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La guerra biologica: il nemico invisibile che uccide

by Lettere21

Un avversario che non può essere inquadrato nel mirino. Non può essere ucciso da pallottole. Non si sa quando colpirà e se sta già agendo. Niente è più insidioso e incontrollabile della guerra batteriologica. Ecco come funziona e quando è stata applicata

Agenti biologici per contaminare i raccolti a Cuba. Fu questo un progetto studiato dagli Stati Uniti negli anni Sessanta con l’obiettivo di far cadere il regime di Fidel Castro. È una delle rivelazioni presenti nei file sull’omicidio di John Fitzgerald Kennedy appena desecretati dagli Archivi Nazionali Usa. L’ennesima conferma che la guerra biologica durante la Guerra fredda era un’ipotesi sui tavoli delle superpotenze. E anche oggi la minaccia persiste, specie nelle zone più “calde” del Pianeta. Secondo il New York Post, infatti, la Corea del Nord lavora alla produzione di armi biologiche da usare contro truppe nemiche con l’ausilio di missili, aerei, droni e persino comuni spruzzatori portatili come quelli usati in agricoltura o nelle disinfestazioni. Il regime di Pyongyang sarebbe in possesso di 13 tipi di agenti batteriologici che possono essere trasformati in armi in dieci giorni. Tra le possibili sostanze dell’arsenale nordcoreano ci sono vaiolo e antrace, ma anche colera, botulino e peste. Non a caso i soldati nordcoreani sono vaccinati contro il vaiolo, così come lo sono i militari americani di stanza in Corea del Sud. Secondo un rapporto del Belfer Center for Science and International Affairs della Harvard Kennedy School, “agenti come l’antrace possono causare stragi con piccole quantità: solo pochi chilogrammi, equivalenti ad alcune bottiglie di vino, rilasciate in una città densamente popolata possono uccidere decine di migliaia di persone e creare panico paralizzando intere comunità”. Un bell’incubo se si pensa che questo si aggiunge alla poco velata minaccia di Pyongyang di usare bombe nucleari e alle sue cinquemila tonnellate di armi chimiche.

UNA STRATEGIA CHE VIENE DA LONTANO

NBC è la sigla della paura. Sta per Nucleare, Biologico e Chimico, cioè le armi non convenzionali di distruzione di massa. Ma se si parla spesso di allarme nucleare e della minaccia delle armi chimiche – entrambe sono già state utilizzate con effetti devastanti – meno approfondita è la conoscenza che il mondo ha della guerra biologica (o batteriologica). Eppure essa in linea teorica è forse la più pericolosa di tutte, quella in grado di infliggere i danni più gravi, diffusi e irreversibili non solo alle parti in conflitto ma all’intera Umanità. A lanciare un forte allarme in questa direzione è stato Bill Gates, il fondatore di Microsoft: “Un virus geneticamente modificato è più facile da realizzare ed uccide molte più persone di un’arma nucleare. Ma nonostante questo nessun Paese al mondo è ancora adeguatamente preparato contro il bioterrorismo”. Oltretutto lo sviluppo di armi biologiche è facile ed economico, e può avvenire in piccoli spazi difficili da individuare: è sufficiente un laboratorio ben attrezzato. Ogni nazione con un’industria farmaceutica ragionevolmente avanzata ha la capacità di produrre armi biologiche in quantità. Cos’è dunque esattamente la guerra biologica? Essa consiste nell’utilizzo di microrganismi, virus o sostanze bioattive, che possono essere rilasciate per contaminare e uccidere soldati e popolazione civile, ma anche per infettarne le risorse alimentari rendendole inutilizzabili. Per diffonderli è possibile usare qualsiasi tipo di vettore, dagli insetti alle bombe, dagli aerei ai corpi infetti di uomini o animali. Si può senz’altro far risalire i primordi della guerra biologica all’antichità. Le fonti raccontano che già gli ittiti nella seconda metà del II millennio a.C. costrinsero persone colpite dalla febbre dei conigli (tularemia) a spostarsi nei territori nemici per diffondere la malattia. Nel corso del Medioevo alla guerra biologica si ricorse più volte. Federico Barbarossa, durante l’assedio di Tortona, fece avvelenare i pozzi con i cadaveri. Durante l’assedio della colonia genovese di Kaffa, in Crimea, nel 1346-47, l’esercito tataro-mongolo fu colpito da un’epidemia di peste, ma decise di usare a proprio favore la mala sorte. Iniziò a lanciare sistematicamente oltre le mura della città assediata i corpi delle vittime diffondendo il morbo tra i nemici. I risultati furono devastanti: secondo gli storici furono proprio i genovesi in ritirata a portare da lì in Europa la peste che negli anni seguenti divenne tristemente nota come Morte Nera e sterminò quasi un terzo della popolazione del continente. Un’altra malattia che è stata responsabile di stragi inenarrabili fu il vaiolo, che sterminò una parte consistente degli abitanti originari delle Americhe. Ci sono almeno due episodi che mostrano come siano state mani umane a disseminare volutamente il virus come arma di guerra. Si racconta infatti che Francisco Pizarro in Sud America abbia consapevolmente donato agli indigeni tessuti appartenuti a malati, per diffondere volontariamente la malattia. Un episodio analogo avvenne intorno alla metà del Settecento in Nord America, nella zona a sud dei Grandi Laghi: un’epidemia di vaiolo a Fort Pitt fornì al comandante delle forze britanniche Jeffrey Amherst un piano per indebolire le popolazioni native ostili agli inglesi. Egli ordinò quindi ai suoi soldati di rifornire di coperte infette le tribù più bellicose. Raggiunse l’obiettivo.

DAL GIAPPONE AI LAGER NAZISTI

Ma è nel Novecento che questa strategia ha avuto un forte sviluppo. Durante la Prima guerra mondiale, nonostante sia noto soprattutto l’uso delle armi chimiche, ci furono diversi tentativi di usare agenti patogeni biologici. Per fiaccare la resistenza avversaria i tedeschi cercarono di colpire gli animali destinati agli eserciti nemici: con l’aiuto di agenti segreti diffusero l’antrace e il cimurro tra le mandrie di cavalli, di muli e di vacche che partivano dagli Stati Uniti, dalla Romania, dalla Spagna e dal Portogallo alla volta di Francia, Gran Bretagna e Russia. Fu addirittura spedito in missione un u-boot in Argentina con a bordo i microorganismi necessari a provocare un’epidemia. Provarono anche ad utilizzare un fungo per contaminare i raccolti di cereali. Ma non si fermarono al bestiame e ai campi coltivati. Cercarono di diffondere il colera tra i soldati italiani, la peste a San Pietroburgo e lanciarono bombe biologiche sulla Gran Bretagna, per fortuna senza i risultati che speravano di ottenere. Nel periodo tra le due guerre mondiali si intensificarono le ricerche e gli esperimenti nel campo della guerra biologica. I protagonisti assoluti di questa macabra corsa per la realizzazione di armi biologiche sempre più raffinate furono i giapponesi, con la famigerata Unità 731, guidata dal dottor Shiro Ishii e composta da oltre tremila scienziati e tecnici. Durante il conflitto sino-giapponese il gruppo di studio si installò ad Harbin, in Manciuria, “per assicurarsi una infinita scorta di materiale umano per gli esperimenti”. Centinaia di migliaia di prigionieri cinesi furono infettati con Bacillus anthracis, Yersinia pestis, Neisseria meningitidis, Vibrio cholerae, Shigella. Si calcola che durante queste terrificanti sperimentazioni una gran parte di essi morì. Ma non si fermarono qui. Si ritiene che l’esercito giapponese abbia attaccato almeno 11 città cinesi con colture pure di salmonella o con agenti dell’antrace, del colera, della peste. A Changteh, nel 1941, ci furono circa 10mila vittime provocate dal bacillo del colera. In altri posti fu diffusa la peste rilasciando ratti allevati e infettati in laboratorio. Secondo le autorità cinesi questo costò la vita a più di 270mila civili.

L’INCUBO DEL BIOTERRORISMO

Anche i campi di concentramento tedeschi vennero usati come laboratorio per la sperimentazione di armi batteriologiche. Secondo alcuni studiosi a Dachau i nazisti tentarono di sviluppare un programma che prevedeva l’uso di zanzare portatrici di malaria contro gli Alleati. Secondo Klaus Reinhardt, un ricercatore dell’Institut für Evolution und Ökologie dell’Universität Tübingen, “nel gennaio del 1942, Heinrich Himmler, capo della Schutzstaffel (SS) e della polizia nella Germania nazista, ha ordinato la creazione di un istituto entomologico per studiare la fisiologia e il controllo degli insetti che infliggono danni agli esseri umani”. Lo storico Frank Snowden sostiene che, nel 1943-44, i nazisti invertendo il flusso delle pompe drenanti, riallagarono le paludi delle bonifiche pontine, che si trovavano sulla strada che portava gli Alleati a Roma, e vi introdussero milioni di larve di zanzare portatrici della malaria. I casi di malaria nella regione effettivamente crebbero a dismisura fra i civili, ma non tra i soldati anglo-americani protetti da farmaci antimalarici. Anche gli Alleati svilupparono programmi di ricerca simili. A causa degli esperimenti inglesi per verificare la resistenza delle spore dell’antrace all’esplosione e agli agenti atmosferici, l’isola di Gruinard fu gravemente contaminata e dovette rimanere disabitata per più di quarant’anni. Durante la Guerra Fredda tutte le principali potenze si dotarono di laboratori e arsenali di armi biologiche. Biopreparat era il nome del gigantesco programma sovietico, durante il quale si registrò anche un gravissimo incidente, ammesso da Mosca solo nel 1991: nella fabbrica-laboratorio di Sverdlovsk, nel 1979, si registrò un rilascio accidentale di antrace che uccise almeno 66 persone. Da Sverdlovsk come dagli altri centri di ricerca furono portati via in tutta fretta nel 1989 gli agenti biologici pericolosi, che furono nascosti sull’isola di Vozrozhdeniye, nel Lago d’Aral, in appositi fusti a tenuta stagna. Ancora oggi questo sito è un pericoloso deposito di agenti virali. Usa e Unione Sovietica furono subito imitate da quelle nazioni che ambivano a ritagliarsi a ogni costo un ruolo da potenze regionali, come l’Iraq di Saddam Hussein accusato di aver usato armi biologiche (oltre che chimiche) nelle guerre degli anni Ottanta contro Iran e curdi. Nel 2003 Colin Powell, il segretario di Stato Usa, creò scompiglio mostrando durante una riunione dell’Onu una provetta che conteneva spore di antrace come prova dell’arsenale biologico di Baghdad e per giustificare così l’intervento armato della coalizione a guida americana. Eppure queste armi sono vietate da un trattato internazionale. Nel 1969, infatti, il presidente Nixon proclamò la rinuncia degli Stati Uniti alle armi biologiche, spingendo poi perché venisse stipulato un accordo per la loro messa al bando: fu siglato nel 1972, nel 2011 avevano aderito 165 Stati. Questo però non impedisce che grandi quantità di agenti patogeni siano stoccati in laboratori a scopo di studio, di conservazione, di produzione di vaccini. In questo campo il passaggio da una colonia isolata a una produzione utilizzabile in guerra è facile e rapido. Ma a preoccupare di più oggi è il bioterrorismo. Già pochi giorni dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 contro New York e Washington pacchi con spore di antrace furono recapitati a uffici politici e giornali provocando la morte di 5 persone e l’intossicazione di altre 17. I sospetti ovviamente si indirizzarono subito su al-Qaeda e verso l’Iraq di Saddam Hussein, che come abbiamo detto aveva un programma di sviluppo di armi non convenzionali. Le indagini degli anni successivi rivelarono che era stato invece Bruce Edwards Ivins, un operatore di laboratorio specializzato nel settore della biodifesa proprio presso Fort Detrick, il centro militare statunitense per lo studio della guerra biologica. Un mese dopo la formalizzazione dell’accusa Ivins morì per un’overdose di tranquillanti e il caso fu chiuso. Un altro eclatante caso di bioterrorismo è emerso in Giappone. Nel 1995 la setta giapponese Aum Shinrikyo fece un attentato nella metropolitana di Tokyo con gas Sarin, che provocò la morte di undici persone e l’intossicazione di altre cinquemila. La polizia ha poi scoperto che negli anni precedenti la stessa setta aveva allestito un programma per attacchi biologici, costruendo laboratori per la produzione di tossine e tentando di portare a compimento attentati. Nel 1994 aveva provato a diffondere via aerosol dai tetti di Tokyo spore di antrace, e in un’altra occasione aveva fatto un tentativo con tossine botuliniche. A dimostrazione che il pericolo è reale. Per dirla ancora con Bill Gates: “La prossima epidemia potrebbe essere originata dallo schermo di un computer di un terrorista con l’intenzione di usare l’ingegneria genetica per creare una versione sintetica del virus del vaiolo… o un ceppo di influenza super contagiosa e mortale”. Meglio essere preparati a reagire.

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