Home » E un monaco disse: «Venite a bere le stelle». Così nasque lo champagne

E un monaco disse: «Venite a bere le stelle». Così nasque lo champagne

by Lettere21

È grazie ai Sumeri, invece, se oggi sorseggiamo la birra. Ecco le straordinarie storie delle bevande più diffuse

Un monaco inventò il Dom Pérignon

Dom Pérignon è il celebre marchio di uno champagne prodotto dall’azienda francese Moët & Chandon, fondata nel 1743 da Claude Moët. È anche il nome di un monaco benedettino (come la parola dom, diminutivo del latino dominus, testimonia), vissuto nella seconda metà del Seicento. Nel 1668, dom Pérignon viene trasferito nell’Abbazia benedettina di Saint-Pierre d’Hautvillers, a nord di Épernay, nella zona chiamata Champagne. Nell’abbazia, il monaco riceve l’incarico di cellario e di cantiniere e deve quindi occuparsi anche delle vigne, dei torchi e delle cantine. L’abbazia, in effetti, produce diversi vini: da uve nere, come il Pinot nero e il Pinot meunier, e da uve bianche, come lo Chardonnay. È così che Pierre Pérignon si accorge che i vini prodotti e conservati in botte tendono a fermentare col calore primaverile e a farsi frizzanti. L’effervescenza è gradevolissima: il monaco non ha dubbi e dopo sperimentazioni e tentativi, riesce a produrre un nettare dalle bollicine superlative. La leggenda vuole che il 4 agosto del 1693, dom Pérignon sia corso verso i confratelli gridando: «Venite subito a bere le stelle!». La leggenda gli attribuisce non solo la vinificazione dello champagne, ma anche l’introduzione in bottiglia dei tappi in sughero (per secoli s’erano usati tappi in stoppa e cera fusa).

Perché dicono che il grog e la bevanda dei pirati?

No. Lo bevevano i marinai inglesi della seconda metà del Settecento. Il grog, hot drink a base di rum dei Caraibi, acqua calda, zucchero di canna, cannella, chiodi di garofano e una fetta di lime o limone, è la brillante creazione di un ammiraglio della Royal Navy, l’inglese Edward Vernon (1684-1757) che nel 1740 lo inserì tra le razioni di bordo destinate ai marinai. La nuova bevanda era nata come geniale soluzione di numerosi problemi. Il primo era l’acqua: caricata nella cambusa alla partenza, in viaggio diventava melmosa e puzzolente e occorreva diluirla con l’alcol sia per conservarla sia per correggerne il sapore. In secondo luogo, i marinai si ubriacavano spesso e Vernon pensò che sostituire il brandy o il rum puro con la nuova bevanda, meno alcolica perché annacquata, sarebbe stato un vantaggio. Infine, la fetta di agrume preveniva lo scorbuto che decimava gli equipaggi nelle lunghe navigazioni. I marinai chiamarono la nuova bevanda grog perché l’ammiraglio era soprannominato “Old Grog” per via dell’abitudine di indossare un vecchio soprabito in gros grain. La bevanda dei pirati era invece il bumboo, simile al grog perché a base di rum diluito con acqua, zucchero e noce moscata e aggiunta di frutta tropicale, se disponibile.

Ma, la Fanta ha davvero “origini” naziste?

Sì, è vero, ma solo indirettamente. La Fanta nasce nel 1941, durante la Seconda guerra mondiale, quando gli Usa proclamano l’embargo nei confronti del Terzo Reich. Nella Germania nazista cessano perciò le importazioni di Coca-Cola, bevanda di gran successo, e Max Keith, il boss della Coca-Cola tedesca, decide di creare un nuovo prodotto per il mercato interno, utilizzando ingredienti reperibili anche in tempo di guerra, tra cui gli scarti della lavorazione del sidro di mele (fibre della frutta) e della produzione del formaggio (siero di latte), la frutta importata dall’Italia di Mussolini e un po’ di zucchero da barbabietola (3,5 per cento). Nasce così una bibita tedesca dal sapore non proprio elettrizzante: nulla a che vedere con l’attuale Fanta orange. Come battezzarla? Max Keith chiede allo staff di inventare un nome, usando l’immaginazione (Fantasie, in tedesco). Il venditore Joe Knipp propone l’abbreviazione di Fantasie, Fanta. Nel 1943, Keith ne vende oltre 3 milioni di bottiglie: un successo che gli permette di mantenere operativo tutto lo staff aziendale. Nel dopoguerra The Coca-Cola Company riprende il controllo della filiale tedesca, entra in possesso del marchio Fanta e nel 1955 lancia la bibita, ora corretta al sapore di arancia, in tutta Europa.

Il primo vino risale alla preistoria

Chi ha prodotto il primo vino della storia? Difficile rispondere perché il primissimo vino nacque probabilmente per caso, dalla spontanea fermentazione di acini d’uva selvatica, innescata dalla presenza di lieviti. La coltivazione della vite iniziò nel Neolitico. Nel 1996, l’archeologa Mary Voigt scoprì nel villaggio neolitico di Hajji Firuz Tepe, tra i monti Zagros, nell’Iran attuale, una giara di 9 litri risalente al 5100 a.C. e contenente tracce di vino. È probabile però che i primi vini della preistoria siano stati ottenuti ancora prima, attorno a 10mila anni fa, nella zona del Caucaso; i primi vitigni sarebbero stati – il condizionale è d’obbligo – il Muscat e il Syrah. Alcuni geroglifici risalenti al 2500 a.C. descrivono già vari tipi di vino: in effetti, nell’antico Egitto si vinificavano i rossi con notevole sapienza. Nel corredo funebre del giovane faraone Tutankhamon (1341 – 1323 a.C.) sono state ritrovate delle anfore vinarie con indicazione di zona di provenienza, annata e produttore. Da qui la pratica della vinificazione si diffuse presso ebrei, arabi, fenici e greci che lo apprezzavano dolce e prodotto con uva passa. Gli etruschi furono abili coltivatori, capaci di selezionare grandi vitigni come il nebbiolo piemontese, abili vinificatori e ottimi commercianti, in grado di esportare i propri vini sino in Gallia.

I drink più forti: il primato spetta a un distillato di erbe

Il primato in termini di gradazione alcolica spetta a un distillato di erbe, prodotto da diversi monasteri cistercensi italiani: il suo nome è Gocce Imperiali, ha un colore paglierino per la presenza di zafferano e una gradazione alcolica di 90° che obbliga a berlo diluito. Al secondo posto, si classifica un aromatico rum austriaco: lo Stroh, così chiamato perché creato da Sebastian Stroh di Klagenfurt nel 1832; la sua gradazione alcolica supera gli 80°. Al terzo posto c’è un altro prodotto italiano, il Latte di suocera, un distillato di bacche ed erbe alpine, lavorato per infusione, estrazione a freddo, miscelazione con alcol e infine affinato per 4 mesi in botti di rovere: 75° ed etichetta con un teschio bianco su sfondo nero.

Il gusto di Roma per i “grand cru”

Produssero più di 80 vini di elevata qualità, tra cui il Rhaeticum, l’Albanum, dolcissimo e secco, il Pompejanum, denso e consumato stravecchio (almeno 25 anni), il Mamertinum e l’Opimianum, che si degustava invecchiato di ben 125 anni. Il grand cru più apprezzato fu però il Falernum: il rosso era un passito da uve Aglianico, il bianco proveniva da uve Greco e Falanghina; entrambi venivano invecchiati di almeno 10 anni e addolciti col miele. Altro eccelso vino romano era il Caecubum, un bianco da uve Falanghina in versione secca o dolce. I Romani produssero anche un centinaio di vini di media e bassa qualità ed esportarono in tutto il Mediterraneo e in Britannia.

Gli antichi Egizi amavano la birra

La birra d’orzo ricopriva un ruolo centrale nella vita degli antichi Egizi: insieme al pane lievitato di farro, questa bevanda, chiamata heget, era la base dell’alimentazione quotidiana e sempre inserita tra le offerte funerarie alle divinità e ai defunti. Era utilizzata sia a scopo propiziatorio sia come ingrediente di parecchi medicinali. Nel Papiro Ebers, risalente al 1550 a.C., sono contenute 600 diverse ricette mediche a base di birra. I faraoni possedevano numerosi birrifici che producevano birra in quantità. Da una ricetta giunta sino a noi attraverso una traduzione di Zosimo di Panapolis sappiamo che la birra egizia era piuttosto alcolica, dolce per l’aggiunta di miele e con un gusto più deciso dell’attuale: l’aromatizzavano infatti con erbe e spezie (ginepro, zenzero, zafferano), e anche con fiori, soprattutto se era destinata alle donne.

La prima “bionda” in Mesopotamia

Si pensa che la prima birra sia nata in Mesopotamia e in territori adiacenti: i Sumeri 5.000 anni fa ne producevano più di venti tipi e nel sito di Godin Tepe, tra i monti Zagros (Iran), sono state ritrovate ceramiche di oltre 5.500 anni fa con tracce di questa antichissima bevanda. La birra è prodotta dalla fermentazione alcolica degli zuccheri derivanti dal malto di cereali (orzo soprattutto), grazie a lieviti come Saccharomyces cerevisiae e Saccharomyces carlsbergensis. I Cinesi la producevano da miglio e riso già 4.000 anni fa; in Messico gli Aztechi onoravano varie divinità della birra mentre prima di Cristo, infine, diverse popolazioni africane ricavavano bibite inebrianti da sorgo e miglio. Gli indios pre-colombiani del Sudamerica sapevano fabbricarne di scure dalle radici di manioca e le donne producevano la celebre chicha, una versione leggermente alcolica, preparata masticando chicchi di mais che poi venivano sputati, mescolati ad acqua e lasciati fermentare.

L’acqua gassata ha 250 anni

Nel Cinquecento e Seicento va di moda imbottigliare le acque minerali o di sorgenti termali a scopi terapeutici. Le acque naturalmente frizzanti sono le più apprezzate perché l’effervescenza piace e disseta. Pongono però un problema insormontabile: come imbottigliarle e trasportarle in modo che le bollicine non svaniscano? Nel 1772 si risolve: un reverendo inglese, Joseph Priestley, scopre come arricchire l’acqua di anidride carbonica. Nel 1783 il tedesco Johann Jacob Schweppe inventa un sistema semindustriale per addizionare anidride carbonica all’acqua naturale e mette a punto una bottiglia capace di mantenere a lungo l’acqua frizzante. Il successo dell’acqua gassata convince Schweppe a trasferirsi in Inghilterra dove fonda la Schweppes Company, un’azienda attivissima ancora oggi.

Il “vizio” del conte Negroni diventa un aperitivo

Il conte Camillo Negroni, appassionato di scherma, poliglotta e gran viaggiatore, è soprattutto gran bevitore e in certi giorni consuma anche 40 drink. All’inizio degli anni Venti, a Firenze, l’aristocrazia locale si ritrova nel Caffè Casoni, in via de’ Tornabuoni. Un giorno del 1920, il conte si dichiara stufo del solito aperitivo, l’Americano, un italianissimo cocktail a base di vermouth rosso Carpano e bitter Campari, e chiede al bartender del locale, un giovanotto di nome Fosco Scarselli, di aggiungere al solito bicchiere una spruzzata di gin. Il risultato piace e in poco tempo la Firenze che conta comincia a chiedere “l’Americano alla maniera del conte Negroni”, abbreviato ne “il Negroni”. La mezza fetta d’arancia è un’invenzione del barman, anzi un suo espediente per distinguere il cocktail tradizionale dal nuovo.

Potrebbe piacerti anche

Leave a Comment

Are you sure want to unlock this post?
Unlock left : 0
Are you sure want to cancel subscription?
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00