Home » Faccio tutto io! Chi è l’accentatrore e e perché è bene stargli alla larga

Faccio tutto io! Chi è l’accentatrore e e perché è bene stargli alla larga

by Lettere21

Riconoscibilissimo nel mondo del lavoro, dello sport e persino nella coppia, è superattivo, non si lascia sfuggire niente e soprattutto non affida nulla agli altri. Infatti non si fida di nessuno ed è convinto di essere unico e migliore di tutti. La realtà è che l’accentratore è un narcisista o un ansioso

Attivissimo e onnipresente. Narcisista e controllore indefesso. Primadonna e pessimo coach. Soprattutto sul lavoro, l’accentratore si distingue per zero fiessibilità, totale sfiducia nelle capacità degli altri e rifiuto di qualsiasi idea o proposta altrui, giungendo a remare contro i suoi stessi collaboratori. «Il nostro stile di lavoro mette in scena la nostra personalità e i bisogni che vogliamo soddisfare con le attività che svolgiamo», spiega Claudio Giovanni Cortese, docente di psicologia del lavoro al dipartimento di psicologia dell’Università di Torino. «Questo avviene nell’attività lavorativa, nel modo in cui la svolgiamo e nelle relazioni con i nostri collaboratori».

Tre tipologie

Sono sostanzialmente tre le tipologie di accentratore, anche se ne esistono altre che mostrano caratteristiche miste, cioè tipiche delle tre tipologie principali. La prima è incentrata sull’ansia e sul bisogno di controllo. Spiega Cortese: «Questo tipo di accentratore è molto ansioso e sente il forte bisogno di controllare tutto ciò che accade. Ogni cosa dev’essere sottoposta alla sua supervisione, nella totale sfiducia dell’operato altrui. Se non riesce a soddisfare questo bisogno di controllo, sta male; da qui la grande carica d’ansia in tutto ciò che fa».

Il secondo profilo è quello del narcisista, che piacendosi molto cerca visibilità e feedback positivi. «Accentra perché vuol essere sempre in primo piano», spiega l’esperto. «Nello sport, come nella vita, l’accentratore non ama fare l’assist, ma vuol sempre essere quello che segna il gol. Non apprezza il successo di gruppo poiché il suo narcisismo richiede che abbia sempre i ri”ettori puntati su di sé».

La terza tipologia è caratterizzata dalla sfiducia negli altri e dalla sensazione che siano incapaci e impossibilitati a crescere. «Ciò significa che l’accentratore non è un buon coach», fa notare Cortese. «Se riveste il ruolo di capufficio o direttore non coltiverà mai le risorse che ha attorno, in quanto è incapace di individuarne il potenziale e di dar loro fiducia». Per la stessa ragione questo tipo di accentratore non ascolta le proposte del gruppo di lavoro, convinto che l’idea giusta sia sempre e solo la sua.

Tre gravi danni

La persona accentratrice che occupa posizioni medioalte in contesti lavorativi causa tre gravi danni. Prima di tutto rallenta l’attività. Dato che ogni cosa deve passare per la sua persona, diventa un “collo di bottiglia” bloccante. Secondariamente, non contribuendo alla crescita di altri, li demotiva. «Questo aspetto si ricollega al concetto di non essere un buon coach», riprende Cortese. «Le persone, sentendosi esautorate e non riconosciute, si giocheranno il loro bisogno di imparare in altri ambiti della vita». Terzo, blocca l’innovazione.

Al giorno d’oggi, per mettere a punto nuove idee che consentano di battere la concorrenza, le aziende giocano su pool di esperti qualificati in differenti settori specifici. Nessuno può sapere tutto in tutti gli ambiti.

Un carattere difficile

L’accentratore è geloso del suo lavoro e delle sue conoscenze, oltre che estremamente permaloso, al punto che fargli notare un’alternativa a una sua proposta equivale a un’offesa. «Prende sul personale il feedback sul suo lavoro perché non riesce a separare il lavoro da se stesso», spiega Cortese, «né distingue i suoi errori dalla sensazione di essere sbagliato. L’idea alternativa alla sua viene dunque letta come “sono sbagliato

perché non ho avuto io quell’idea». Spesso rema contro le risorse al suo fianco, sabotandone il lavoro e le proposte utili al gruppo. «Vuole evitare che altri gli rubino la scena, e quindi, tra una buona idea che viene da un collaboratore e nessuna idea, predilige quest’ultima opzione», spiega il docente. È come se il giocatore di una squadra sportiva dicesse: “Siccome sto giocando male io, è meglio se giochiamo male tutti e perdiamo”. L’accentratore è anche bugiardo e per evitare che le idee degli altri abbiano un seguito, le boicotta come inattuabili o non adeguate alle circostanze attraverso la menzogna.

Per tutelarsi si autoinganna

L’accentratore respinge le persone capaci, lamentandosi poi di non avere aiuti. Cortese: «Da un lato c’è l’esigenza profonda di evitare il successo dell’altro, insopportabile poiché vissuto come un insuccesso proprio; dall’altra, come detto, l’accentratore non accetterebbe mai un successo di squadra, poiché non lo vedrebbe protagonista. Riconoscersi in questo deleterio stile relazionale sarebbe intollerabile e dunque, a tutela dell’immagine di sé, il soggetto si difende dalla consapevolezza delle sue azioni attribuendo le responsabilità all’esterno (“è l’altro che ha idee sbagliate”). È quella che si chiama proiezione: un autoinganno che proietta sugli altri le proprie mancanze a protezione della propria autostima. Il meccanismo è inconsapevole e la persona è veramente convinta che nessuno l’aiuti».

Infine, l’accentratore non passa mai il testimone e piuttosto che cedere il posto a un altro preferisce mandare all’aria un intero progetto. Conclude Cortese: «Il concetto di passare la mano a un altro è inconcepibile perché l’accentratore non ama il suo progetto, ma se stesso». Né gli importa che una sua realizzazione di successo vada in rovina in mancanza di un’altra persona che la rilevi prendendo il suo posto: l’accentratore non cerca infatti il bene comune, ma quello del proprio ego (che nutre con le sue opere). Anche in questo caso, per lo stesso meccanismo di autoprotezione visto sopra, l’uscita di scena viene attribuita a cause esterne che lo costringono a lasciare.

Hai un capo accentratore? Comportati così

Sul lavoro, al di là dei feedback scoraggianti del capo accentratore, è importante coltivare sempre il senso di autostima e di autoefficacia, consapevoli del proprio valore. Entrare subito in conflitto aperto con l’accentratore non conviene, perché si rischia di venire schiacciati. Dice Claudio Giovanni Cortese, docente di psicologia del lavoro all’Università di Torino: «Soprattutto all’inizio è importante non bypassarlo e non metterlo in cattiva luce. Inevitabilmente si sarà portati a trovarsi spazi altrove, cambiando azienda o chiedendo il trasferimento ad altri gruppi per mettere a frutto le proprie competenze. Stare per tutta la vita sotto l’accentratore è sconsigliabile, poiché si danneggerebbe troppo gravemente se stessi».

Due galli in un pollaio: quando due accentratori si scontrano

«Due maschi alfa non possono coesistere perché si crea una forte competizione fra loro», dice Claudio Giovanni Cortese, docente di psicologia del lavoro all’Università di Torino. «In natura il maschio alfa è il dominatore che ha bisogno di imporre le proprie regole al gruppo di riferimento e di essere riconosciuto come l’unico leader. In certe specie di animali, come ad esempio i lupi, il maschio alfa si nutre per primo, ha il diritto di accoppiarsi con le femmine, domina il branco. Nella specie umana ciascuno dei due accentratori proverà quindi a farsi dei seguaci nel gruppo, che finirà per scindersi in due sottogruppi. Probabilmente, in un’azienda uno dei due finirà per lasciare il lavoro, impossibilitato ad esprimere la sua supremazia. In una squadra sportiva i due accentratori divideranno lo spogliatoio, mentre fra due coniugi accentratori nascerà un conflitto che porterà all’impossibilità di stare insieme».

Potrebbe piacerti anche

Leave a Comment

Are you sure want to unlock this post?
Unlock left : 0
Are you sure want to cancel subscription?
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00