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Il fiore del male

by Lettere21

La cattiveria può manifestarsi in molti modi. Ma i malvagi, in fondo, sono tutti uguali: hanno lo stesso tipo di personalità

Non c’è un solo modo di essere crudeli. Si può andare dal sadismo insensato di Alex DeLarge, protagonista di Arancia meccanica, alla perfidia traditrice di Scar, l’antagonista del saggio Mufasa nel Re leone, alla brutalità ignorante di Bob Ewell di Il buio oltre la siepe, che violenta la figlia e lascia che sia accusato un innocente. O ancora ai piccoli gesti maligni che possono venire in mente un po’ a tutti, e che sono raccontati ne L’amica geniale attraverso le azioni di Lila, una delle protagoniste. E del resto, che la cattiveria abbia tante facce, lo dimostrano anche la cronaca e la vita quotidiana. Ma in fondo al cuore, tutti i cattivi sono uguali: un trio di ricercatori di due università tedesche e una danese ha elaborato e messo alla prova una teoria che cerca di inquadrare e raggruppare gli aspetti più negativi della personalità umana. La conclusione cui sono giunti è che, se si scava in profondità, si trova una identica “disposizione alla malvagità” di cui i diversi comportamenti non sono altro che affioramenti superficiali.

ETICHETTE. Gli studiosi hanno in sostanza ideato una teoria unificata della cattiveria, compiendo la stessa operazione che Charles Spearman fece un secolo fa per l’intelligenza. Ai primi del Novecento, questo psicologo e statistico intuì che le varie forme e manifestazioni di quella che definiamo intelligenza, misurate con diversi test e scale di abilità, hanno una base comune: la capacità di risolvere problemi, concreti o astratti che siano. Spearman lo chiamò “fattore G” (G sta per “generale”, ovvero intelligenza generale).

Al nocciolo della cattiveria ci sarebbe invece quello che Morten Moshagen, Benjamin Hilbig e Ingo Zettler, i tre autori della teoria, hanno definito “fattore D della personalità”, in cui “D” sta per “dark”, ovvero oscuro. Questo valore profondo, “nero’”, è in sostanza ciò che tutti i cattivi hanno in comune. Per arrivare alla loro teoria, i tre psicologi sono partiti dall’osservazione delle varie “etichette” emerse in decenni di ricerca per definire tratti e caratteristiche negative della personalità. Negli anni Settanta, si cominciò a parlare di “machiavellismo” per indicare una personalità fredda e manipolatrice, con la tendenza a ingannare gli altri; di disturbi narcisistici a proposito delle persone arroganti, concentrate su se stesse e indifferenti al prossimo; o ancora di “psicopatia” per diagnosticare gli individui impulsivi e irresponsabili, privi di qualunque senso di colpa e di rimorso.

Secondo i tre studiosi, questi aspetti sono riconducibili a un’unica definizione della malvagità, ovvero a una forma maligna di egoismo. Tutti i cattivi, in fondo, vivono con l’unica regola di “massimizzare la propria utilità, accettando, ignorando o provocando deliberatamente il danno altrui”. Una definizione semplice quella escogitata dai tre psicologi, e in fondo quasi scontata, che però racchiude tutti i tipi di comportamento cattivo che possono venire in mente: dal sadico torturatore all’egoista insensibile ai bisogni del prossimo, fino all’invidioso che si astiene dal fornire un consiglio che non gli costa niente pur di danneggiare qualcuno. Una teoria, però, da mettere alla prova. Ed è proprio quello che i ricercatori hanno fatto, pubblicando i risultati del loro approfondito studio (oltre 30 pagine) su Psychological Review, la più autorevole rivista di psicologia.

9 FATTORI O UNO SOLO? I tre hanno selezionato nove cosiddetti tratti oscuri tra quelli presi in considerazione negli studi sulla personalità: egoismo, machiavellismo, disimpegno morale, narcisismo, il cosiddetto psychological entitlement, cioè il sentirsi più in diritto degli altri (una sorta di senso di superiorità), psicopatia, sadismo, individualismo, perfidia. Poi hanno sottoposto alcune migliaia di persone ai test standardizzati comunemente utilizzati per valutarli. Dall’analisi statistica dei risultati è emerso che tutti i tratti sono in forte correlazione tra di loro, sia quelli di cui si conosceva già l’associazione, per esempio quelli appartenenti alla cosiddetta “triade oscura”, che comprende machiavellismo, narcisismo e psicopatia, sia tutti gli altri. Gli studiosi sono così arrivati a una prima conclusione: le varie sfaccettature devono essere espressione di una caratteristica sottostante più profonda, il fattore Dark appunto, ovvero il nocciolo della cattiveria.

LA SCALA DEL MALE. Il passo successivo è stato mettere a punto un test adatto per misurare il “fattore D” (nelle prossime pagine ne pubblichiamo una versione semplificata per misurare il vostro grado di cattiveria), e misurare la validità di questo strumento per predire il comportamento malvagio. Nel classico gioco “del dittatore”, che consiste nel condividere una quantità di denaro con un estraneo, rimanendo anonimi, e che di solito viene impiegato per valutare il grado di altrui smo, chi aveva un fattore D alto in base al test era più probabile si comportasse in modo egoista e sleale. Il test, insomma, sembra funzionare: d’ora in poi, invece di dire che un individuo è prepotente, narcisista, amorale, insensibile, disonesto, manipolatore… si potrebbe semplicemente dire che ha un fattore D elevato.

PAESE CHE VAI… Ad oggi, più di 100mila persone hanno completato il test del fattore D sul sito creato dai tre studiosi per raccogliere dati ed elaborare ulteriormente le ricerche sulla personalità oscura. Intanto, pare confermato che gli uomini tendono in media ad avere un punteggio D più alto delle donne. Sono anche emerse differenze di “cattiveria” tra i diversi Paesi. In genere buoni e cattivi sono distribuiti un po’ ovunque (la variabilità all’interno di una singola nazione è molto più alta che tra Paesi diversi). Ma, si possono notare alcune tendenze: sembra ci sia un effetto “ovest-est”, vale a dire le persone dei Paesi asiatici ottengono punteggi leggermente più alti che nei Paesi europei. Gli italiani sono nella media per l’Europa, mentre gli abitanti dei Paesi scandinavi sotto. A che cosa potrebbe servire un simile test, al di fuori degli studi di psicologia? In ambito forense, potrebbe per esempio essere usato per decidere se un criminale debba essere rilasciato o no. Le aziende potrebbero utilizzarlo nella selezione del personale, per identificare i candidati più a rischio di comportamenti negativi, come il mobbing o il furto. Oppure per organizzare programmi o creare specifiche condizioni di lavoro favorevoli per i dipendenti o per l’organizzazione stessa. Inoltre, la nuova definizione legamenti con altri ambiti. Permette, per esempio, di stilare una sorta di “scala crescente della malvagità” il cui criterio è la coscienza o meno del male che si fa. Esiste infatti la cattiveria fatta senza volere, o quella che dipende dalle circostanze.

ISTINTI PRIMITIVI. La ricerca dà la sensazione di essere finalmente arrivati a comprendere e misurare un comportamento su cui si interrogano da millenni la filosofia, la religione e la morale. Tuttavia lascia più domande aperte di quelle cui risponde. Cattivi si nasce o si diventa, per esempio? Come per altri tratti di personalità, è probabile che D dipenda da fattori sia genetici sia ambientali. E questi ultimi non andrebbero sottovalutati: è probabile per esempio che dove si pone molta enfasi sulla competizione venga premiato il comportamento “dark”. D’altra parte, le società possono sviluppare politiche che favoriscono il comportamento non-D, per esempio premiando la cooperazione e svalutando la massimizzazione del vantaggio individuale. Resta poi da vedere come combinare le ricerche sulla personalità oscura con gli studi di taglio neuroscientifico che da tempo tentano di individuare le basi biologiche della crudeltà e della tendenza alla violenza. A metà anni Novanta, il neurochirurgo Itzhak Fried parlava di sindrome E, e questa volta “E” sta per “evil” (malvagio) per indicare il comportamento di chi commette atti di violenza disumani, apparentemente senza il minimo turbamento. Persone normali e ordinarie, in cui si manifesta quella che la filosofa Hannah Arendt chiamava la “banalità del male”. Secondo Fried, più che a una vittoria di istinti primitivi, questa insensibilità alla violenza sarebbe dovuta a una disconnessione tra la corteccia frontale e prefrontale, le parti più evolute del cervello, che guidano e giudicano il comportamento, e l’amigdala, sede dell’emotività, delle sensazioni di paura. La parte razionale verrebbe iper-stimolata, mentre quella emotiva sarebbe messa a tacere. Alcuni studi collegano poi varie forme di cattiveria alla mancanza di empatia, la capacità mettersi nei panni degli altri da un punto di vista affettivo e cognitivo, e che è legata a specifici circuiti nervosi.

MENTI MALVAGIE. Kent Kiehl, professore all’Università del New Mexico, ha misurato mediante test di personalità il grado di psicopatia di diverse decine di criminali rinchiusi in carceri di media sicurezza negli Stati Uniti, e li ha poi sottoposti a risonanza magnetica funzionale mentre dovevano immaginare un’altra persona che si faceva male o provava un dolore. Ne è emerso che nel cervello dei detenuti che avevano ottenuto punteggi più alti di psicopatia si manifestavano schemi di attivazione “anomali”, con le aree che normalmente si “accendono” quando una persona riconosce la sofferenza altrui che rimanevano invece quasi del tutto spente. D’altra parte, secondo uno studio recente compiuto da un’équipe di ricercatori dell’Università di Cambridge, l’empatia è almeno in parte ereditaria. Gli scienziati hanno analizzato il Dna di 46mila clienti che avevano acquistato un test genetico dalla compagnia 23andMe, rispondendo anche a un questionario per misurare il loro grado di empatia: un decimo della loro capacità empatica (quota non enorme, ma rilevante) sarebbe determinata su base genetica. Insomma, che sia innata o acquisita, ora è chiaro che la malvagità assoluta e le piccole perfidie hanno la stessa radice. Il fattore Dark dentro di noi può limitarsi a un pizzico di tenebra, oppure espandersi fino a diventare un pozzo senza fondo di oscurità.

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