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E ora fammi un gemello

by Lettere21

Bulloni, treni, vestiti, software: tutto oggi segue precisi standard. Ma è il frutto di una battaglia che dura da quasi due secoli

Siete in riserva da chissà quanto. Con le ultime gocce di benzina rimaste, arrivate all’unico distributore in mezzo alla campagna. Tirate il freno a mano (e un sospiro di sollievo), scendete dall’auto, ma… una brutta sorpresa: la pompa non entra nel bocchettone del vostro serbatoio. Un cartello vi spiega che funziona solo con le auto di un’altra marca. Non vi resta che scegliere tra autostop e carro attrezzi. Brutta situazione, vero? Per fortuna, con le auto che la maggior parte di noi guida non potrebbe succedere. Le dimensioni dei bocchettoni e delle pompe sono tutte uguali, o meglio sono due: una per la benzina e una per il diesel, per rendere più difficile sbagliarsi. Ma è una situazione in cui potreste trovarvi se comprate un’auto elettrica. I sistemi di ricarica veloce a corrente diretta – le colonnine che consentono di fare “il pieno” alle batterie molto più velocemente che con la presa di corrente di casa – non sono tutti uguali: uno (chiamato CHAdeMO) funziona soprattutto per le auto giapponesi; un secondo, noto come Ccs, predomina su auto tedesche e americane; non sulla Tesla però, che ha le sue colonnine, con presa e spina diverse dalle altre; e anche se la cosa non ci riguarda perché da noi girano poche auto di fabbricazione cinese, laggiù vige un quarto e ulteriore sistema.

ADEGUARSI. La difficoltà nel mettersi d’accordo su un sistema di ricarica comune non solo espone gli automobilisti “elettrici” al pericolo di cui sopra, ma rischia di rallentare il già difficile cammino dell’auto elettrica verso la diffusione di massa. È solo uno dei tanti esempi dell’importanza cruciale, nel campo della tecnologia, degli standard: insiemi di regole a cui tutti i produttori di un settore si adeguano. Gli standard sono la base della moderna economia industriale. Alcuni regolano le dimensioni fisiche degli oggetti, come lunghezza e larghezza del classico foglio di carta A4; altri stabiliscono principi di funzionamento, come il voltaggio a cui deve lavorare un dispositivo elettrico, o la frequenza che deve avere un segnale televisivo per essere ricevuto e letto dai decoder del digitale terrestre. Altri ancora riguardano solo un insieme di istruzioni software, come il protocollo Tcp/Ip che permette ai computer di collegarsi a Internet e di “parlarsi” tra loro.

MEGLIO IL MIO. Gli standard semplificano la vita ai consumatori, assicurando che ciò che comprano funzioni ovunque, e che si trovino i pezzi di ricambio. Convengono anche alle aziende, per garantire ai propri prodotti un mercato più ampio. Ma ognuna vorrebbe imporre il proprio standard ai concorrenti, piuttosto che piegarsi al loro. E qui iniziano i problemi, specie per le tecnologie in crescita: nessuno dei contendenti vuole mollare, perché chi imporrà il suo sistema potrà guadagnare dai brevetti di cui i concorrenti dovranno chiedere licenza. Oggi gli standard sono centinaia di migliaia, in tutti i settori – dalla meccanica all’abbigliamento. Ma non è sempre stato così. Prima della Rivoluzione industriale non ce n’erano, e si viveva in un mondo “su misura”, in cui ogni artigiano faceva i propri pezzi a modo suo. La standardizzazione iniziò da un oggetto apparentemente umile: la vite, o meglio la coppia vite/dado. Dalla fine del Settecento, improvvisamente ne servirono milioni, per produrre treni, navi, macchinari per la tessitura in numeri sempre più grandi. E dovevano essere intercambiabili, perché chi riparava un treno prodotto a Chicago doveva poter sostituire una vite anche se si trovava a San Francisco.

IL PRIMO STANDARD. Con il vecchio sistema, per cui ogni artigiano faceva le viti a modo suo, era impossibile. Il problema non erano le differenze nelle dimensioni, ma nella forma della filettatura, che deve combaciare con quella del dado. Il primo a porsi il problema, in Gran Bretagna, fu Joseph Whitworth, che nel 1833 introdusse la prima vite standard. Whitworth propose ai colleghi inglesi di adottare una filettatura con un angolo di 55°, e il bordo arrotondato. Pochi anni dopo, in America, un ingegnere di nome William Sellers propose di creare uno standard alternativo. Un po’ per patriottismo, un po’ perché la vite Whitworth, con quello strano angolo, era difficile da produrre nei tanti piccoli laboratori sparsi per il Paese. Nacque così il sistema Sellers, in cui la filettatura ha un angolo di 60° – più facile da misurare, è uno degli angoli di un triangolo equilatero – e con il bordo appuntito, più facile da produrre. Se la vite Whitworth era il Mac, quella Sellers era il Pc: meno elegante, ma più semplice ed economica. Sellers e Whitworth sono ancora gli standard più diffusi per le viti.

FERROVIE INCOMPATIBILI. Un altro classico problema di standardizzazione riguarda i binari delle ferrovie. Anche in quel caso, all’alba del trasporto ferroviario ci fu una fase caotica, in cui ogni ferrovia locale usava binari di scartamento (la distanza tra le due rotaie) diverso, deciso un po’ a caso e un po’ in base alle caratteristiche del territorio. Fu presto chiaro che occorreva uno standard comune, ma non era facile decidere quale. Binari dallo scartamento più piccolo presentano costi minori e meno terra da espropriare per posarli. In compenso uno scartamento più ampio permette di andare più veloce e portare più peso. Negli anni, molti Paesi, Italia inclusa, hanno finito per convergere sullo standard che separa i binari di 1.435 millimetri. Ma questo vale solo per il 55% della rete ferroviaria mondiale: in nazioni come Russia, Irlanda, Spagna, Giappone, India ecc. si usano principalmente altri standard. Da allora in poi, le guerre di standard sono diventate all’ordine del giorno. Non solo nelle tecnologie “di rete”, come appunto la ferrovia o, molto più tardi, Internet, ma anche in quelle basate su hardware e software, in cui un supporto deve essere compatibile con un lettore. Un campo di battaglia accesissimo è per esempio, fin dagli anni ’70, la registrazione video. I due standard concorrenti che si contesero il mercato domestico su pellicola negli anni ’80 furono Vhs e Betacam, con la vittoria del primo nonostante il secondo fosse, a detta di molti, tecnicamente superiore. Poi siamo passati ai diversi formati ottici: Cd video, Dvd, Blu-ray. E oggi è guerra sul fronte dei file video: mpeg, avi, mov, wmv…

ISO 9001. Ma come nasce uno standard? Dipende. Ci sono quelli che arrivano dal basso, i cosiddetti standard di fatto, come la tastiera QWERTY che si trova sulla maggior parte dei computer. Quella disposizione delle lettere fu brevettata nel 1864: riduceva le probabilità che nelle macchine per scrivere le stecche metalliche associate alle varie lettere si incastrassero l’una con l’altra. Senza che nessuno lo decidesse mai, quella tastiera diventò dominante, e ce la siamo portata dietro fino ai pc e agli smartphone. Più spesso, uno standard è deciso da un comitato di aziende, che si riuniscono per trovare un compromesso che metta d’accordo tutti. A mettere il sigillo c’è l’Iso (International Organization for Standardization), l’ente con sede a Ginevra e 163 Paesi membri che codifica tutto, dalle unità di misura alla qualità aziendale. Ma anche l’Iso può fare poco quando in un settore nascono standard in competizione tra loro. È il caso dell’auto elettrica, e di un’altra tecnologia che promette di cambiarci la vita, l’Internet delle cose. L’idea è di fare per elettrodomestici, dispositivi portatili, automobili quello che Internet ha fatto per i computer. Metterli in rete e permettere loro di scambiarsi dati per offrirci servizi sempre più personalizzati e “intelligenti”. Dagli elettrodomestici che si “accordano” per ridurre il consumo alle auto che si scambiano informazioni sul traffico. Le possibilità sono infinite, ma manca un protocollo di comunicazione comune a tutti i dispositivi: è come se ogni “famiglia” di oggetti parlasse una lingua diversa. Avrebbero molte cose interessanti da dirsi, ma non si capiscono. E finché non troveranno una lingua comune, come fecero viti e bulloni quasi due secoli fa, la rivoluzione resterà sulla carta.

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