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Il transfert, questo sconosciuto

by Lettere21

Il primo a concettualizzare il transfert (Übertragung) è stato, nemmeno a dirlo, Sigmund Freud. Inizialmente lo considerò come un ostacolo: quel falso nesso che si crea nella seduta sarebbe solo una resistenza da abbattere. Successivamente, lo ritenne invece il più grande strumento per la cura. Dice Freud che «il transfert, destinato a divenire il più grave ostacolo per la psicoanalisi, diviene il suo migliore alleato se si riesce ogni volta a intuirlo e a tradurne il senso al malato»

Il transfert è ancora considerato dalla psicoanalisi un potentissimo strumento di conoscenza dei meccanismi inconsci del paziente. Noi ci limiteremo a descriverlo per sommi capi, poiché è ad oggi oggetto di dibattito e studio di ogni teoria psicoanalitica e psicoterapica. Che cosa ci evoca la parola transfert?

I “COPIONI DI VITA”

Il cinema ha prodotto numerose pellicole in cui, sia con ruoli centrali sia più marginali, ha presentato figure di terapeuti che vengono mostrate nella relazione con i loro pazienti, descrivendo a grandi linee ciò che avviene nella stanza della terapia. Ma a fornirci maggiori dettagli sulla psiche umana non sono solo le rappresentazioni descrittive di lettini e analisti sul grande schermo, bensì i personaggi stessi con le loro storie, le loro nevrosi, gli stili relazionali, i loro comportamenti ripetitivi. Il cinema è un grande calderone in cui ribollono infiniti aspetti della psiche umana. Il film è un potente strumento di immedesimazione con il quale rispecchiarsi e riconoscersi e può farci anche ritrovare o scoprire analogie comportamentali affini a quelle che notiamo in persone a noi vicine. Può, attraverso le storie che racconta, permetterci di scovare nei personaggi quei modi di agire più reiterati, normalizzando e a volte ironizzando sulle innumerevoli difficoltà relazionali, nevrotiche e affettive dell’essere umano.

Così come gli attori, per recitare le parti, utilizzano dei copioni nei quali sono scritte battute e indicazioni sul “carattere” dei personaggi che devono personificare, potremmo dire, prendendola come metafora, che anche nella nostra vita tutti noi ci atteniamo a un “copione”.

Il nostro personale copione è stato scritto durante l’infanzia e presto “imparato a memoria” e, benché perduto nel nostro inconscio, lo portiamo con noi per tutto il tempo della nostra esistenza, ripetendo continuamente in ogni relazione che instauriamo stessi comportamenti, emozioni e sistemi di pensiero. A scriverlo, ci hanno aiutato i nostri genitori con le conseguenti tipologie di attaccamento; ma anche l’ambiente esterno in cui vivevamo ha dato il suo contributo alla stesura della nostra vita affettiva futura. Sia che si utilizzino termini tecnici come “le relazioni oggettuali”, “l’attaccamento”, “i modelli operativi interni”, “i meccanismi di difesa”; sia che si utilizzino metafore come i “fantasmi del passato” e i “copioni ripetitivi”, ogni individuo nel presente tende a riproporre schemi di rappresentazioni ben precisi, appartenuti al suo passato. Che lo vogliamo o no, ogni azione, pensiero, emozione e relazione del presente attinge e attua un confronto con avvenimenti, esperienze, vissuti e modelli relazionali del passato, facendoci “reagire” allo stesso modo. Il presente dunque evoca quelle tracce scritte nel passato e ognuno di noi, senza esserne consapevole, produrrà nel qui e ora le antiche risposte.

Queste “decisioni” inconsce, a seconda del livello di consapevolezza e del principio di realtà percepito, possono far nascere problematiche relazionali e nevrosi, difficoltà temporanee o più durature, disagi di natura relazionale e affettiva. In che modo, quindi, possiamo cambiare o modificare il nostro copione, se fosse disturbante e disfunzionale? Ecco come il transfert ci viene in aiuto…

QUELLO NON SEI TU, QUESTO NON SONO IO

Per comprendere meglio il concetto di transfert dobbiamo focalizzarci sulle relazioni duali. In modo particolare quelle in cui vi è un’asimmetria tra le parti (medico-paziente, capo-dipendente, maestro-insegnante), ma anche tutte quelle dove si instaura una componente affettiva significativa. Il transfert, infatti, può presentarsi spontaneamente in molti contesti della nostra vita relazionale. Prima, però, di addentrarci nella definizione teorica, facciamo un paio di esempi. Il nostro capo ci invita nel suo ufficio e, mentre siamo lì, davanti alla sua scrivania, ci chiede se per caso abbiamo visto la sua penna. Alcuni di noi, anziché guardarsi semplicemente intorno per cercarla e dare una risposta adeguata, potrebbero ribattere in questo modo: «Perché me lo sta chiedendo? Guardi che non l’ho presa mica io!» Questa modalità di reagire è un transfert.

E ancora, la nostra anziana vicina si affaccia sempre per salutarci ogni volta che rientriamo a casa? Ci dà consigli botanici e ci offre il caffè anche se non lo abbiamo chiesto? Quel che sentiamo è che ci tratta come se fossimo bambini e vorremmo dirle che non è nostra madre! Ecco, anche questo è un transfert.

Che cosa è avvenuto nel primo esempio? Molto probabilmente il nostro capo, essendo una persona autorevole, può far nascere in alcuni di noi sensazioni di soggezione e insicurezza. La risposta che abbiamo dato nell’esempio suona, infatti, come una giustificazione o una difesa infantile. Quello che ci è accaduto, del tutto inconsciamente, ripesca dal nostro passato le stesse sensazioni emotive che provavamo da bambini davanti a nostro padre. Abbiamo trasferito sul nostro capo la figura paterna, “come se” lo fosse davvero. Questo trasferimento, lo ripetiamo, non è conscio ma deriva dal rapporto che avevamo con nostro padre; l’associazione ripescata dall’infanzia viene spostata dal passato al presente sul nostro capo solo perché, ad esempio, porta i baffi come li portava nostro padre. Attenzione però: lui non è nostro padre!

Nel secondo esempio, invece, siamo proprio noi a far riemergere nella nostra vicina antichi ricordi; è lei che trasferisce su di noi quel qualcosa di assolutamente non consapevole che in lei genera risposte, “come se” fossimo figli da accudire. È il suo transfert. Ma noi non siamo i suoi figli!

Dunque, che cos’è il transfert? È una trasposizione inconsapevole, in cui ognuno di noi attua uno spostamento di sentimenti, emozioni, schemi, aspettative, modelli relazionali, pensieri, da una relazione significativa del passato (generalmente della prima infanzia) a un’altra del presente.

Che cosa ci succede quindi con il transfert? Quello che facciamo è una specie di “copia-incolla”: attacchiamo, cioè, su una persona del presente i vissuti emotivi nati da un’importante persona del passato.

IL TRANSFERT IN ANALISI

Le nostre esperienze di transfert possono essere per noi un’occasione di cambiamento, nel momento in cui le riconosciamo, permettendoci di vedere l’altro per ciò che è. Questo perché, proprio attraverso lo “spostamento”, i contenuti inconsci troppo disturbanti emergono e diventano, pertanto, accessibili. Quando però i vissuti transferali si cristallizzano e non si riconoscono, si trasformano in ostacoli, sia per i rapporti interpersonali, sia per la comprensione delle nostre dinamiche interne non soddisfacenti.

Il luogo per eccellenza più protetto in cui far emergere il transfert è, senza alcun dubbio, la stanza della terapia. Il transfert si manifesta già dalla prima telefonata che facciamo all’analista per prendere un appuntamento! Optiamo per un uomo o per una donna? Una persona giovane o una più anziana? Ci affidiamo a un consiglio ricevuto o scegliamo il terapista più vicino a casa? Anche in queste decisioni iniziali potremmo essere mossi dal transfert.

Ma è nel setting terapeutico, però, che si crea quel campo fertile nel quale la relazione a due trasferisce in quella “terra di mezzo” comune a entrambi una continua costruzione dell’esperienza della traslazione.

Abbiamo detto che il transfert è quel processo universale che si instaura spontaneamente in tutte le relazioni umane, perciò quel che fa la psicoanalisi non è altro che uno “scoprire” ciò che si genera naturalmente. Di certo, nessuno di noi deciderà di iniziare una psicoterapia per “lavorare” sul transfert! Quando affrontiamo un’analisi, solitamente è perché, come in qualsiasi altro campo della salute, sentiamo che qualcosa non va, spesso grazie all’emergere di “sintomi” che non riusciamo a decifrare: le nostre relazioni sono in pericolo oppure ci sentiamo tristi, angosciati, ansiosi o ancora percepiamo alcune situazioni come dannose o siamo bloccati davanti a una scelta… e molto altro ancora. In terapia, portiamo e raccontiamo ciò che crediamo essere l’unico elemento di disturbo, ovvero il nostro sintomo.

A terapia iniziata, però, ci si accorge spesso che il focus centrale che ci aveva condotti fin lì inizia a perdere la sua rilevanza, lasciando più spazio, invece, al tipo di rapporto che si è creato con il proprio terapeuta e ai sentimenti, positivi o negativi, che si nutrono per lui. Eccolo lì il transfert, quasi come fosse un nuovo “sintomo”.

Esistono infiniti tipi di transfert, ma quello che più si riflette nell’immaginario comune è il classico innamoramento del paziente per il suo terapeuta. L’innamoramento per il proprio analista è sentito come reale dal paziente, che è davvero

Convin o di amarlo, ma in realtà ciò che riversa sul terapeuta può avere a che fare, ad esempio, con il proprio bisogno d’amore, legato a mancanze che non sono state colmate durante la sua infanzia. Ma il paziente si rende conto di agire il suo transfert? La risposta è no. È il terapeuta che, grazie alle sue conoscenze e soprattutto alla sua intuizione, individuerà e interpreterà il transfert, agendo da riparatore, permettendo così al paziente di cogliere la differenza tra il presente e il passato, tra vecchie modalità ripetute e la possibilità di modificarle. Fornirà cioè al paziente la possibilità di sperimentare una risposta nuova, assai diversa da quella che aveva ottenuto nel passato, permettendo così il cambiamento.

IL CONTROTRANSFERT

Il transfert può essere positivo o negativo in base alle reazioni e ai sentimenti provati dal paziente. Nel transfert positivo si “proiettano” nel terapeuta sentimenti di amore, di fiducia e gratitudine, di stima e affetto. Nel transfert negativo invece prevarranno atteggiamenti ostili di odio, invidia, aggressività. Ma davanti a tutti questi sentimenti, come si comporta e cosa sente l’analista? Nell’esempio della vicina di casa, abbiamo notato che le sue eccessive attenzioni potevano risultare fastidiose per chi le riceveva.

Dunque, anche l’analista, in quanto essere umano, avrà personali reazioni interne, generate dalle attribuzioni transferali del paziente su di lui. Anche l’analista ha il suo transfert! I sentimenti e i pensieri dell’analista in risposta al transfert del paziente si definiscono con il termine “controtransfert”. Per “tenere a bada” le umane reazioni emotive al transfert, il terapeuta deve fare molta attenzione, poiché dovrà sia distaccarsene (l’aggressività di un paziente non è rivolta a lui come persona ma a lui come simbolo di qualcun altro), sia utilizzarlo ai fini della cura (quello che sente il terapeuta potrebbe essere un indizio utile da rimandare al paziente).

Il terapeuta sa che i sentimenti che gli si sono attivati derivano dal transfert del paziente. L’analista non è dunque solo uno schermo bianco, una tela intatta e distaccata, ma compartecipa al transfert dell’altro elaborando egli stesso una sua personale reazione. È ciò che prova l’analista (che analizza sia il contenuto inconscio del paziente, sia il proprio) a divenire uno strumento utile e una risorsa per la psicoterapia in corso, tant’è che potrebbe succedere anche che i suoi sentimenti emersi coincidano con i pensieri inconsci del paziente. Vi sono dunque nel transfert e nel controtransfert movimenti forti di energie psichiche che si incrociano, caratterizzate sempre dall’incontro con l’altro.

Come abbiamo detto, il transfert si manifesta continuamente nella nostra vita di tutti i giorni. Lo stesso vale per il controtransfert. Nelle relazioni più sane e felici, il transfert e il conseguente controtransfert si incontrano nel terreno comune del principio di realtà, permettendo alle persone di vivere i propri vissuti personali serenamente in un autentico confronto con l’altro. Impariamo ad ascoltare il nostro inconscio, perché nel transfert può rivelarci tanto, può davvero aiutarci a capire che, forse, alcune cose non le abbiamo ancora superate e che insistere nel mantenere quelle modalità di interazione non ci giova. Impariamo anche a distinguere ciò che proviene da noi stessi da ciò che non è nostro, perché nel controtransfert capiamo l’importanza degli effetti che produciamo sugli altri.

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