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Einstein, il genio che non sapeva resistere alle donne

by Lettere21

Si sposò due volte, ma il matrimonio non lo trattenne dall’avere numerose amanti con cui intrecciò storie a volte molto brevi, altre più intense e durature. Una di queste fu con la sua segretaria

Da piccolo, Einstein ebbe un lento sviluppo cognitivo e cominciò a parlare più tardi degli altri bambini: «I miei genitori erano così preoccupati da consultare un dottore», ricorderà in seguito lo scienziato. A quasi due anni, finalmente, cominciò a parlare, ma lo fece con un’inquietante rituale: «Prima di dire qualsiasi frase ad alta voce», testimonia la sorella minore Maja, «Albert la ripeteva tra sé e sé, a bassa voce, muovendo le labbra». Il padre per un momento pensò di avere un figlio “quasi ritardato” e la domestica di casa non si fece alcun problema a soprannominarlo der Depperte, “lo stupidotto”. Da adulto, Einstein fu un uomo assai mite e di proverbiale gentilezza; da bambino, invece, fu spesso irruente e talvolta incline a veri e propri accessi di rabbia incontrollata. Una volta, a 5 anni, afferrò una sedia e la tirò contro una bambinaia (che si licenziò seduta stante). La testa di sua sorella Maja fu uno dei suoi bersagli preferiti: da ragazzino le tirava tutto quello che gli capitava tra le mani; lei, una volta cresciuta, commenterà con umorismo: «Ci vuole un cranio solido per fare la sorella di un intellettuale».

Senza peli sulla lingua

Non è vero che Einstein fu bocciato in matematica: fu sempre un ottimo studente, tanto alle elementari, quanto al ginnasio. L’intelligenza superlativa lo rese però un ragazzino vivace, critico, pronto a dire sempre ciò che pensava. Un professore di liceo disse una volta ai genitori: «Quell’insolente del vostro figliolo non combinerà mai nulla nella vita». Per tutta la sua esistenza, Einstein fu un anticonformista, un ribelle, uno che amava pensare con la propria testa e non si faceva alcun problema a contestare l’autorità in modo esplicito e irriverente. Sarcastico, arguto e senza peli sulla lingua, da giovane contestò apertamente più di un professore universitario, pagandone le conseguenze. Per la stessa ragione, non fu mai un uomo pio o religioso: era allergico ai dogmi e a tutte le verità assolute e indiscutibili. Non era però un uomo presuntuoso: al contrario, fu sempre di un’umiltà proverbiale. Qualche biografo lo ha descritto come freddo, distaccato, ma non è vero: Einstein coltivò numerose amicizie ed ebbe varie relazioni affettive. Con i figli e con le donne, tuttavia, non ebbe sempre rapporti facili: era capace di amare, ma il suo carattere indipendente lo rendeva insofferente ai legami troppo stretti e vincolanti.

Mileva, la prima moglie

Nel 1903, Albert sposò la serba Mileva Maric: si erano conosciuti al Politecnico di Zurigo, dove entrambi studiavano, nell’ottobre del 1896; lei aveva tre anni più di lui ed era una donna intelligentissima, seria, dall’aria un po’ cupa e malinconica. Un’amica la descrive «minuta, delicata, bruna e tutt’altro che bella»; in effetti, aveva un viso irregolare e un’evidente zoppia a causa di un difetto congenito all’anca sinistra. Einstein se ne innamorò follemente, ma i suoi genitori (soprattutto sua madre) la detestarono sin dal primo momento. Il matrimonio finì con una separazione nel 1914 e il divorzio nel 1919. Albert e Mileva ebbero tre figli. La prima, Lieserl, nacque nel 1902, prima del matrimonio; fu data in adozione non ufficiale in Serbia e sembra che lì sia morta a 19 mesi, forse a causa della scarlattina. In ogni caso, di questa piccolina, non resta traccia. La coppia ebbe altri due figli: il 14 maggio 1904 nacque Hans Albert, che ebbe con il padre un rapporto difficile, e il 28 luglio 1910 nacque Eduard con cui lo scienziato non ebbe quasi rapporto. Il terzogenito, infatti, visse con la madre dopo la separazione e il divorzio dei genitori e poi trascorse anni in una clinica psichiatrica perché malato grave di schizofrenia. In seconde nozze, nel 1919, Albert Einstein sposò una cugina di nome Elsa Einstein, una donna agli antipodi di Mileva: pragmatica, solare, frivola, ottima padrona di casa, materna (aveva due figlie dal precedente matrimonio) e priva di ambizioni intellettuali. Un giorno, un giornalista chiese a Elsa Einstein se avesse mai tentato di capire la teoria della relatività elaborata dal marito e lei esclamò: «Oh, ma questo non è affatto necessario per la mia felicità!»; un’altra volta affermò: «Il mio interesse per la matematica si limita ai conti di casa». La loro non fu un’unione basata su un’intensa passione (sin dall’inizio ebbero camere da letto separate), nondimeno fu assai felice e si trasformò negli anni in un legame profondo. Quando Elsa morì, nel 1936, Albert pianse disperato. Era la terza volta che piangeva in vita sua: la prima fu quando morì sua madre, la seconda quando, separatosi da Mileva, dovette lasciare i propri figli.

Le numerose amanti

Un tratto di Albert Einstein poco noto è quello “sentimentale”: il fisico ebbe molte storie extraconiugali, alcune superficiali e brevissime, altre più profonde e durature. Nel 1923, s’innamorò della propria segretaria, Betty Neumann: «La loro, fu una relazione seria e intensa, stando alle lettere rese note di recente», sostiene il biografo Walter Isaacson. Albert ebbe anche dei flirt con alcune donne della buona società berlinese, come Toni Mendel, una ricca vedova, ed Ethel Michanowski. In una lettera a Margot, una delle figlie della moglie Elsa, scrive: «Di tutte le donne, l’unica a cui sono realmente affezionato è Frau L, una donna assolutamente innocua e rispettabile». “Frau L” era una bionda austriaca di nome Margarethe Lebach con cui Einstein aveva una storia di pubblico dominio. La Lebach andava in visita a casa degli Einstein portando le paste e altri piccoli pensieri per Elsa. Quest’ultima, però, sapeva della relazione e con molta dignità decise di far coincidere le sedute di shopping in città con le visite dell’amante del marito. Era una santa? Era soprattutto una donna decisa ad accettare il marito in tutta la sua complessità, difetti inclusi. «Lo prendo così com’è», disse una volta; «Dio gli ha dato tanta nobiltà. E io lo trovo meraviglioso, anche se la vita con lui è logorante e complicata». Lui amava la comodità. L’immagine di un genio mite e un po’ distratto, dai capelli lunghi e arruffati e dagli abiti comodi e stazzonati corrisponde alla realtà: Einstein non conosceva il parrucchiere e vestiva come capitava. Per tutta la vita, ebbe sempre un aspetto alquanto trasandato: dimenticava regolarmente di mettersi i calzini ai piedi, indossava spesso pantaloni troppo corti e metteva le stesse felpe fino a quando non si riempivano di grossi buchi (non indossava maglioni perché aveva un’allergia alla lana).

Le radici ebraiche

Einstein proveniva da una famiglia di ebrei non osservanti. In Germania e in Svizzera patì in prima persona il crescente antisemitismo dell’epoca. Da giovane fece fatica a trovare un lavoro e a fare carriera accademica proprio a causa delle sue origini. «Oggi, in Germania, l’odio per gli ebrei ha assunto forme orribili», scrisse in tono profetico agli inizi del 1920. Abbandonò la Germania subito dopo la salita al potere del partito nazista e di Adolf Hitler e sia prima che durante la Seconda guerra mondiale intraprese ogni sforzo per aiutare i fratelli ebrei. Non credeva nell’immortalità «Lei crede nell’immortalità?», chiese una volta un giornalista allo scienziato. «No, e una vita è più che sufficiente per me», rispose lui. Morì a 76 anni. Accanto al suo letto, trovarono 12 pagine piene di equazioni, cancellature, correzioni e nuovi tentativi, redatti sino all’ultimo istante.

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