxi dal quale si fece portare in Rue de l’Hôpital-Saint-Louisdove abitava. Salì rapidamente al suo appartamento, nascose la «Gioconda» in un ripostiglio in cui era ammassata la legna per la stufa e quindi raggiunse di corsa il posto di lavoro in Rue Bourg Tibourg, giungendovi trafelato intorno alle nove del mattino e giustificando il suo ritardo come uno degli effetti dei postumi di una sbornia domenicale. Tra l’altro uscendo di casa, dopo aver celato il bottino, si fece notare dalla portiera, sottolineando di essersi svegliato in ritardo: si era così creato un alibi.

Quando al Louvresi accorsero che Monna Lisa non era più al suo posto, nessuno volle credere al furto: si pensò fosse stata spostata, magari trasferita nel gabinetto fotografico. Dopo molte ore fu chiaro invece che il capolavoro leonardesco era scomparso. Fu quindi necessario avvertire il direttore del Louvre, Théophile Homolle, da alcuni giorni in vacanza sui Vosgi e che prima di partire aveva scherzosamente detto ai collaboratori: «Cercatemi solo se il museo va a fuoco o se rubano la Gioconda»… Anche il sottosegretario alle Belle Arti del ministero era in campagna e fu avvertito con un telegramma: pensò ad uno scherzo e lo cestinò ridendoci su. Quando la Sûreté giunse al Louvre era ormai pomeriggio inoltrato. Iniziarono così le indagini che in prima battuta si rivolsero ai dipendenti e alla maestranze che, per conto di ditte appaltatrici, operavano all’interno del museo con incarichi diversi (imbianchini, vetrai, muratori, falegnami, ecc.). Tutti vennero interrogati. Toccò anche a Peruggia. Un funzionario della Sûreté si presentò al numero cinque di Rue de l’Hôpital-Saint-Louis per interrogarlo.

Sono entrate a far parte della mitologia formatasi intorno alla vicenda reale del furto, le modalità con cui vennero effettuate le indagini: mentre gli agenti perquisivano la stanza di Peruggia, un funzionario appoggiò i fogli del suo verbale sul tavolo, sotto la cui tovaglia era nascosta la «Gioconda», per poterli compilare più agiatamente, senza rendersi conto di quanto fosse vicino al capolavoro leonardesco… Ma non se ne accorse, mentre il suo interlocutore probabilmente sudava freddo, riuscendo comunque a mantenere una buona dose di calma. Dopo l’incontro, si ritenne che l’imbianchino italiano non avesse alcun legame con la sparizione della «Gioconda» e quindi il suo nome fu depennato dalla lunga lista di persone da interrogare e/o considerare sospette. Lista che via via si fece sempre più scarna, fino ad azzerarsi completamente senza aver fornito spunti di indagine degni di approfondimento. Dall’agosto 1911 fino al dicembre 1913 della «Gioconda» non si seppe più nulla: era semplicemente scomparsa. O meglio era celata a casa dell’operaio italiano che nascoste quel capolavoro senza destare sospetti. Le cose cambiarono quando Peruggia cercò di venderla… Si tratta di una fase articolata, che nello spazio di un articolo dobbiamo necessariamente sintetizzare. Sappiamo che, nell’estate del 1912, Peruggia andò a Londra e si rivolse a un famoso mercante d’arte inglese, Joseph Duveen, chiedendogli quanto potesse valere la «Gioconda»: si recò direttamente in Old Woll Street, nella galleria dell’antiquario, ma senza portare con sé Monna Lisa. Comunque Duveen, forse credendolo un millantatore, lo congedò velocemente.

Successivamente, il 5 ottobre 1913, Vincenzo scrisse al deputato Lucchini del collegio Gavirate-Luino firmandosi «Monsieur P.P.» e mettendo subito in evidenza di necessitare di un aiuto per portare a compimento l’impresa, impossibile in caso contrario da effettuare «da solo». Nella sua missiva la prendeva alla lontana: dopo aver chiarito che il progetto era quello di riportare la «Gioconda» in Italia, avvertiva il destinatario di essersi già rivolto, attraverso il «Corriere della Sera», a una «Società che raccoglie tutte le opere di Leonardo» (sic), ma di non aver avuto risposte. Avrebbe così deciso di scrivere al Lucchini, affinché il politico prendesse contatti con la non meglio identificata «Società» di cui sopra, e attraverso qualche ente riportasse il capolavoro leonardesco a Firenze. Dopo queste precisazioni patriottiche, si passava alle richieste economiche: «Noi non domandiamo un grosso riscatto no, sarebbe egoistico e personale, ma domandiamo una ricompensa in denaro che ci rimuneri le spese sopportate per avere il dipinto nelle nostre mani». Quindi, passando dal plurale al singolare, ricordava a Lucchini di essere «un elettore influente» nel «Collegio di Gavirate», quello dell’onorevole destinatario della lettera, e senza tanti giri di parole chiosava il suo scritto con semplice ed esplicito concetto: «Se voi mi aiuterete alla mia causa a mia volta potrò molto fare nella vostra prossima candidatura. Attendo una vostra e pronta risposta e siccome voglio essere prudente per la mia libertà corrispondente fermo in posta». Con notevole ingenuità e imprudenza (scripta manent) Peruggia suggeriva l’opportunità per organizzare un voto di scambio, dimostrando di essere sostanzialmente uno sprovveduto, che si illudeva di coinvolgere un politico con una reputazione da difendere in un furto internazionale.

Dopo l’arresto, nel corso di un interrogatorio, Peruggia affermò: «scrissi quella lettera nella credenza che l’onorevole Lucchini, con la sua influenza, avesse potuto far acquistare all’Italia la Gioconda». Visto che l’onorevoleLucchini non diede seguito alle sue proposte, Peruggia cambiò nuovamente piano e decise di rivolgersi all’antiquario fiorentino Alfredo Geri. Perché proprio Geri? Perché l’antiquario – che era anche un collezionista d’arte – aveva pubblicato sui giornali un curioso annuncio in cui chiedeva ad altri collezionisti privati di prestargli opere in loro possesso per organizzare una mostra presso la sua galleria fiorentina. Evidentemente Peruggia aveva visto l’annuncio e, usando lo pseudonimo di Vincent Léonard, scrisse a Geri sostenendo di possedere la «Gioconda» e di essere disposto a cederla. Sorpreso, Geri chiese ed ottenne l’aiuto di Corrado Ricci, sovraintendente alle Belle Arti, e di Giovanni Poggi, funzionario degli Uffizi, quindi rispose a «monsieur Léonard» di essere interessato ma di voler visionare il dipinto. Fu così che Peruggia portò la «Gioconda» a Firenze per farla analizzare da Geri e da Poggi: i due chiesero di portarla agli Uffizi per ulteriori accertamenti. Vincenzo accettò senza neppure richiedere una ricevuta. Tra l’altro, quando Geri e Poggi uscirono dall’albergo furono fermati da una robusta portiera, la quale credeva che i due distinti signori avessero sottratto un quadro in una delle stanze dell’albergo! Dopo la conferma dell’autenticità dell’opera, Geri e Poggi convinsero Peruggia a ritornare in albergo e quindi chiamarono la polizia che lo arrestò.

Il ritrovamento della «Gioconda» fu festeggiato sulle pagine dei giornali di mezzo mendo: lo Stato italiano la restituì alla Francia, chiedendo solo di poterla mostrare al pubblico per un brevissimo lasso di tempo a Firenze, Roma e Milano. E mentre Monna Lisa ritornava a Louvre, Vincenzo Peruggia entrave nelle regie galere. Il suo processo fu seguito come un avvenimento mondano, che produsse due fazioni: da una parte quelli che lo consideravano un criminale e dall’altra quelli che invece lo vedevano come un patriota. La perizia psichica stabilì che l’imputato rivelava «un difetto costituzionale certamente innato. Si tratta quindi di un fenomeno d’arresto dello sviluppo psichico, che colloca il nostro soggetto nella categoria dei deficienti. Il Peruggia cioè è un frenastenico». Frenastenico di fatto significa «debole di mente». Ciò non servì a condizionare i giudici, che lo condannarono a un anno e quindici giorni di reclusione. Sei mesi erano già trascorsi nel carcere preventivo e di fatto ne restavano altrettanti: insomma era ancora andata bene. I difensori d’ufficio però ricorsero in appello ottenendo la riduzione della pena a sette mesi e otto giorni, con la conseguente scarcerazione dell’imputato.

Ormai libero e senza aver debiti con la giustizia, Vincenzo Peruggia cercò di ritornare alla normalità, anche se è evidente che la vita non sarebbe più stata quella di prima. Lo accompagnava una notorietà bifronte: da un lato c’era chi lo guardava con sospetto e dall’altro c’era chi lo ammirava. Il sopraggiungere della guerra mondiale allontanò il ladro della «Gioconda» dal palcoscenico delle «celebrità per un giorno», anzi fagocitò anche lui mandandolo a combattere per la Patria. Fece il suo dovere da buon soldato e al ritorno alle sue terre di origine si sposò con una ragazza più giovane di venticinque anni, Annunciata Rossi. Con la giovane moglie volle effettuare un suo personalissimo atto di rivalsa nei confronti dei francesi: decise infatti di trasferirsi in quel Paese dove, visti i suoi trascorsi, non sarebbe stato certamente accolto a braccia aperte! È vero che la Francia aveva lasciato cadere ogni richiesta sul piano legale, però è facile immaginare quali ostacoli avrebbe incontrato, già alla frontiera, quell’uomo che per oltre due anni si era burlato delle istituzioni francesi. Ma ci riuscì un’altra volta… Infatti cambiò nome, ma non il cognome! Usò il suo secondo nome di battesimo, Pietro. E fu così che il signor Pietro Peruggia e la moglie Annunciata varcarono il confine e si stabilirono a Saint Maur des Fosses, nei sobborghi di Parigi. Si sistemarono come una normalissima coppia di sposi e nel 1924 nacque l’unica loro figlia: Celestina. Però la bambina venne data alla luce a Dumenza, per darle appunto la nazionalità italiana: poi la famigliola ritornò il Francia. Nel breve periodo che la vita ancora gli concesse, Peruggia non fece nulla per nascondere la sua identità: si racconta anche che amasse donare cartoline con la riproduzione della «Gioconda» e con il suo autografo: segno tangibile che non aveva alcuna intenzione di celare la sua identità, anzi! È quindi possibile che anche le autorità fossero al corrente del ritorno di Peruggia, ma, a quanto pare, non vi furono ritorsioni o altre azioni dirette ad allontanarlo dalla Francia. Forse non vi fu il tempo: l’8 ottobre 1925 Vincenzo morì. Si spense sulla porta di casa in Avenue Jean Jaurés 31 di Saint Maur des Fosses, il giorno del suo quarantaquattresimo compleanno. Crollò sul vialetto della casa davanti agli occhi della piccola Celestina che gli era corsa incontro festosa. Morì sul colpo: un infarto gli aveva tolto la vita proprio nel Paese in cui aveva trovato la sua fortuna e la sua dannazione.

Nel raccogliere i materiali per ricostruire il furto della «Gioconda», abbiamo avuto modo di leggere una discreta quantità di articoli di giornale, di verbali e dichiarazioni rilasciate da persone entrate per motivi diversi nella vicenda: da questo mare magnum, in più di un caso costituito da fonti in contraddizione, Peruggia è sempre venuto fuori con la sua identità fatta di spontaneità, certo anche un po’ ottusa, ma mai malvagia e biecamente ripiegata solo sul mero interesse. È vero, chiese un compenso, forse fu la sua debolezza o, più realisticamente, fu un modo per ottenere un risarcimento dei torti subiti in Francia in quanto «macarone». A dispetto di tutti lui riuscì comunque a mantenere la sua allegria di fondo: ci piace immaginarlo con quel suo mandolino a cantare in qualche osteria o sulle panchine di un boulevard, spesso dopo otto/dieci ore di lavoro in un Paese che gli fu anche ostile, ma che, nel bene o nel male, di certo non potrà dimenticarlo.

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