Gli Ufo File di J. Edgar Hoover

Dall’estate del 1947 giunsero sulla scrivania del potente direttore dell’FBI numerosi documenti sui dischi volanti e Hoover dimostrò un grande interesse per il fenomeno, collaborando con le Forze Aeree dell’Esercito USA per comprenderne la natura

A un giornalista che un giorno ebbe il coraggio di chiedergli perché non si fosse mai sposato rispose così: «La mia donna è l’FBI. Non trovo il tempo per averne un’altra». Per quarantotto anni, John Edgar Hoover visse in simbiosi con quella donna e le giurò fedeltà eterna. Come un vaso d’argilla, la plasmò a sua immagine e somiglianza, trasformandola in un’istituzione leggendaria e in una delle più potenti agenzie investigative del mondo.

Un potere senza precedenti

Classe 1895, enigmatico e influente, Hoover diresse il Federal Bureau of Investigation con poteri quasi illimitati: dal 22 dicembre 1924, quando venne nominato direttore appena ventinovenne, al 2 maggio 1972 quando, all’alba dello scandalo Watergate, morì solo come era sempre vissuto per un’ipertensione arteriosa.

Dal balcone del quinto piano del Ministero della Giustizia, all’angolo tra la 9ª strada e la Pennsylvania avenue, a Washington, dove allora aveva sede il quartier generale del FBI, Hoover vide sfilare le parate d’insediamento di sette presidenti: Herbert Hoover, Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, Dwight Eisenhower, John Kennedy, Lyndon Johnson e Richard Nixon.

Dopo che Roosevelt, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, gli conferì l’incarico di proteggere la sicurezza nazionale, Hoover divenne agli occhi dell’opinione pubblica uno dei più autorevoli rappresentanti della legge e il «primo poliziotto d’America». Un uomo dall’ineccepibile rigore morale, «marmoreo come i monumenti della capitale» scrisse il Time, il difensore della nazione contro i suoi più insidiosi nemici: i gangster John Dillinger, Alvin Karpis e George Kelly detto “Mitragliatrice” negli anni Trenta, le spie naziste negli anni Quaranta, i marxisti e i radicali negli anni Cinquanta e il terrorismo nel decennio successivo.

Sostenitore dell’ala destra del partito repubblicano dal 1921, Hoover era tanto ossessionato dal comunismo da appoggiare la crociata del senatore Joseph McCarthy, il cui isterismo anticomunista non risparmiò sia gli attori di Hollywood, a cominciare da Charlie Chaplin (che riuscì a far cacciare dagli Stati Uniti nel 1952), sia scienziati e scrittori del calibro di Robert Oppenheimer, Albert Einstein, John Steinbeck e George Orwell. Einstein fu sorvegliato dall’FBI da quando giunse negli USA, agli inizi degli anni Trenta, fino alla sua morte nel 1955, perché partecipava ai raduni pacifisti e aveva sostenuto la causa repubblicana in Spagna. Il 2 febbraio 1997, il domenicale londinese Sunday Times scrisse che il fascicolo dell’FBI sul padre della teoria della relatività constava di 1427 pagine e che lo scienziato era stato sospettato (ingiustamente) di aver utilizzato la propria abitazione, in Germania, come «base radio per spie sovietiche» e di aver messo a punto un «potente proiettore di raggi laser in grado di fondere blocchi di acciaio in pochi minuti».

Hoover incarnò un potere senza precedenti e successori. Un potere che incuteva timore non solo ai suoi sottoposti ma alla stessa politica da cui, in teoria, dipendeva. Nessun procuratore generale e nessun presidente in carica (che aveva il potere di licenziarlo) osò rischiare uno scontro frontale con l’uomo che, in poco meno di mezzo secolo di attività ininterrotta, aveva costruito da zero un archivio imponente, con migliaia di dossier, milioni di documenti, fotografie e nastri d’intercettazioni. Esso comprendeva schedari con intestazioni quali: «oscenità», «deviazioni sessuali», «Cointelpro» (i programmi di controspionaggio che ebbero inizio nell’era Eisenhower), «ufficiale e confidenziale», «personale e confidenziale», «corrispondenza di giugno», «da non schedare».

Nel 1965, il direttore soffiò settanta candeline. A norma di legge, avrebbe dovuto festeggiare la pensione come tutti i funzionari federali, ma Hoover non era un funzionario qualunque. Il presidente Johnson gli confezionò allora un dono particolare, il più desiderato: l’autorizzazione a rimanere in servizio. Così si comportò anche Richard Nixon: una conoscenza di lunga data di Hoover perché da giovane aveva chiesto di entrare proprio nell’FBI. Il motivo alla base di questa decisione era sempre lo stesso: la paura. Hoover custodiva i segreti della nazione nelle forme di dossier tanto compromettenti da stroncare qualsiasi carriera politica. Come spiega Curt Gentry nel suo libro Il primo poliziotto d’America «per Hoover, come per Machiavelli, sapere era potere e la fonte principale delle sue conoscenze era la massa degli informatori infiltrati in ogni settore del governo federale. Non vi era ufficio, ministero o ente, come disse una volta William Sullivan, il quale lavorò per l’FBI dal 1941 al 1971, dove non fossero annidati uno o più confidenti, a volte dozzine».

Il suo potere non si limitava agli ambienti del governo federale: il Bureau possedeva informatori in molti uffici pubblici, nella maggior parte delle grandi corporation, industrie, banche, organizzazioni nazionali dotate di particolare influenza e addirittura nelle biblioteche pubbliche.

Secondo il giornalista investigativo e scrittore inglese Antony Summers, autore del saggio La vita segreta di J. Edgar Hoover, è evidente che nell’ufficio del Capo l’indicazione «personale» aveva un significato diverso da quello comune del termine. «Agli inizi della sua carica – scrive Summers – Edgar aveva stabilito una procedura definita “personale e confidenziale”, grazie alla quale i funzionari anziani potevano comunicare con lui in assoluta segretezza, al di fuori del sistema di registrazione centrale. È opinione dell’esperto che più di ogni altro ha contribuito a mettere in luce i dossier segreti dell’FBI, il professor Athan G. Theoharis della Marquette University, che gli archivi personali e confidenziali contenessero probabilmente materiale ancora più esplosivo di quello raccolto nei dossier ufficiali e confidenziali che, da allora, tanto hanno scosso l’opinione pubblica».

Dal canto suo, Hoover negò sempre di possedere fascicoli relativi alla vita privata di uomini politici e personaggi pubblici. Nel corso di un’intervista, egli sostenne che «noi siamo soltanto un’organizzazione che raccoglie dati di fatto, noi non assolviamo né condanniamo nessuno. Nel momento stesso in cui cominciamo a suggerire ciò che dovrebbe essere fatto con le nostre informazioni, l’FBI diverrebbe una nuova Gestapo». Già nel 1958, però, un gruppo di senatori americani s’interrogò sul da farsi nel caso di una morte improvvisa del direttore. «Se ciò fosse accaduto », ha scritto Antony Summers, «una delegazione si sarebbe precipitata al quartier generale dell’FBI, esigendo di vedere gli archivi».

L’FBI investiga i dischi volanti

Gli Unidentified Flying Object entrarono nel raggio investigativo di Edgar Hoover sin dall’estate del 1947, sulla scia del clamore mediatico suscitato dall’avvistamento di nove «piatti volanti » scintillanti nei pressi del monte Rainier, nello Stato di Washington, da parte del trentaduenne aviatore e uomo d’affari Kenneth Arnold. Gli uffici dell’FBI operativi sul territorio statunitense cominciarono così a ricevere numerose segnalazioni di dischi volanti che, come Office Memoranda, venivano inoltrate al Quartier generale di Washington. Qui giungevano sulla scrivania del direttore e, in alcuni casi, riportavano la classificazione: «Security Matter-X». Nonostante fino all’anno della sua morte «Edgar Hoover esplicitamente negò che l’FBI avesse mai indagato sugli extraterrestri e gli oggetti volanti non identificati » (come ha scritto la giornalista statunitense Anna Wortman), le migliaia di documenti declassificati negli ultimi decenni indicherebbero il contrario. Grazie alla legge statunitense sul diritto di accesso agli atti amministrativi (il Freedom of Information Act) in vigore dal 1976 e all’impegno profuso dal Citizens Against UFO Secrecy (CAUS) e dal fisico ottico della U.S. Navy Bruce Maccabee, oggi sappiamo che Edgar Hoover nutriva uno spiccato interesse per i resti di presunti dischi volanti precipitati ed era al corrente della possibilità che l’esercito ne avesse “catturato” almeno uno. Egli sapeva che quei velivoli erano reali e desiderava che fosse garantito all’FBI l’accesso a tutte le informazioni disponibili sulla materia, al fine di comprenderne la natura e capire se poteva trattarsi di avveniristici velivoli sovietici.

Dal 30 luglio al 1 ottobre 1947, gli agenti del Bureau, con il supporto dell’Army Air Corps, vennero ufficialmente autorizzati a indagare, nonostante l’argomento non rientrasse nelle loro competenze specifiche. Sul bollettino del Bureau numero 42, serie 1947, datato 30 luglio 1947 e rivolto agli agenti della Polizia Federale, si legge: «Ogni volta che l’avvistamento di un disco volante sarà sottoposto alla vostra attenzione, dovrete indagare per stabilire se si tratti di un avvistamento in buona fede, di un’invenzione o uno scherzo. Il Bureau dovrà essere informato immediatamente, tramite telescrivente, di tutti gli avvistamenti segnalati e dei risultati delle inchieste. Nei casi in cui la segnalazione sembrerà credibile, la comunicazione dovrà essere seguita da una lettera indirizzata al Bureau contenente, in dettaglio, i risultati delle vostre indagini. L’Aeronautica militare ha assicurato al Bureau la completa collaborazione in materia, ma nell’eventualità in cui essa trascurasse di mettere a vostra disposizione le informazioni o non vi consentisse di esaminare gli eventuali dischi recuperati, il fatto dovrà essere segnalato subito al Bureau. Ogni informazione che raccoglierete sui dischi volanti dovrà essere sottoposta all’attenzione dell’Esercito attraverso i consueti canali di collegamento».

Anche se formalmente le attività d’indagine sugli UFO e i fenomeni connessi cessarono bruscamente il 1º ottobre 1947 (come ordinava il Bollettino numero 57 di quell’anno), inchieste non ufficiali continuarono a essere svolte dagli agenti dell’FBI almeno fino alla metà degli anni Sessanta. Lo dimostra The Vault, una sala di lettura, con 6.700 copie digitali di documenti declassificati, messa a disposizione di chiunque dal 2001 e raggiungibile attraverso il sito Internet: https://vault.fbi.gov. Purtroppo, non tutti i rapporti sugli UFO sono giunti integri fino ai giorni nostri. Il motivo? Secondo un articolo a firma del giornalista scientifico Ian Sample, apparso sul quotidiano britannico The Guardian, lunedì 11 aprile 2011, l’FBI fu così «sopraffatto dagli avvistamenti dei dischi volanti negli anni Quaranta che gli agenti hanno regolarmente distrutto i rapporti», a causa della mancanza di spazio per la loro archiviazione e del fatto che non contenevano «nulla d’interessante». La fonte dell’articolo di Sample è un documento del 16 agosto 1949, redatto da un agente dell’FBI di stanza a San Antonio, in Texas.

The Round Robin

Martedì 8 luglio 1947, lo stesso giorno in cui il Roswell Daily Record annunciava in prima pagina la “cattura” di un disco volante da parte dell’Aeronautica militare statunitense, giunse all’FBI un Memorandum dal titolo “The Round Robin”. L’autore, Meade Layne (il nome è stato censurato nel documento), era un privato cittadino, ricercatore nei campi ufologico ed esoterico nonché fondatore della Borderland Science Research Associates. Già professore all’Università della California del Sud e capo del Dipartimento di inglese presso l’Illinois Wesleyan University e il Florida Southern College, Layne si rivolgeva per senso del dovere «a certi distinti scienziati, a importanti autorità aeronautiche e militari, a un certo numero di funzionari pubblici e a qualche pubblicazione». L’obiettivo? Esporre le proprie conoscenze sui dischi volanti, a prescindere da quanto potessero «sembrare fantastiche e incomprensibili alle menti non preparate a ragionare sul fenomeno».

Il testo, protocollato e quindi conservato per oltre settant’anni negli archivi della Polizia Federale, è importante poiché rappresenta una delle prime versioni dell’ipotesi parafisica o interdimensionale formulata per spiegare la natura degli UFO. Nello specifico, leggiamo che una situazione molto seria potrebbe verificarsi, in qualsiasi momento, in relazione ai dischi volanti: se uno di questi dovesse essere colpito, la conseguenza sarebbe la distruzione certa della fonte di attacco. Nell’opinione pubblica, ciò potrebbe creare situazioni di panico e sospetti a livello internazionale. Secondo il Memorandum di Layne, una parte dei dischi volanti avvistati in cielo trasporterebbe equipaggi non terrestri, l’altra sarebbe sotto un controllo remoto. I «visitatori», cioè i piloti di questi aeromobili, sono pacifici e pianificherebbero di rimanere sulla Terra. Hanno una fisionomia simile all’uomo anche se di dimensioni maggiori; non sarebbero originari di nessun pianeta dell’Universo, ma di un «piano eterico» non percepibile dai nostri sensi e che si compenetra con la nostra realtà. I loro corpi e i loro mezzi di volo sarebbero in grado di materializzarsi automaticamente, entrando nella «frequenza di vibrazione della nostra materia densa», così come scomparire dalla nostra visione senza lasciare tracce. I dischi volanti, che sarebbero dotati di un tipo di «energia radiante» capace di disintegrare qualsiasi minaccia, non arriverebbero dal «piano astrale», ma dai «Lokas o dai Talas» (nella mitologia induista questi termini indicano luoghi o piani di coscienza che possono essere “superiori” o “inferiori”). Infine, non possono essere raggiunti via radio, ma probabilmente possono esserlo dai radar. In calce al memorandum è presente un addendum (appendice) che descrive le caratteristiche di queste mezzi: «sono di forma ovale e sono composti da un metallo o da una lega resistente al calore, che tutt’oggi è sconosciuta». La parte anteriore presenta un pannello di controllo; il retro contiene gli armamenti che consistono in un dispositivo di energia in grado di generare un raggio.

Il Bureau e gli UFO crash

Il 10 luglio 1947, un Office Memorandum con oggetto «flying disks», redatto dall’agente E. G. Fitch e indirizzato a David M. Ladd detto «Mickey», un assistente di Edgar Hoover e responsabile della divisione spionaggio interno, informava il Bureau di una conversazione intercorsa, il giorno prima, tra l’agente speciale dell’FBI Reynolds (il nome è stato censurato nel documento) e il generale George F. Schulgen: il capo dell’Ufficio Richieste Informazioni dell’Army Air Corps Intelligence. Questi dichiarò che gli scienziati che lavoravano per l’esercito stavano studiando il fenomeno UFO e che «tutte le installazioni degli Air Corps erano state sollecitate a trasmettere le notizie degli avvistamenti, al fine di raccogliere ogni informazione possibile per sostenere il progetto di ricerca». Il generale informò Reynolds che «un pilota militare, convinto di aver visto un disco volante, fu interrogato a lungo dallo stesso Schulgen, dagli scienziati e da uno psicologo. Alla fine, però, il pilota rimase irremovibile nel sostenere di aver visto veramente un disco volante». Dal Memorandum indirizzato a Ladd si apprende che per il generale «esiste la possibilità che i primi avvistamenti di dischi volanti provengano da individui con simpatie comuniste, per provocare isteria e paura verso un’arma segreta russa». Che cosa chiedeva di concreto Schulgen?

«L’assistenza del Federal Bureau of Investigation al fine di localizzare e interrogare i cittadini che, per primi, hanno osservato i cosiddetti dischi volanti in modo da stabilire se sono stati sinceri oppure se le loro dichiarazioni rispondono a un desiderio personale di pubblicità o a ragioni politiche». Il capo dell’Ufficio Richieste Informazioni dell’Army Air Corps Intelligence, infine, assicurò l’agente speciale dell’FBI del fatto che «non esistono processi di ricerca condotti dal Dipartimento della Guerra o della Marina legati in qualche modo ai dischi volanti». In calce al documento, si leggono vergati a penna i pareri di due autorevoli ufficiali dell’FBI: quello dello stesso David M. Ladd e quello di Clyde Anderson Tolson. Se per il primo bisognava «avvisare l’esercito che il Bureau non riteneva di dover condurre tali indagini», per Tolson era invece importante collaborare con l’Army Air Corps. La decisione finale spettò comunque a Hoover, il quale avvallò la posizione di Tolson annotando di proprio pugno: «Vorrei farlo, ma prima di acconsentire dobbiamo insistere per avere pieno accesso ai dischi recuperati. Per esempio, nel caso di “La” l’Esercito se ne impossessò e non ci ha consentito di averlo per un rapido esame». Ancora oggi, non sappiamo con certezza a quale episodio di UFO-crash Edgar Hoover facesse riferimento. Secondo Paolo Toselli, ricercatore del Centro Italiano Studi Ufologici (CISU) e autore del libro F.B.I Dossier UFO. I veri X files (Armenia, 1996), «con ogni probabilità Hoover intese riferirsi al caso di Shreveport essendo “La” l’abbreviazione comunemente utilizzata per indicare lo Stato della Louisiana».

Che cosa accadde a Shreveport? Secondo un rapporto del Project Blue Book, il 7 luglio 1947 un disco volante «da cui usciva del fumo sarebbe atterrato in zona». «In effetti – scrive Paolo Toselli – si trattava di un sottile disco di alluminio del diametro di quaranta centimetri circa, con attaccati alcuni rotoli di filo metallico. Sull’oggetto era ben visibile la scritta: Made in USA. I militari di stanza a Barksdale Field rinvennero il disco prima che gli agenti dell’FBI avessero modo di vederlo».

Edgar Hoover e il suo alter ego Per Hoover, quindi, la Polizia Federale avrebbe dovuto investigare sugli avvistamenti di dischi volanti come gli aveva consigliato lo stesso Tolson: non un funzionario qualsiasi, ma il numero due del Bureau. Promosso nel 1947 a direttore associato (un incarico creato appositamente per lui), Clyde Andersen Tolson esercitò sempre un’enorme influenza sul direttore. A eccezione della segretaria Helen Gandy, lui era l’unico a cui Edgar Hoover consentisse di accedere senza restrizioni ai propri archivi.  Scapolo e introverso, era il collaboratore più stretto del direttore, che aveva coniato per lui il soprannome «Junior», mentre Tolson chiamava Hoover «Boss» in pubblico e «Speed» in privato. Quasi tutti i giorni, per quarantatré anni, una limousine li condusse a pranzo al Mayflower Hotel di Washington, mentre per cinque sere la settimana cenarono al ristorante Harvey’s, al 1100 di Connecticut Avenue. «Clyde Tolson è il mio alter ego» e «mi legge nel pensiero» affermò, un giorno, lo stesso Hoover. Quando questi morì, Tolson non mise più piede in ufficio, si trasferì nella casa di Hoover (che aveva ricevuto in eredità) al numero 4936 di Thirtieth place NW, a Washington, dove risiedette per il resto della sua vita. Il 14 aprile 1975, fu sepolto nel Congressional Cemetery, a circa dieci metri di distanza dalla tomba del suo «Capo».

Il Memorandum di Guy Hottel

Torniamo ai documenti. Un altro promemoria che parla di dischi volanti precipitati fu redatto da Guy Hottel: già dirigente della compagnia di assicurazione Aetna, agente dell’FBI dal 1938, uomo fidato di Hoover e messo al vertice della filiale dell’FBI di Washington dopo un simbolico periodo di addestramento. Il 22 marzo 1950, egli inoltrò al Quartier generale di Washington una notizia sensazio nale, ma priva di riscontri concreti: «Un investigatore dell’Air Force ha dichiarato che tre cosiddetti dischi volanti sono stati recuperati in New Mexico. Sono stati descritti di forma circolare con la parte centrale in rilievo, approssimativamente di cinquanta piedi di diametro. Ogni disco era occupato da tre corpi di fattezze umane, ma alti solo tre piedi, vestiti con abiti di aspetto metallico di una trama molto fine. Secondo Mr. (il nome è stato censurato n.d.r), l’informatore, i dischi sono stati trovati nel Nuovo Messico per il fatto che il Governo possiede un radar molto potente in quella zona e, quindi, si ritiene che il radar stesso abbia interferito con il meccanismo di controllo dei dischi volanti». Dopo la sua pubblicazione in rete, il “Guy Hottel Memo” ha ricevuto milioni di visualizzazioni, suscitando la curiosità dei media di mezzo mondo e diventando il documento più cliccato in assoluto. Dal canto suo, l’FBI ha precisato che quel promemoria non proverebbe l’esistenza di extraterrestri in visita sulla Terra e non avrebbe legami con l’UFO crash di Roswell.

Uno scienziato va al Bureau

Secondo un Office Memorandum datato 18 luglio 1947 e redatto da un agente speciale di stanza nella città di New Haven, nel Connecticut, uno scienziato trentenne (operativo presso gli American Cyanamid Research Laboratories e che aveva già lavorato al MIT di Cambridge, nel Massachusetts, nel Laboratorio Radiazioni collegato al Progetto Manhattan) si recò all’Ufficio dell’FBI per riferire una sua teoria sui flying saucers. Prima di esporla disse che, subito dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, un suo amico «osservò i dischi volanti da un osservatorio a Milano e a Bologna» e gli disse che quei velivoli misteriosi avevano fatto parlare di sé per un certo periodo. Lo scienziato sostenne quindi che «è del tutto possibile che i dischi volanti possano essere bombe atomiche radiocomandate che ruotano attorno l’orbita della Terra» e potrebbero «atterrare su qualsiasi bersaglio designato dell’agenzia o della nazione che gestisce quelle bombe».

Inoltre, evidenziò il fatto che i “piatti volanti” erano stati segnalati nei cieli di Città del Messico, New Orleans, Philadelphia, New York, Boston, Halifax, Newfoundland, Parigi, Milano, Bologna, ma anche sopra la Yugoslavia e l’Albania. «Mettendo una stringa attorno al globo terrestre, – affermò lo scienziato – si noterebbe che tutte le città menzionate formano un’orbita o un cerchio intorno alla Terra e sarebbero, più o meno, in linea rispetto a qualsiasi percorso in cui i dischi potrebbero girare».

Avvistamenti memorabili

Nell’agosto 1947, non appena l’FBI venne a conoscenza da un articolo di giornale pubblicato sul Norfolk Ledger Dispatch che uno studente quattordicenne di Norfolk (Virginia), Billy Turrentine, era riuscito a fotografare un disco volante con una piccola fotocamera, un agente speciale si attivò per interrogare il giovane. L’8 agosto 1947, verso mezzogiorno, questi si trovava seduto sul portico del suo appartamento, al terzo piano di un condominio: da lì osservò un grosso oggetto muoversi rapidamente e procedere da Sud-Ovest a Nord-Est. L’UFO, di colore nero, era seguito da altri due oggetti più piccoli che procedevano nella stessa direzione, a velocità sostenuta. Il ragazzo dichiarò che gli oggetti «sembravano volare sopra le nuvole, più alti dei normali aeroplani e che una nebbia bianca li seguiva». La sera del 19 agosto 1947, alle 21:30, a Twin Falls, nello Stato dell’Idaho, una coppia di coniugi e una vicina di casa erano tranquillamente seduti sulla veranda, quando un misterioso oggetto volante attraversò il cielo a una velocità vertiginosa. Dieci minuti dopo, nonostante il cielo fosse coperto da nuvole, tutti e tre videro altri dieci oggetti simili. Essi erano disposti a triangolo e procedevano veloci nella stessa direzione. «Mentre il gruppo di velivoli stava scomparendo – si legge nell’Office Memorandum dell’FBI del 2 settembre 1947 – tre degli oggetti disposti sul lato sinistro si staccarono e proseguirono in una direzione più settentrionale. I rimanenti sembravano, invece, chiudere i ranghi e muoversi verso Nord-Est».

L’avvistamento di quella sera non si concluse qui. Dopo solo una manciata di minuti, i testimoni scorsero un altro gruppo di oggetti, disposti a triangolo, procedere nella stessa direzione. In seguito, apparve un altro gruppo di cinque o sei velivoli. Fece quindi la sua comparsa una grande flottiglia, composta da circa una cinquantina di UFO, che volava sempre nella medesima formazione triangolare. Altri oggetti simili, infine, furono notati tornare sulla città in direzione Sud-Ovest, in gruppi di tre, cinque e sette e a intervalli di cinque minuti fra loro. Sembravano illuminati dall’interno e possedevano un colore simile alle normali luci elettriche.

Un Memorandum del 18 ottobre 1947, redatto dal un agente speciale di stanza ad Anchorage, la più grande città dell’Alaska, informava Edgar Hoover di quanto era accaduto, a luglio, a due piloti in volo su un Douglas DC-3 nei pressi di Bethel, in Alaska. Verso le 22:00, quando il sole era da poco tramontato e il cielo era sgombro da nuvole, l’attenzione dei due piloti fu catturata da una sorta di «ala volante», apparentemente silenziosa e di colore scuro, che aveva le dimensioni di un Douglas C-54 (un aereo da trasporto medio-pesanter), ma privo di fusoliera e che non lasciava tracce di propulsione o scie di vapore. Il misterioso aeromobile, di cui la stazione dell’aeronautica civile di Bethel non seppe fornire alcuna notizia, si trovava a mille piedi di altitudine, procedeva a grande velocità, era silenzioso e, fortunatamente, non ha causato nessun tipo d’interferenza con le comunicazioni radio dei due piloti. Non potendo sapere con certezza in quale direzione stesse andando, essi cercarono di fare il possibile per evitare una collisione, imponendo al proprio DC-3 una virata di quarantacinque gradi per allontanarsi dall’UFO.

La casalinga, gli ET e la US Navy

La vicenda descritta in un documento dell’FBI del 2 agosto 1954 è incredibile ed è stata resa nota al pubblico anche grazie al libro di Larry Holcombe UFOLeaks. I documenti segreti della Casa Bianca da Roosevelt a Obama (edizioni Piemme, 2015). Questi i fatti: Nell’estate del 1954, due ufficiali della Marina si recarono nella cittadina di Eliot, nello Stato del Maine, a incontrare Frances Swan, una casalinga in contatto telepatico con extraterrestri amichevoli. La Swan scriveva, sotto dettatura, i loro messaggi anche per quattro-cinque ore di fila e senza stancarsi. Ciò avveniva ogni volta che la signora percepiva uno strano ronzio nell’orecchio sinistro, che a volte poteva diventare anche doloroso. Si trattava di un segnale inconfondibile: indicava che i visitatori dello spazio erano in linea, pronti a trasmetterle informazioni su svariati argomenti relativi «ai dischi volanti, alla loro localizzazione e al motivo della loro presenza, alla vita sugli altri pianeti e nell’aldilà, alle profezie della Bibbia».

Tutto era cominciato il 21 maggio 1954. Le comunicazioni telepatiche raggiunsero la donna in ogni momento della notte, facendole perdere diverse ore di sonno. Per questo motivo, la Swan pretese dagli extraterrestri che i messaggi arrivassero secondo il seguente orario, ogni giorno della settimana: alle 8:00 del mattino, a mezzogiorno in punto e alle 18:00 di sera. I due ufficiali della Marina la osservarono andare in trance e parlare con entità dello spazio, le quali potevano utilizzare gli occhi e le orecchie della signora per vedere e ascoltare e registravano tutte le conversazioni. Quando un ufficiale rivolse alla donna una domanda specifica per gli extraterrestri, la signora Swan iniziò a scrivere la risposta prima ancora di trasmettere il quesito con il pensiero. Erano due le gigantesche navi spaziali, in orbita attorno alla Terra, da cui la donna riceveva i messaggi. Larghe centocinquanta miglia, lunghe duecento miglia e profonde cento miglia, erano contrassegnare dalle sigle M-4 e L-11. Al loro interno c’erano cinquemila «navi madre» che misuravano centocinquantaduecento piedi. AFFA era il nome del comandante dell’astronave M-4, proveniente dal pianeta Urano, mentre PONNAR comandava l’astronave L-11 partita dal pienata HATANN. Entrambi perseguivano lo stesso obiettivo: proteggere la Terra e il suo ecosistema dalla distruzione provocata dalla bomba atomica, dalla bomba all’idrogeno e dalle varie tipologie di guerra che, secondo i due comandanti, «disgregano il campo magnetico di forza che circonda il Pianeta». A detta dei due leader alieni, la rottura delle linee di faglia avrebbe un effetto nefasto sull’equilibrio dell’interno Universo. Per questo, il loro compito era proprio quello di riparare tali linee (in pericolo di rottura) nell’oceano Pacifico. Alcuni anni dopo, del caso di Frances Swan fu informato il colonnello Robert Friend (all’epoca maggiore). «Nel luglio 1959 – ricorda nel suo libro il già citato Larry Holcombe – Friend era il capo pro tempore del Project Blue Book e gli fu chiesto di recarsi a Washington DC per esaminare una scoperta fatta dall’intelligence della Marina». Fu in quell’occasione che il colonnello, «accolto da due comandati della Marina e da diversi funzionari della CIA capeggiati da Arthur C. Lundahl, il rispettato direttore del National Photographic Interpretation Center», conobbe la vicenda della casalinga di Eliot. Friend si recò quindi in un ufficio governativo segreto. Qui vide che uno dei due ufficiali della Marina manifestava la stesse facoltà della signora Swan: andare in trance, interloquire con l’alieno AFFA, scrivere sotto dettatura telepatica e con una calligrafia completamente diversa dalla propria. Alla richiesta di poter vedere la sua nave spaziale, AFFA rispose di guardare fuori dalla finestra. In quell’istante si materializzò un UFO luminoso. «In seguito – scrive Holcombe – furono chieste conferme radar alla base di Andrews e all’aeroporto Washington National, ma si scoprì che per qualche ragione l’area in cui era apparso il velivolo era stata oscurata».

Lonnie Zamora entra nella storia

Sabato 25 aprile 1964 giunse sulla scrivania di Edgar Hoover un’informativa redatta dall’agente speciale J. Arthur Byrnes di stanza ad Albuquerque, capoluogo della contea di Bernalillo, nello Stato del New Mexico. Egli riferiva quanto era accaduto, il giorno prima, a un agente di polizia di nome Lonnie Zamora, giudicato «sobrio, affidabile e non soggetto a fantasticherie». Byrnes ebbe la fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto, ossia nell’ufficio dello sceriffo quando l’addetto alla radio, Ned Lopez, ricevette una concitata telefonata da parte dello stesso Zamora, il quale lo informava dell’atterraggio di un misterioso oggetto volante. Questa la ricostruzione dei fatti da parte dell’agente dell’FBI Byrnes, che fu tra i primi ad accorrere sul luogo segnalato da Zamora. Intorno alle 17:50, l’agente «vide una fiammata nel cielo, a Sud-Ovest, che volle verificare poiché credeva che fosse esploso un deposito di dinamite».

Mentre stava guidando in una zona isolata, a un miglio a Sud di Socorro, osservò in una depressione, a circa ottanta metri di distanza, un «oggetto biancastro» che assomigliava a un’automobile capovolta e due persone che, vestite di bianco, si trovavano nelle sue vicinanze. Zamora guidò quindi l’automobile lungo una strada accidentata arrivando a una distanza dall’oggetto di circa centotrenta piedi e a un’altezza di venti-venti-venticinque piedi. Da quel punto, non vide nessuna persona, ma udì «due o tre boati» e osservò l’UFO emettere una fiammata bluastra e arancione per poi alzarsi lentamente, fino a raggiungere l’altezza dell’automobile. «In seguito – si legge nel documento dell’FBI – il rumore e la fiamma si fermarono e l’oggetto decollò ad alta velocità in linea retta e quasi orizzontalmente per scomparire su una montagna lontana». Sul luogo dell’atterraggio, furono rinvenute «quattro piccole aree bruciate di forma irregolare e quattro depressioni rettangolari e regolari».

L’oggetto biancastro che spaventò Zamora era di «forma ovale, simile a un pallone da football» e riportava un’insegna rossa nella parte centrale. La notizia arrivò ben presto alla stampa e, nel giro di qualche settimana, fece il giro del mondo. In Italia, su La Domenica del Corriere del 17 maggio 1964, Walter Molino dedicò all’avvistamento di Socorro una splendida tavola a colori e, all’interno dello stesso numero, fu pubblicato un dettagliato servizio a firma del giornalista Benny Jeangold.

Il tesoro perduto di Edgar Hoover

L’archivio personale del “primo poliziotto d’America” andò probabilmente distrutto. Il compito spettò in primis a Helen Gandy, la fedele segretaria dalle labbra cucite che Hoover conobbe a una festa, nel lontano 1918, e per il quale lei diventò «indispensabile». Come lui non si era mai sposata; come lui aveva dedicato l’intera vita all’FBI. Secondo l’inchiesta condotta dal già citato Curt Gentry, la Gandy, a «distanza di poche ore dalla morte dell’uomo che da cinquantaquattro anni era stato il suo capo, presa fra il suo lutto personale, le mille telefonate e le discussioni sull’assegnazione dei posti a sedere durante la cerimonia funebre, aveva già iniziato a esaminare quei famosi dossier, a raccoglierli e a suddividerli, a segnare quelli da distruggere con la trinciadocumenti e a mettere da parte quelli che richiedevano un’attenzione particolare». Secondo la sua testimonianza giurata, resa tre anni dopo i fatti, la segretaria confermò di aver distrutto l’archivio personale del suo ex direttore sia nel Quartier generale dell’FBI, dal 2 al 12 maggio 1972, sia nell’ex residenza di Hoover, dal 13 maggio al 17 luglio dello stesso anno. Ma non fu la sola a rimboccarsi le maniche. «Con l’attivazione della lista D (come “distruggere”), che a quanto pare fu a sua volta eliminata, – scrive Curt Gentry – a ogni piano del quartier generale dell’FBI, dal quinto al seminterrato, dove si trovava la tipografia, le trinciadocumenti sfornarono coriandoli di carta.

Un’attività altrettanto convulsa era in corso nell’edificio della vecchia posta, sede dell’ufficio dell’FBI di Washington, e in tutti gli uffici territoriali e degli addetti legali che costituivano il vasto impero del Bureau». Secondo il ben informato William Sullivan (che per trent’anni fu uno dei funzionari più vicini a Hoover e, nel 1977, rimase ucciso durante una partita di caccia poco prima di una sua convocazione davanti alla commissione che indagava sull’assassino di J.F.Kennedy), l’archivio personale del direttore era «l’oro che nessuno ha mai trovato». Di dimensioni imprecisate, conteneva «schedari misteriosissimi, dossier altamente esplosivi con informazioni politiche e notizie compromettenti su personaggi chiave della vita nazionale». Che cosa intendeva Sullivan con l’aggettivo «misteriosissimi»? È possibile che si riferisse a quegli avvistamenti UFO in grado di avere ripercussioni sulla sicurezza nazionale, alle “prove” della presenza degli alieni sulla Terra e al loro interesse per le armi nucleari? Pensarlo – come avrebbe dichiarato l’insondabile Helen Gandy – è un «nostro diritto», anche se la risposta, forse, non la sapremo mai.

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