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I bugiardi vivono più felici dei sinceri

by Lettere21

Impariamo a mentire già da piccoli, a tre anni. Spesso lo facciamo a fin di bene e per non compromettere i rapporti sociali. Ma recentemente si è scoperto che alcune piccole menzogne ci aiutano a vivere meglio

Non è la società che ci rende falsi e bugiardi: già dai tre anni siamo capaci di mentire. Lo ha dimostrato lo scorso ottobre un articolo firmato dai ricercatori canadesi Angela D. Evans e Kang Lee, rispettivamente delle università di Brock e di Toronto, in Canada, pubblicato su Developmental Psychology. Dopo aver chiesto a 65 bambini di due e tre anni di non guardare un giocattolo posto davanti a loro mentre uno sperimentatore non li stava osservando, gli studiosi hanno notato che la maggioranza dei bimbi più piccoli ammetteva senza problemi di aver trasgredito all’invito, al contrario dei più grandi che invece tendevano a mentire.

Così si soffre meno

In pratica iniziamo a mentire a quell’età e continuiamo per tutta la vita. La morale condanna le menzogne, anche se sono indispensabili alla sopravvivenza. Ci servono per giustificarci o per consolarci quando la realtà è troppo brutta per essere presa così com’è. Raccontarci bugie ci dà stabilità. Per non essere più vittime dei tranelli che ci costruiamo da soli. Non potendo accertarci ogni giorno che la persona che amiamo non abbia cambiato idea su di noi, ci convinciamo che il suo amore sarà eterno, mentendo a noi stessi: razionalmente sappiamo, infatti, che potrebbe non essere così. Persino i docenti di marketing Jennifer Argo e Baba Shiv, rispettivamente delle università dell’Alberta e di Stanford (Usa), si sono accorti che alcune piccole menzogne ci fanno stare meglio. Un loro studio sulle bugie innocue mostra che l’85 per cento dei clienti dei ristoranti ammette di mentire quando, dopo una cena non soddisfacente, il cameriere va al tavolo per chiedere se i piatti sono stati di loro gradimento. «Ci convinciamo che lamentarci sarebbe spiacevole o che non ne varrebbe la pena», spiega su Psychology today lo psicologo Guy Winch a commento dello studio. Insomma, tacciamo pur di non compromettere i rapporti sociali.

Mentiamo come i babbuini

Le relazioni umane si fondano anche sulle bugie. Secondo i dati presentati lo scorso anno alla conferenza annuale dell’Associazione degli psicologi americani da Anita E. Kelly dell’Università di Notre Dame (Usa), ogni americano mente in media 11 volte la settimana. Non molto diverso da noi: secondo l’indagine Gli italiani e le bugie realizzata da Astra/Demoskopea nel 2005, il 45 per cento degli italiani fra i 15 e i 79 anni mente cinque volte al giorno. «Lo facciamo spesso in modo inoffensivo: tutti i mariti dicono alle mogli che stanno bene anche dopo essersi fatte un taglio di capelli troppo corto», ha spiegato l’americana Pamela Meyer, autrice del bestseller Liespotting, durante un incontro organizzato nel 2011 dall’ente no profit Ted. Secondo i dati portati da Meyer la media sarebbe ancora più alta: tre bugie nell’arco del primo minuto di conversazione con un estraneo e fino a 200 nel corso di una giornata. Le conseguenze? Economiche (ogni azienda perde il 5 per cento dei guadagni annuali a causa di informazioni false) e psicologiche: «Tutti ne paghiamo i danni emozionali», aggiunge la studiosa. Perché allora continuiamo a farlo? Perché ci permettono di trarre vantaggi con gli altri, e perché è una tendenza innata. I neuroscienziati Richard Byrne e Andrew Whiten dell’Università di Sant’Andrea (Regno Unito) hanno studiato per anni i babbuini nella savana africana dimostrando la loro propensione a comportamenti ingannevoli all’interno del gruppo: Queste strategie dettate dall’istinto di sopravvivenza dovevano essere le stesse applicate dall’homo erectus e dall’homo abilis due milioni e mezzo di anni fa. Le menzogne più sofisticate sono arrivate molto dopo, quando l’uomo ha cominciato a fare uso del pensiero astratto. La cultura è come uno specchio su cui l’uomo ri”ette la realtà, schematizzandola e a volte modificandola a proprio piacimento.

Bimbi bugiardi, adulti vincenti

Per questo le persone socialmente più affermate imparano presto a mentire: la capacità di fare affermazioni false è un elemento fondamentale dello sviluppo intellettuale. Per negare intenzionalmente la verità bisogna essere in grado di comprenderla a fondo. Lo ha confermato lo studio canadese sui 65 bimbi: nei piccoli la tendenza a mentire sembrava andare di pari passo con le abilità cognitive. Lo stesso Kang, coautore della ricerca, alcuni anni fa aveva pubblicato uno studio in cui avanzava una teoria secondo cui più la bugia è plausibile più il baby bugiardo saprà cavarsela nelle difficoltà della vita ricorrendo a rapidità di pensiero e improvvisazione. «I bimbi più intelligenti», aveva spiegato lo psicologo, «mentono meglio perché riescono a nascondere le tracce delle loro frottole».

Ma il corpo non mente

C’è uno psicologo americano, Paul Ekman, che ha fatto dell’arte di smascherare gli impostori la sua professione. Tanto da essere divenuto una star che ha ispirato la serie televisiva Lie to me. Ekman ha individuato i segnali del corpo che potrebbero indicare se chi abbiamo davanti sta mentendo. Eccoli:

1) Voce. Chi mente cambia tono: se è ansioso ha una voce più acuta, se avverte senso di colpa parla con voce fiebile. Al contrario, se è monotono potrebbe indicare un esasperato autocontrollo. Quando non si smentisce balbettando o commettendo lapsus fa errori di grammatica, si incespica o fa lunghe pause.

2) Mani e braccia. Agitato, tende paradossalmente a controllare i gesti e a mantenere le mani ferme o a muoverle al di sotto del livello della cintura. Se porta le mani al viso, le usa per coprire la bocca con lo scopo inconscio di nascondere le espressioni. Si tocca spesso naso, mento e lobi delle orecchie.

3) Postura. Il mentitore appare chiuso su se stesso, pur cambiando più volte posizione quasi fosse scomodo sulla sedia. Le gambe sono spesso incrociate e le ginocchia sollevate quasi a proteggere l’addome.

Come funziona la macchina della verità

Quanto mentiamo ci stressiamo: i battiti cardiaci accelerano, la respirazione si fa più rapida e si riduce la temperatura della superficie della pelle. È su questi e altri indicatori che si basa il lie detector, la cosiddetta “macchina della verità” usata da tempo negli Usa. Un sistema non infallibile: le reazioni di stress potrebbero verificarsi anche quando il soggetto non sta mentendo. Ma vari studi permetteràno invece di mettere a punto macchine della verità più affidabili. Mentre pensiamo o diciamo una bugia, infatti, il cervello produce una specifica risposta bioelettrica, individuata dalle ricercatrici. Intercettata nel corso dell’esperimento grazie a speciali cuffie, può essere considerata come inequivocabile prova di menzogna.

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