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La bagnarola che “uccide” il petrolio

by Lettere21

Si chiama OilKiller, letteralmente “ammazzapetrolio” ed è in grado di ripulire a basso costo il nostro mare dalle fastidiose chiazze di idrocarburi lasciate dalle barche a motore. La sua arma segreta è il grafene, un materiale sottile ma efficientissimo come filtro

È già iniziata “l’operazione maquillage” per spiagge e litorali di tutta Italia. Si raccolgono rifiuti e si ripuliscono gli arenili in attesa che milioni di turisti sbarchino sulle nostre coste alla ricerca di sole e mare. Ma tutto ciò non basta. Esiste infatti una subdola forma di inquinamento che non può essere rimossa se non a fronte di grandi investimenti economici. Stiamo parlando delle piccole perdite di carburante, olio e idrocarburi che galleggiano sull’acqua, spesso a fianco dei bagnanti. Di solito hanno la consistenza di una pellicola trasparente che assume riflessi argentei o ad arcobaleno quando viene illuminata dai raggi del sole. Niente di catastrofico, per carità. Non stiamo parlando dei disastri ambientali del Golfo del Messico o di petroliere in panne sulle barriere coralline. Ma queste chiazze sono comunque sgradevoli e rischiano di danneggiare l’immagine da cartolina delle marine italiane. Per fortuna oggi una soluzione c’è. Si chiama grafene, un materiale resistente come un diamante e flessibile come una cannuccia di plastica, protagonista delle più recenti tecnologie sperimentate per la manutenzione delle nostre acque: una sorta di “aspirapolvere” del petrolio e un “foglio” in grado di assorbire gli idrocarburi.

Come lo scarico del lavandino

Realizzato dalla startup The Jonathan Project, vi hanno collaborato in prima battuta l’Università di Sassari e poi Area Science Park, il parco scientifico e tecnologico di Trieste. Si tratta di un’imbarcazione a metà strada tra una bagnarola da vecchi lupi di mare e un catamarano all’avanguardia. I sistemi utilizzati finora per mantenere aree come i lungomare o i moli prevedono un impianto a punto fisso, di solito attrezzato con una pompa per l’aspirazione dell’acqua, al contrario, può navigare senza problemi e spostarsi nel raggio di diversi chilometri quadrati. L’imbarcazione ha le sembianze di un catamarano: 5 metri di lunghezza, 2 di larghezza, è sospesa su due scafi di circa 7 metri. Il fondo è dotato di un imbuto piatto con una lama che “seziona” la superficie dell’acqua e ne raccoglie i primi tre-quattro centimetri. Bisogna tenere conto che questi oli, avendo un peso specifico inferiore a quello dell’acqua, rimangono a galla formando uno strato inferiore al millesimo di millimetro. Il modello a cui si ispira l’imbuto è quello di un normale raccoglitore d’acqua, simile allo scarico di un lavandino, in grado di intercettare porzioni di mare contaminato anche a testa in giù. Una volta raccolta l’acqua, grazie alla forma dell’imbuto, viene incanalata attraverso un sistema meccanico di tubi verso la poppa della barca dove si trova una grande borsa. Non è il solito sacco della spazzatura a prova di infiltrazioni, ma un serbatoio arricchito con particelle di grafene. È un materiale ideale per questo genere di operazioni di bonifica ambientale perché è oleofilo e idrofilo, cioè in grado di trattenere l’acqua come una spugna e di assorbire liquidi come oli e idrocarburi fino a 99 volte il suo peso. Su OilKiller il grafene agisce come un filtro che blocca la parte oleosa e consente l’immediato rilascio in mare dell’acqua pulita. Circa 200 grammi di grafene sono quanto basta per lavorare per oltre un mese e raccogliere fino a una ventina di litri di olio sostanze oleose. Una volta saturo, il filtro di grafene può essere smaltito in discarica, dove viene incenerito senza necessità di altre lavorazioni.

Un robot al comando

Sotto il profilo ambientale, OilKiller è dunque sostenibile. L’unica energia necessaria è quella del motore. Non ci sono pompe o altri dispositivi elettronici a bordo. Non ci sono nemmeno addensanti o solventi, sostanze alle quali spesso si ricorre per filtrare l’acqua contaminata dagli idrocarburi. Questa “aspirapolvere del mare”, che nei mesi estivi sarà testata in una piscina sperimentale per disastri ambientali negli Usa, è stata progettata per navigare a una velocità massima di 3 nodi (poco più di 5 chilometri all’ora) ed essere manovrata da personale non specializzato nella bonifica ambientale. È quindi sufficiente un semplice marinaio. Nel prossimo futuro, invece, il marinaio sarà sostituito da un robot. Pilotato a distanza, lavorerà a ciclo continuo, 24 ore su 24. Sarà attivo in aree a rischio inquinamento in prossimità della costa come i lungomare o i lungolago, intorno a moli o alle insenature. L’unico vincolo inteso a non intralciare il lavoro di OilKiller è la necessaria rimozione preventiva di eventuali rifiuti galleggianti (rametti, plastiche, materiali organici di una certa dimensione) che devono essere raccolti prima della messa in moto dell’imbarcazione.

La versione in “fogli”

Il grafene è protagonista anche di un’altra sperimentazione per il trattamento delle aree marine contaminate da idrocarburi. Sartec, controllata del Gruppo Saras, leader italiano della raffineria industriale, svilupperà infatti un sistema per la bonifica basato su Grafysorber: un foglio di grafene in grado di assorbire gli inquinanti nelle emergenze ambientali, realizzato da Directa Plus, un’impresa basata a ComoNext – parco tecnologico e scientifico situato a Lomazzo – e uno dei più grandi produttori e fornitori di prodotti a base di questo materiale, che ha fornito anche i filtri a OilKiller. La tecnologia è già stata testata in Italia, Romania e Nigeria ed è stata approvata dal Ministero dell’Ambiente per essere utilizzata in situazioni di emergenza. Gli esperimenti fatti ne hanno dimostrato l’efficacia, molto superiore rispetto agli altri sistemi ora disponibili.

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