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Guerra fredda: come ebbe inizio il disgelo

by Lettere21

Finite le scomode alleanze della Seconda guerra mondiale, emerse un nuovo mondo: quello dell’Ovest contro l’Est e della lotta tra superpotenze per il predominio globale. Tra giorni bui e momenti di speranza, ecco come andarono le cose tra il 1961 e il 1991

Nel 1961 il Muro di Berlino chiuse l’ultimo punto di passaggio tra Est e Ovest, oltre a isolare l’area più “infiammabile” dell’intera Guerra Fredda in Europa. Con il tempo entrambi i lati della Cortina di Ferro si adeguarono a questa separazione: nessuno nato negli anni Cinquanta o Sessanta avrebbe più potuto nemmeno immaginare una situazione differente.

Ma in zone più periferiche la guerra rimaneva ben più “calda”: gli anni Sessanta videro l’escalation del conflitto in Vietnam, già diviso dal 1945 tra un Nord comunista (la Repubblica Democratica del Vietnam) e un Sud in mano al corrotto regime di Saigon (la Repubblica del Vietnam), dominato dall’esercito e sempre più dipendente dagli Stati Uniti, dopo che la Francia aveva abbandonato il proprio impero in Indocina nel 1954. Il Vietnam del Sud, in sé, non aveva particolare importanza per gli americani, ma nel 1965 il presidente Lyndon Johnson cominciò a considerare la questione un fatto di credibilità del suo Paese agli occhi del mondo, oltre a temere che, se non avesse fatto qualcosa di concreto all’estero contro l’avanzata del comunismo, in patria i conservatori avrebbero bloccato i finanziamenti ai suoi programmi per la “Grande Società” (un insieme di riforme da lui proposte). “Ero ben deciso a essere sia un leader di guerra sia un leader di pace”, avrebbe dichiarato in seguito. “Pensavo che l’America avesse le risorse per fare entrambe le cose”.

Si rivelò un disastroso atto di superbia. Né i bombardamenti senza fine né l’invio sempre più massiccio di truppe riuscirono a piegare il Vietnam. Fu invece il Vietnam a piegare Johnson: la guerra, infatti, divenne talmente impopolare che nel 1968 il presidente decise di non concorrere alle elezioni per un secondo mandato. E toccò al suo successore repubblicano, Richard Nixon, tirar fuori gli Stati Uniti da quel pantano asiatico e per farlo investì tutto il suo primo mandato.

Un mediatore anomalo

La Repubblica Popolare Cinese era diventata sia la banca sia l’arsenale della Repubblica Democratica del Vietnam, e ciò costrinse l’Unione Sovietica – ormai la rivale ideologica della Cina per la leadership sul mondo comunista – a offrire anche il suo aiuto per non perdere la faccia. Nixon si trovò dunque a dover pacificare le due superpotenze comuniste per avviare il Vietnam verso una risoluzione del conflitto: risultato che lui e il suo aiutante Henry Kissinger ottennero con gli Accordi di Pace di Parigi del gennaio 1973.

Nel 1972 Nixon era stato il primo presidente americano ad aver visitato le capitali delle due superpotenze comuniste. A Mosca aveva firmato con il Segretario generale sovietico Leonìd Brèžnev una dozzina di accordi per il rallentamento nella proliferazione degli armamenti, aveva inoltre aperto relazioni economiche e promosso scambi culturali. L’anno successivo era stato Brèžnev a recarsi negli Stati Uniti e nel 1974 Nixon era tornato una seconda volta in Russia. Sembrava davvero che la tensione si stesse allentando a ritmo costante.

Lo stesso avvenne in Europa: nel 1972, sotto la leadership del socialdemocratico Willy Brandt, la Germania dell’Ovest tese una mano al di là della Cortina di Ferro e raggiunse accordi con Berlino Est e con le quattro potenze alleate (che si dividevano la città in zone di influenza) per ottenere una maggiore facilità di passaggio attraverso il Muro. Brandt aveva in realtà uno scopo molto pragmatico: rendere più facile la vita agli abitanti di quella città spaccata in due. Non aveva abbandonato le speranze di riunificazione e continuò a parlare di “cambiamento tramite il riavvicinamento”, ma non si illuse mai di vedere una Germania di nuovo unita. Tuttavia l’allentamento della tensione si arenò presto.

L’America era provata dalla guerra in Vietnam e dallo scandalo del Watergate che costrinse Nixon a dimettersi nel 1974. Le spese del conflitto avevano alimentato l’inflazione e aumentato il deficit nei pagamenti, tanto che nel 1971 il Paese dovette uscire dal sistema aureo: la convertibilità automatica del dollaro in oro era rimasta un pilastro fondamentale del sistema monetario americano dal 1945, e la fine di quell’era suonò come un altro rintocco della campana funebre per la “Pax Americana”.

Negli anni Settanta, peraltro, l’Occidente intero era economicamente in subbuglio, con il lungo boom postbellico ormai collassato nella depressione. L’evento catalizzatore fu la crisi petrolifera del 1973, quando i Paesi arabi alzarono il prezzo del greggio in reazione al sostegno degli Stati Uniti a Israele nella Guerra del Kippur. All’inflazione rampante si accompagnavano la stagnazione delle industrie e l’aumento della disoccupazione: si generò un fenomeno battezzato “stagflazione”, che sfidava i vecchi metodi di risoluzione keynesiani e che lasciò i governi occidentali nudi e indifesi davanti a elettori e lavoratori inferociti. Per contro, l’Unione Sovietica, la cui economia dipendeva molto dall’esportazione di petrolio e gas naturali, ebbe soltanto a giovarsi dell’aumento nei prezzi dell’energia.

Con il passare degli anni divenne evidente che il concetto di allentamento della tensione aveva significati diversi ai due lati della Cortina: Washington dava per scontato che i sovietici avrebbero cominciato a “comportarsi bene” e smesso di tentare di destabilizzare un mondo modellato sull’egemonia americana; Mosca riteneva che la raggiunta parità nucleare con gli Stati Uniti avrebbe offerto finalmente l’occasione per espandere il comunismo senza timore di ritorsioni.

Un’impennata di comunismo

Nel 1975 tutta l’Indocina – Vietnam, Cambogia e Laos – passò in blocco al comunismo nell’arco di pochi mesi. In Angola nel 1975-1976 l’Unione Sovietica impiegò truppe dell’enclave comunista di Fidel Castro per combattere contro i guerriglieri spalleggiati dagli Stati Uniti e dal vicino Sudafrica, e mobilitò di nuovo l’alleato cubano nel 1977-1978 per rafforzare la proprie posizioni in Etiopia e in Somalia, due Stati in crisi del Corno d’Africa. “A noi è toccato fare due volte quel che gli Yankees non sono riusciti a fare in Vietnam”, commentò un soldato cubano. Un’affermazione alquanto arrogante, peraltro: i sovietici avrebbero scoperto che il “Terzo Mondo”, con le sue nazioni in crisi e i suoi conflitti etnici, sarebbe stato tremendo da gestire per loro tanto quanto per gli americani. Ciò si vide con chiarezza in Afghanistan, dove Mosca intervenne il giorno di Natale del 1979 per riprendere le redini della propria influenza che andava diminuendo. Provvide a insediare rapidamente un nuovo governo, ma si trovò risucchiata in un caotico conflitto che sarebbe proseguito fino al febbraio del 1989, costando la vita a non meno di 15mila soldati sovietici.

A tutti gli effetti l’Afghanistan sarebbe diventato il Vietnam dei russi. Ma nei mesi finali del 1979 tutto questo apparteneva ancora a un futuro lontano: l’effetto immediato dell’intervento sovietico in Afghanistan fu di spazzare via l’allentamento della tensione. Il presidente americano Jimmy Carter, sentendosi messo alle strette, definì la crisi afgana “la più grande minaccia alla pace globale dai tempi della Seconda guerra mondiale” e reagì ritirando dall’approvazione del Senato il “Trattato sulla Limitazione delle Armi Strategiche” (SALT II), che aveva di recente concordato con Brèžnev a Vienna. Ma nemmeno questo riuscì a salvarlo dalla sconfitta elettorale nel novembre del 1980.

Gli successe Ronald Reagan, ex attore cinematografico e anticomunista militante, che nella sua prima conferenza stampa come presidente dichiarò che fino ad allora l’allentamento della tensione era stato “un senso unico strumentalizzato dall’Unione Sovietica per perseguire solo i propri interessi”. E fu così che le due superpotenze entrarono in quella che viene chiamata la “Nuova Guerra Fredda”. Nel dicembre del 1981, poi, il governo comunista della Polonia entrò in conflitto con i sindacati del movimento di Solidarnos´cˇ per il libero commercio e, per evitare un intervento restauratore da parte del Patto di Varsavia, impose la legge marziale. Nel frattempo la NATO rispose alla minaccia dei nuovi missili sovietici a corto raggio SS20 puntati sull’Europa con la cosiddetta politica del “doppio binario”: il dispiegamento di missili Cruise e Pershing II in contemporanea ai colloqui sulla riduzione degli armamenti, in modo da poter trattare di nuovo da una posizione di forza. L’operazione fu sostenuta nel 1983 dai governi di destra in Gran Bretagna e Germania Ovest, guidati rispettivamente da Margaret Thatcher e Helmut Kohl. Per tutta risposta l’Unione Sovietica si ritirò da ogni dialogo sulla limitazione degli armamenti e le due superpotenze smisero di essere impegnate in una qualche forma di negoziato per la prima volta negli ultimi quindici anni.

Nel marzo del 1983 Reagan esacerbò ancor di più la tensione con due pesanti discorsi: nel primo dichiarò davanti a un pubblico di cristiani evangelici che i sovietici erano “l’incarnazione del male nel mondo contemporaneo” e che sarebbe stato un errore ignorare “gli impulsi aggressivi di un impero malvagio”; due settimane dopo disse davanti alle telecamere che ormai era tecnologicamente possibile creare difese strategiche contro i missili nucleari e auspicò l’apertura di un vasto programma di finanziamento per rendere le armi nucleari “inutili e obsolete”.

Crollano i muri

Reagan, al solito, esprimeva idee semplicistiche e senza un pensiero davvero informato alle spalle, ma aveva il dono di saper catturare il pubblico del suo Paese. La sua “Iniziativa di Difesa Strategica” (SDI), soprannominata “Guerre Stellari” dai suoi non pochi critici, fu raccolta dai falchi del Pentagono e trasformata in un astuto mezzo di propaganda per la loro speranza di sfruttare la superiorità tecnologica degli Stati Uniti sull’Unione Sovietica in campi come l’informatica e il laser. Reagan detestava la dottrina strategica della “Distruzione Reciproca Assicurata” (Mutual Assured Destruction, o MAD) secondo la quale l’attacco nucleare da parte di una delle due superpotenze avrebbe avuto come risultato finale la distruzione di entrambe, una prospettiva che creava un deterrente capace di scoraggiare ogni aggressione. La considerava letteralmente una follia (mad in inglese significa appunto “pazzo”): pur con tutti i suoi atteggiamenti da crociato della Guerra Fredda, era paradossalmente un sostenitore della pace.

La sua occasione arrivò nel marzo del 1985, grazie a un inaspettato cambio di guardia al Cremlino. Passati Brèžnev e due successori tutt’altro che giovani, durati in totale appena 28 mesi, il Politburo (l’Ufficio politico) decise con riluttanza di saltare una generazione e insediò come Segretario generale del Partito Comunista Michail Gorbacˇëv: un giovane e brillante riformatore nato nel 1931, parte di una nuova leva politica di formazione universitaria a cui varie visite in Occidente negli anni Settanta avevano aperto gli occhi. La sera della sua nomina, mentre passeggiava in giardino (per evitare le cimici del KGB) disse a sua moglie: “Non possiamo andare avanti a vivere così”. Ormai il prezzo del petrolio era in discesa e con esso il monopolio economico sovietico, non più in grado di provvedere al fabbisogno delle esportazioni. Per contro l’Occidente era uscito dalla “stagflazione” degli anni Settanta e si stava muovendo verso l’era della produzione di servizi e la rivoluzione informatica. Dunque Gorbacˇëv, che aveva il bisogno stringente di alleggerire il peso degli armamenti sull’economia sovietica ormai in difficoltà, accolse volentieri le offerte di dialogo di Reagan.

In una serie di incontri tra 1985 e il 1988 i due leader ebbero discussioni infuocate, ma scoprirono anche un mutuo orrore per la minaccia nucleare e nel dicembre del 1987 si accordarono per mettere al bando un’intera categoria di armi, i missili nucleari a medio raggio, inclusi quindi gli SS20, i Cruise e i Pershing II che avevano gettato la loro lunga ombra sui rapporti tra Est e Ovest per tutto il decennio precedente. In ciò giocò sicuramente una parte anche la minaccia della SDI americana (l’Iniziativa di Difesa Strategica), ma nel nuovo allentamento della tensione si rifletteva comunque un cambiamento fondamentale nella politica di sicurezza sovietica, che ora intendeva basarsi su concetti come una “difesa ragionevolmente sufficiente” e “valori umani condivisi”. O, per usare le parole dello stesso Gorbacˇëv: “Quali che siano le nostre divisioni, dobbiamo vivere sullo stesso Pianeta”. Con il tempo i suoi consiglieri lo convinsero che per modernizzare la società sovietica non servivano solo riforme economiche ma anche un sistema politico più aperto. Gorbacˇëv arrivò ad auspicare una riforma in questo senso in tutto il Blocco Sovietico: nel 1987 dichiarò che “unità non significa uniformità” e che “non esiste un modello di socialismo che debba essere imitato da tutti”. L’Europa dell’Est non aveva certo dimenticato il 1956 e il 1968, quando i precedenti Segretari generali sovietici avevano schiacciato con i carri armati i tentativi di riforma in Ungheria e Cecoslovacchia, ma ora da Mosca sembravano arrivare segnali che, pur non essendo propriamente una luce verde, erano perlomeno un passaggio dal rosso al giallo.

Nell’estate del 1989 la questione polacca finalmente si risolse con una serie di tavole rotonde e un’elezione più democratica, nella quale trionfò la coalizione guidata da Solidarnos´cˇ. Per contrasto, in Ungheria la rivoluzione partì dall’alto invece che dal basso: nel partito al potere nacquero divisioni sulle riforme da attuare, ma in breve si ebbero elezioni multipartitiche. Radio e televisione diedero notizia di questi cambiamenti epocali in tutto il Blocco Sovietico e nella Germania dell’Est scoppiarono proteste, giacché i suoi abitanti vivevano una condizione unica nel Blocco: se avessero potuto oltrepassare la Cortina di Ferro, avrebbero avuto diritto automatico alla cittadinanza nella Germania dell’Ovest.

Infine, quando l’Ungheria spalancò il suo confine con l’Austria nel maggio del 1989, il torrente si trasformò in un fiume in piena e il 9 novembre, in mezzo a caotiche decisioni politiche, il Muro di Berlino venne buttato giù, mettendo fine al più concreto simbolo della divisione tra Est e Ovest. Entro Natale il Blocco comunista era ormai storia passata. Con l’eccezione della Romania, la rivoluzione era stata ovunque pacifica.

Nel 1990 la sfida maggiore divenne risolvere il problema tedesco. Era stata proprio la lotta per il predominio sulla Germania a spalancare, in prima istanza, l’abisso che aveva diviso gli ex alleati della guerra. Nel 1961 il Muro di Berlino aveva offerto una soluzione temporanea, ma ora non esisteva più, la Germania Est non aveva più senso come Stato e, con il cancelliere tedesco Helmut Kohl che premeva per una rapida riunificazione del Paese, un nuovo scontro internazionale sembrò una realtà plausibile. Di sicuro era quel che temeva Margaret Thatcher, la cui avversione viscerale per la sola idea di una potenza tedesca affondava le radici nella Seconda guerra mondiale.

Ma il presidente americano George H. W. Bush non condivideva le opinioni della Thatcher. Il cancelliere Kohl lavorò anche a stretto contatto con François Mitterrand a Parigi, assicurando che una Germania unificata sarebbe stata ancor più propensa a partecipare all’Unione Europea e al progetto della moneta unica, l’euro. Questa “diplomazia del portafogli” si conquistò l’approvazione di Gorbacˇëv e ne seguì una rapida ritirata delle truppe sovietiche dal suolo tedesco: il 3 ottobre 1990 le due Germanie tornarono a essere una.

Il crollo del Blocco Sovietico e la riunificazione tedesca di fatto segnarono la fine della Guerra Fredda in Europa: la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 fu, per i trionfalisti americani, solo la ciliegina sulla torta. Tuttavia, vale la pena notare che l’origine di molti dei problemi che ci toccano oggi va ricercata proprio nei caotici, precipitosi eventi del 1989-1991: una controversa eurozona vessata dalle contraddizioni economiche, un’Unione Europea che ha abbracciato il continente intero divenendo nel contempo sempre più fiacca e una Russia umiliata che sta rialzando la testa sotto l’aggressiva leadership di Vladimir Putin. In altre parole, gli eventi che hanno portato alla fine della Guerra Fredda contenevano già i semi delle difficoltà del nostro presente.

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