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Il ritorno di Ulisse

by Lettere21

Alla fine della guerra di Troia, Odisseo prende il mare per tornare finalmente a casa. Ma la sorte gli è avversa: ancora mille peripezie lo attendono prima di poter rivedere la sua isola e la sua sposa. Ma chi fu davvero l’eroe di Omero? Un uomo realmente vissuto? O un’invenzione letteraria?

È uno dei più grandi enigmi della letteratura universale: del suo viaggio, infatti, non si è mai trovata traccia. Eppure ha ispirato i grandi della letteratura di ogni epoca. Chi fu Ulisse? Un uomo reale o un personaggio immaginario? Molti studiosi sostengono questa seconda ipotesi, arrivando a chiedersi se Omero lo abbia creato fondendo due personaggi completamente diversi l’uno dall’altro: un oplita, e cioè un guerriero di terra, pesantemente armato con elmo, corazza, schinieri, scudo, lancia e spada; e un marinaio, che combatte contro mostri, giganti, creature chimeriche con corpo di uccello, testa e petto di donna (così erano immaginate le sirene) e con un’amante in ogni isola. In realtà si tratta di speculazioni senza reale fondamento: l’Odisseo vincitore della guerra di Troia non può essere scisso e nemmeno contrapposto all’eroe vagabondo sul mare. Senza il primo non esisterebbe il secondo. In comune hanno l’intelligenza, l’eloquenza, l’amore per la patria e la famiglia lontana. E la strategia: quella che Odisseo utilizza per sconfiggere i Troiani, e cioè lo stratagemma del cavallo, è la stessa che usa per riconquistare la sua casa invasa dagli arroganti pretendenti di Penelope. Là progetta una macchina per nascondere i guerrieri, qui egli stesso è il cavallo. Si traveste da mendicante per nascondere se stesso fino al momento della rivelazione, quando ridiventa il guerriero possente, rivestito di bronzo abbagliante.

Racconti da taverna

Il personaggio di Ulisse non è il solo elemento nato da una fusione nell’Odissea. Anche le grandi avventure sul mare sono episodi di repertorio facenti parte di un genere che circolava all’epoca nelle taverne dei porti: l’orco cannibale con un occhio solo in mezzo alla fronte, la droga che dona l’oblio, l’isola metallica galleggiante con il domatore di venti, patriarca di cinquanta coppie di sposi, tutti suoi figli e tutti incestuosi. E ancora: i mostri marini dalle molte teste e dalle fauci irte di denti aguzzi, le sirene, mostri anch’esse, ma dalla voce incantatrice. E infine femmine lascive che trasformavano gli uomini in porci che erano in realtà divinità solitarie che attendevano i naufraghi nelle loro isole per condannarli a una eterna schiavitù d’amore. Solo il desiderio della patria lontana e della famiglia avrebbe potuto liberarli.

Il lato umano

Il mondo dell’Odissea è un mondo estremo frequentato da dei e da spettri e da creature tremende che la madre terra aveva generato alle origini per popolare i suoi deserti e i suoi oceani. Non a caso, il padre di Odisseo, l’eroe Laerte, è un argonauta, compagno di avventura di Ercole, Castore e Polluce e di Anfiarao il veggente. Rispetto a Odisseo, appartiene a un’altra epoca, quella dei centauri e delle chimere che ancora si aggiravano fra i boschi dell’Ossa e del Pelio. Ulisse invece è un uomo: con debolezze e meschinità, eroismi, paure, nostalgie. Ulisse arriva a sfidare le forze oscure dell’abisso, o Poseidone, il dio azzurro con la chioma di alghe che lo odia perché ha accecato suo figlio Polifemo. Varca il mare e si spinge fino alla rupe bianca che segna l’ingresso dell’Ade; lì, come uno sciamano, evoca le ombre dei morti per incontrare lo spettro di Tiresia, il veggente cieco che gli dice il suo destino. Un ultimo viaggio lo attende per portarlo da genti che non hanno mai visto il mare né una nave e non distinguono un remo da una pala per ventilare il grano: lì dovrà immolare a Poseidone un toro, un verro e un ariete. Solo allora potrà tornare a casa dalla sua sposa e da suo figlio e regnare su popoli felici finché la morte lo ucciderà dolcemente, giungendo dal mare.

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