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Il misterioso destino dei principi nella torre

by Lettere21

La scomparsa di Edoardo V e di suo fratello Riccardo, duca di York, è sempre rimasta avvolta nella nebbia. Ecco come probabilmente andarono le cose e perché

Rinchiuso nella Torre nel giugno del 1483 insieme a suo fratello minore, il dodicenne Edoardo V era certo che “la morte fosse ormai prossima”. In quello stesso secolo due altri sovrani erano stati deposti ed erano morti in circostanze sospette, ma rimaneva comunque la possibilità che lo zio, Riccardo III, decidesse di risparmiare i ragazzi: dopotutto erano giovani, e se avessero accettato di essere considerati illegittimi – come appunto li aveva dichiarati lo zio – avrebbero cessato di rappresentare una minaccia. Il piccolo Riccardo duca di York, che aveva appena nove anni, continuò a essere “allegro” e “giocoso” anche quando vennero tolti loro gli ultimi servitori. Ma i due giovani apparvero alle finestre della Torre sempre più di rado e, prima della fine della primavera, nessuno li vide più. E nemmeno si trovarono mai i loro corpi.

Proprio la loro sparizione è alla base di tante ipotesi sul loro destino. In quelle cronologicamente più vicine ai fatti si accusa Riccardo di averne ordinato l’assassinio (soffocandoli nei letti, annegandoli o tagliando loro i polsi). Ma esiste anche la teoria che entrambi siano fuggiti, o che ci sia riuscito almeno uno dei due.

C’è chi ha immaginato un altro scenario, ossia che Riccardo non solo non li avesse fatti uccidere, ma li avesse trasferiti lontano per tenerli maggiormente al sicuro, e che il vero responsabile del loro successivo assassinio sia stato Enrico VII, che li vedeva come potenziali rivali al suo trono. Ma nessuna di queste teorie risponde in maniera soddisfacente al punto cruciale del mistero: che fine hanno fatto i due principi.

Se erano ancora vivi , perché Riccardo non lo annunciò nell’ottobre del 1483, quando le voci che lo tacciavano di essere il loro omicida stavano alimentando una ribellione? Se erano morti, perché lo zio non li aveva eliminati come era sempre avvenuto con i re, ovvero esponendo i corpi e dichiarando che erano deceduti per cause naturali, in modo che la corona passasse a lui in piena legittimità?

Se Riccardo fosse stato sul serio quel buon re e quell’uomo di fede che sembrava a molti suoi contemporanei non avrebbe potuto ordinare l’omicidio di due bambini. Ma sappiamo che anche le persone migliori possono fare cose tremende se sufficientemente motivate. Per un sovrano del XV secolo assicurare pace e armonia interna al suo regno era un dovere fondamentale. Dopo la sua incoronazione, Riccardo III si circondò di persone che avevano già servito sotto suo fratello Edoardo IV, ma sul finire del luglio 1483 era ormai chiaro che molti non accettavano l’illegittimità dei figli di Edoardo IV e consideravano Riccardo un usurpatore.

Il punto focale di questa opposizione erano proprio i due principi: ciò dava a Riccardo un ottimo motivo per volerli morti, esattamente come suo fratello prima di lui aveva deposto e ammazzato il re che lo aveva preceduto. Il puerile e indifeso Enrico VI era stato, infatti, trovato morto nella Torre nel 1471 dopo oltre un decennio di conflitto tra i Lancaster e gli York: si disse che a ucciderlo fossero stati il dolore e la rabbia per la morte di suo figlio in battaglia, ma pochi dubitarono che il mandante del suo assassinio fosse proprio Edoardo IV.

Con la scomparsa di Enrico VI la casata dei Lancaster aveva perso tutta la sua forza: a rappresentarla rimaneva soltanto il nipote, Enrico Tudor, discendente del fondatore dei Lancaster Giovanni di Gaunt dal ramo illegittimo di sua madre (che era una Beaufort). Ma egli era in esilio in Europa e non rappresentava una minaccia per Edoardo IV. Tuttavia, a differenza di quest’ultimo, Riccardo III aveva compreso la reale portata di quel che era accaduto dopo la morte di Enrico VI: la gente aveva cominciato a venerare il re defunto come un santo, un innocente nella cui vita travagliata persone di ogni rango sociale vedevano un riflesso dei propri dolori privati. Circolarono persino voci di miracoli presso la sua modesta tomba nell’Abbazia di Chertsey, nel Surrey: un uomo, per esempio, raccontò di averlo pregato quando un fagiolo gli si era incastrato in un orecchio, e che per intercessione del sovrano defunto il seme era saltato via.

Edoardo IV non era riuscito a mettere un freno a quella crescente devozione popolare, e Riccardo III ne era altrettanto preoccupato. Il culto di “Enrico il santo” era particolarmente forte nella città di York, dove gli era stata eretta una statua nel coro della cattedrale, tanto che nel 1484 Riccardo provò a riprendere il controllo della situazione con un tentativo di riconciliazione, facendo trasferire il suo corpo nella Cappella di San Giorgio a Windsor. Nel frattempo, però, aumentò il rischio che anche i principi defunti finissero per attrarre una devozione analoga, tanto più che in loro le caratteristiche sacre associate alla regalità si combinavano con la purezza della giovane età.

Un re insicuro

Nell’Inghilterra odierna non esistono equivalenti del santuario di Lourdes, in Francia, che ogni anno attira migliaia di pellegrini in cerca di guarigione fisica o spirituale, ma tutti si ricordano le folle sterminate di fronte a Buckingham Palace dopo la morte della principessa Diana. Allo stesso modo, non è difficile immaginare l’entusiasmo che avrebbero provato i pellegrini medievali nel visitare la tomba di due giovani principi, ancora di più se si considera l’attaccamento della gente di allora per il culto dei defunti. Per il sovrano che ora sedeva sul trono che sarebbe dovuto appartenere a quei principi sarebbe stata una situazione pericolosissima. Forse Riccardo pensò che meno se ne fosse parlato, prima la faccenda sarebbe stata dimenticata: senza una tomba non ci sarebbe stato un punto focale per la devozione e senza cadaveri o oggetti appartenuti ai defunti non ci sarebbero state nemmeno reliquie da esporre.

In ogni caso al re serviva che la madre dei principi, Elisabetta Woodville, e altri potenziali seguaci di Edoardo V fossero consapevoli che i due ragazzi erano davvero deceduti, per evitare possibili complotti volti a metterli sul trono. Lo storico di epoca Tudor Polydore Vergil scrisse che Elisabetta Woodville perse i sensi alla notizia della morte dei suoi figli, e che quando si riprese “pianse e lanciò grida che risuonarono in tutta la casa, si batté il petto e si strappò i capelli”. E, a quanto pare, chiese anche vendetta.

In seguito si accordò con la madre di Enrico Tudor, Margaret Beaufort, perché Enrico sposasse sua figlia Elisabetta di York e radunasse sotto la propria bandiera le forze ancora leali a Edoardo: la ribellione che ne nacque nell’ottobre del 1483 dimostrò quanto poco successo avevano avuto i tentativi di Riccardo di mantenere la pace. Quella rivolta fu sedata, ma meno di due anni dopo, nell’agosto del 1485, Riccardo fu tradito da una parte del suo stesso esercito e perse la vita nella battaglia di Bosworth.

I principi ebbero dunque vendetta, ma fu presto chiaro che nemmeno Enrico VII aveva particolare fretta di far luce sul loro destino, forse per il timore che un’indagine avrebbe attirato attenzione sul ruolo giocato nella faccenda da qualcuno vicino alla sua causa, verosimilmente Henry Stafford duca di Buckingham. Proveniente da una famiglia che aveva sostenuto i Lancaster, il duca aveva aiutato Riccardo nel rovesciare Edoardo V, ma gli si era poi rivoltato contro: si diceva che fosse “un uomo duro da trattare” ed è possibile che fosse stato proprio lui a incoraggiare Riccardo a far uccidere i principi, nella speranza di vedere come conseguenza la caduta di Riccardo e degli York con lui. Riccardo lo aveva poi fatto giustiziare per tradimento, ma il nome dei Buckingham era comunque rimasto associato al mistero della sparizione dei principi, sia in Inghilterra sia altrove. È certo invece che Enrico, come Riccardo, aveva solo da guadagnare a impedire la nascita di un culto attorno ai principi: il suo diritto di sangue sul trono era labile, e il rischio che la gente lo vedesse solo come il re consorte di Elisabetta di York era molto alto. Per contrastare tutto ciò Enrico reclamò il trono coinvolgendo la Divina Provvidenza, a dimostrazione che anche lui era un sovrano legittimo (giacché solo il volere di Dio in Terra poteva rendere sovrano un uomo). Elemento importante in questa versione dei fatti era la diceria secondo cui, pochi mesi prima della propria morte, il “santo” Enrico VI avesse profetizzato l’ascesa al trono di Enrico Tudor.

Mettere dei santi di sangue regale di parte yorkista in competizione con la memoria di Enrico VI, il cui culto Enrico VII ora sosteneva apertamente, non era una buona idea. Dunque tutto quel che il re fece nell’autunno del 1485 riguardo alla sparizione dei principi fu sollevare in Parlamento una vaga accusa contro Riccardo III, a suo dire colpevole di “tradimenti, omicidi e di aver versato sangue di bambini”. Non si cercarono i corpi dei principi e non si tennero cerimonie funebri per loro: in un certo senso, persino il destino delle loro anime fu lasciato nel nulla.

Non ci sono tracce di donazioni fatte alla Chiesa in quel secolo perché si pregasse per i principi defunti. È possibile che Enrico temesse che le chiese che avessero ospitato quel genere di cerimonie potessero diventare proprio i centri di quel culto di cui voleva impedire la nascita, eppure la loro assenza avrebbe dovuto destare molta meraviglia nel popolo: le orazioni per i defunti erano una componente fondamentale della religiosità medievale. Quando nel dicembre del 1485 Enrico provvide a rifondare presso Greenwich il suo ordine religioso favorito, i Frati Minori, fu lui stesso ad affermare che offrire messe per i morti era “la più grande tra tutte le opere di misericordia, perché grazie a essa le anime vengono purificate”. All’epoca l’idea di non aiutare i propri cari defunti a uscire dal Purgatorio e ascendere al Paradiso con orazioni e messe era semplicemente impensabile, come per contro recitare una preghiera funebre per una persona ancora viva era l’equivalente di una maledizione: si stava letteralmente pregando per la sua morte.

Un principe sopravvisse?

La domanda che si pone a questo punto è: i principi erano ancora vivi? Polydore Vergil riferì che nel 1491 apparve in Irlanda “come tornato dal mondo dei morti uno dei figli di re Edoardo… un giovane di nome Riccardo”. Enrico VII sostenne che quello che si spacciava per il più giovane dei due principi fosse in realtà un olandese di nome Perkin Warbeck. Ma è proprio la verità?

Enrico non vedeva l’ora che i principi venissero dimenticati, e alla morte della loro madre nel giugno 1492 la fece seppellire “in forma privata… senza cerimonie solenni o canti funebri per la sua scomparsa”. Le teorie del complotto sulla sorte dei principi si sono appropriate anche di questo dettaglio.

Era un’epoca fatta di simboli e manifestazioni visibili: i re mostravano la loro importanza e il loro potere con palazzi decorati con i loro stemmi nobiliari, abiti sontuosi e cerimonie elaborate. A Elisabetta Woodville – come ai suoi figli – venne negata la realtà simbolica di un funerale fastoso con ritratti, stendardi e un rito religioso in grande stile: la cosa non mancò di suscitare commenti negativi tra i contemporanei, ma dopo l’apparizione di Perkin Warbeck, Enrico di certo voleva evitare vampate di nostalgia per le vecchie glorie degli York.

Warbeck fu arrestato solo nel 1497 e sulle prime Enrico gli risparmiò la vita solo perché il giovane potesse ribadire più volte in pubblico la verità sulle sue umili origini, facendolo poi giustiziare nel 1499. Ma nemmeno a quel punto al sovrano passò il timore legato ai principi scomparsi. Tre anni dopo si diffuse la notizia che il traditore sir James Tyrell, prima della propria esecuzione, aveva confessato di aver organizzato lui stesso l’omicidio dei principi su ordine di Riccardo. Il cancelliere di Enrico VIII, Tommaso Moro, sostenne che gli era stato riferito che i corpi dei giovani erano stati originariamente sepolti ai piedi di una scala dentro la Torre, ma che in seguito Riccardo aveva ordinato per loro una sepoltura più dignitosa. Gli autori materiali di quest’ultima erano però ormai tutti morti, dunque il mistero di dove riposino rimane intatto.

Nel 1674, molto dopo la fine della dinastia Tudor, nella Torre vennero trovati due scheletri, in un punto che poteva combaciare con l’ubicazione della prima sepoltura indicata da Tommaso Moro. Furono trasferiti nell’abbazia di Westminster e nel 1933 vennero riesumati ed esaminati da due medici: per quanto danneggiati e incompleti, vennero identificati come i resti di due bambini, uno di età compresa tra i sette e gli undici anni e l’altro tra gli undici e i tredici. Vennero poi riportati all’abbazia, e, chiunque fossero stati in vita, l’interesse che la sorte dei due principi risveglia anche presso i contemporanei rimane una dimostrazione del fallimento dei tentativi di Riccardo e di Enrico di sprofondarli per sempre nell’oblio.

I SEI PERSONAGGI NELLA VICENDA DEI PRINCIPI

Succeduto a suo padre Enrico V, che morì quando lui aveva pochi mesi di vita, Enrico VI ereditò un regno in piena crisi economica e politica e finì per vivere un crollo fisico e psicologico che nel 1453 gli impedì di continuare a governare. Al suo posto venne eletto protettore del regno Riccardo, terzo duca di York, che come lui era un diretto discendente di Edoardo III. Nel 1455 Riccardo reclamò il trono per sé e ne scaturì la Guerra delle Rose tra le casate dei Lancaster e degli York. Riccardo perse la vita nella battaglia di Wakefield nel 1460, ma la sua famiglia non rinunciò alla pretesa al trono e il figlio maggiore fu incoronato re l’anno seguente, con il nome di Edoardo IV. Anche il suo secondo figlio sarebbe diventato re, Riccardo III. Enrico VI tornò per un breve periodo sul trono nel 1470, ma nel 1471 i Lancaster subirono la loro disfatta finale nella battaglia di Tewkesbury ed Enrico fu probabilmente assassinato nella Torre di Londra pochi giorni dopo.

Edoardo riuscì in quello in cui suo padre Riccardo duca di York aveva fallito: sconfiggere Enrico VI nella Guerra delle Rose. Dopo essersi assicurato il trono con la battaglia di Towton, fu incoronato nel marzo del 1461. Suo fratello minore Riccardo divenne duca di Gloucester e più tardi, durante il secondo regno di Edoardo, ebbe un ruolo di spicco nel governo. Nel 1463 Edoardo sposò Elisabetta Woodville, dalla quale ebbe tre figli e sette figlie (la prima, Elisabetta, nacque nel 1466). Due dei figli maschi erano ancora vivi alla morte del padre: Edoardo, nato nel 1470, e Riccardo, nato nel 1473. Edoardo IV ebbe fama di sovrano finanziariamente astuto e gli si attribuisce il merito di aver ristabilito legge e ordine in Inghilterra. Morì all’improvviso per cause naturali il 9 aprile 1483.

L’erede di Edoardo IV era suo figlio maggiore, anche lui di nome Edoardo. Alla sua morte il re lasciò un testamento – di cui si sono perse le tracce – che indicava suo fratello, Riccardo duca di Gloucester (che fino ad allora gli era stato leale) come lord protettore del regno. Alla notizia della morte del padre, il giovane Edoardo partì da Ludlow alla volta di Londra con il suo seguito, ma lo zio lo intercettò nel Buckinghamshire e, sostenendo che la famiglia Woodville intendesse impadronirsi del potere con la forza, lo prese sotto la sua custodia. Il 4 maggio 1483 Edoardo entrò a Londra al seguito di Gloucester. La sua incoronazione era prevista per il 22 giugno, ma il 16 del mese Elisabetta venne separata dal figlio minore, Riccardo, all’apparenza perché il piccolo potesse partecipare alla cerimonia. A quel punto Gloucester aveva nelle sue mani entrambi i principi, e poté rendere pubblica la sua pretesa al trono. Il 6 luglio fu incoronato con il nome di Riccardo III e lo stesso mese ci fu una congiura per tentare di liberare i principi, che fallì. In settembre i ribelli avevano già identificato in Enrico Tudor il loro candidato al trono, il che potrebbe suggerire che ormai già si pensava che i principi fossero morti.

Riccardo era il più giovane tra i figli sopravvissuti di Riccardo, terzo duca di York, ed era ancora un bambino quando suo fratello maggiore, il diciottenne Edoardo IV, divenne re in seguito alla vittoria della parte yorkista. A differenza di suo fratello Giorgio (giustiziato per tradimento nella Torre nel 1478, secondo le voci annegandolo in una botte di malvasia) Riccardo fu leale a Edoardo finché questi rimase in vita, e solo dopo la sua morte prontamente si mosse per strappare il controllo di suo nipote Edoardo dalle mani della famiglia materna, i Woodville. In un momento non meglio precisabile del giugno 1483 il suo ruolo passò da lord protettore a usurpatore del trono: fece arrestare vari uomini del suo predecessore, procrastinò l’incoronazione del nuovo re e dichiarò illegittimi i figli di Edoardo IV sulla base del fatto che quest’ultimo, al tempo del suo matrimonio segreto con Elisabetta, aveva già stipulato un contratto che lo impegnava a sposare un’altra donna. Riccardo fu incoronato re, ma dovette affrontare una ribellione quello stesso anno e ulteriori disordini l’anno seguente e perse via via sostegno, che per contro andò al suo rivale tornato dall’esilio, Enrico Tudor, destinato a sconfiggerlo di lì a poco nella battaglia di Bosworth del 1485.

Il matrimonio tra Edoardo IV ed Elisabetta Woodville, una vedova con già dei figli, ebbe luogo in segreto nel 1464 e fu politicamente disapprovato, tra gli altri dal fratello stesso del re, Riccardo duca di Gloucester. La famiglia Woodville ricevette favori che divennero causa di risentimento a corte e il parentado della regina entrò in attrito con il potente consigliere del re, Hastings. Alla morte di Edoardo IV, nel 1483, l’ostilità di Gloucester verso i Woodville giocò verosimilmente una parte nella sua decisione di prendere il controllo dell’erede al trono, suo nipote. Elisabetta cercò rifugio a Westminster, da dove suo figlio minore, Riccardo duca di York, fu in seguito portato via, e Gloucester fece leva sulla presunta illegittimità del suo matrimonio e dei suoi figli per appropriarsi del trono il 26 giugno. Quando il Parlamento confermò sul trono come re Riccardo III, Elisabetta gli si sottomise in cambio di protezione per se stessa e le sue figlie, e il re acconsentì. Dopo la morte di Riccardo nella battaglia di Bosworth, la progenie di Elisabetta fu dichiarata nuovamente legittima e la maggiore tra le sue figlie, Elisabetta di York, sposò Enrico VII, il che rafforzò la pretesa al trono di quest’ultimo.

Enrico Tudor era figlio di Margaret Beaufort (una discendente di Edoardo III) e di Edmondo Tudor, fratellastro di Enrico VI. Nel 1471, quando Edoardo IV riprese il trono, Enrico fuggì in Bretagna e riuscì a evitare ogni tentativo del re di trascinarlo di nuovo in patria. In quanto potenziale pretendente al trono per parte di madre, catalizzò attorno a sé l’opposizione contro Riccardo III: dopo la fallita insurrezione del 1483 i ribelli – tra i quali c’erano membri della famiglia Woodville e uomini che erano stati leali a Edoardo IV – lo raggiunsero in Bretagna e assieme a loro, nel 1485, Enrico sbarcò in Galles per invadere l’Inghilterra. Il 22 agosto dello stesso anno sconfisse Riccardo nella battaglia di Bosworth. Fu incoronato direttamente sul campo di battaglia con la corona di Riccardo, e l’anno dopo accrebbe la legittimità della sua pretesa al trono sposando Elisabetta di York. Alla sua morte, nel 1509, suo figlio salì al trono con il nome di Enrico VIII.

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