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La lunga marcia dell’ombrello

by Lettere21

È nato per proteggere dalla pioggia e ora è diventato addirittura un simbolo globale di protesta. Storia di un oggetto che usiamo da tremila anni

Una distesa colorata che ha ben poco di festoso: è quella formata dalle migliaia di ombrelli che hanno difeso dal sole cocente, gas lacrimogeni e spray urticanti la folla di giovani manifestanti riunitasi, da fine settembre, nelle strade di Hong Kong per chiedere al Governo cinese elezioni libere e maggiore giustizia sociale nell’ex colonia britannica. Le immagini degli ombrelli colorati a difesa dagli attacchi della polizia hanno fatto il giro del mondo, tanto da aver spinto i giornalisti a definire la protesta “Rivoluzione degli ombrelli” e Kacey Wong, artista e docente al Politecnico universitario di Hong Kong, a indire un concorso d’idee per creare un logo del movimento ispirato a questo oggetto. Del resto, l’ombrello rappresenta bene il desiderio di difesa da ciò che di incontrollabile e pericoloso viene dall’alto, come le precipitazioni o i soprusi del potere: «Da un lato c’era la brutalità della polizia, dall’altro questi semplici ombrelli», ha detto Wong in un’intervista alla Bbc. Riparando, l’ombrello mette in evidenza la fragilità di chi sta sotto: per questo ancora oggi aprirne uno in uno spazio chiuso è considerato di cattivo presagio. Nel Medioevo, infatti, i sacerdoti che impartivano l’estrema unzione ai malati in fin di vita posizionavano un grande ombrello nero sopra il loro letto, perché segnalava la protezione divina.

Era uno status symbol

Grandi ombrelli venivano usati anche a mo’ di baldacchino per riparare dal sole i religiosi in processione, ma allo stesso tempo per sottolinearne l’importanza. Prima che per riparare dal sole e dalle intemperie, l’ombrello è stato un oggetto sacro e cerimoniale. Fondato nel 1939, esso ripercorre la tradizione locale degli ombrellai ambulanti e raccoglie pezzi unici risalenti a metà Ottocento. Allora, oltre che a riparare dalla pioggia appunto, l’ombrello serviva a mostrare lo status sociale: In fondo la moda è nata sempre come superamento della funzionalità dell’indumento. Le scarpe, per esempio, non servono solo a proteggere i piedi, ma sono anche simboli sociali e strumenti per comunicare lo status. Proprio come l’ombrello, che nell’Ottocento era soprattutto un oggetto maschile: Le donne vivevano in casa e non ne avevano bisogno. Così divenne elemento distintivo del look dell’uomo borghese: Allora un ombrello era un oggetto ricercato. I materiali erano di qualità, le decorazioni del manico pregiate e la resistenza della struttura elevata: più stecche avevano e più erano pregiati.

Quasi tutti “made in China”

Oggi l’ombrello è semplicemente pratico ed economico. Secondo le stime, in Italia si vendono dai 15 ai 18 milioni di ombrelli ogni anno. Tantissimi, perché il contesto economico fa sì che siano quelli usa e getta i più venduti, soprattutto dagli ambulanti durante le giornate di pioggia. Solo l’1 per cento dei pezzi venduti sono prodotti nel nostro Paese: gli altri sono quasi tutti realizzati in Cina, dove costruirli costa da 10 a 20 volte meno. Quelli in commercio sono di due tipi: pieghevoli e non pieghevoli. I primi, che coprono circa il 70 per cento del mercato, sono più pratici anche se delicati (contengono circa il triplo delle parti meccaniche di un ombrello lungo). Possono essere ad apertura manuale, automatica oppure apri e chiudi e questi ultimi, che si richiudono con la pressione di un pulsante, sono i più richiesti. L’evoluzione principale ha riguardato i materiali. Al posto delle bacchette in metallo si usano oggi quelle in fibra di vetro, più elastiche e resistenti, mentre per il tessuto impieghiamo anche resine che permettono all’acqua di scivolare meglio lasciando l’ombrello asciutto e quindi più leggero. Niente rispetto ai prototipi high tech oggi allo studio. Rolf Hut della University of technology di Delft (Olanda) ne ha ideato uno che percepisce e analizza le gocce che cadono sulla sua superficie inviando i relativi dati a un server. Oggi non si misura più la piovosità al suolo come si faceva un tempo perché è troppo costoso mantenere in funzione i dispositivi necessari, ha spiegato. Per raccogliere queste informazioni Hut sfrutta i passanti con i loro ombrelli. Tecnologico è anche il modello creato da Takashi Matsumoto, dottorando della Keio University (Giappone). Pileus, questo il nome del prototipo, serve a rendere meno noiosi i momenti passati in attesa sotto la pioggia. Grazie a una fotocamera, a un proiettore e a un visualizzatore di foto permette di proiettare immagini in movimento sulla parte interna della copertura. Così oltre a proteggere, l’ombrello diventa un piccolo spazio tutto per sé.


In passato si usava per ripararsi dal sole

Nel passato l’ombrello era usato più per ripararsi dal sole che dalla pioggia: lo suggerisce il nome stesso che deriva da “ombra” (almeno in italiano, perché per esempio in francese è chiamato parapluie, “parapioggia”). L’uso come riparo dalla pioggia si è diffuso soltanto con la seconda metà nell’Ottocento, come conseguenza della sempre maggiore tendenza di passare il tempo all’aperto e di spostarsi in città. Il fenomeno costituisce un particolare tipo di processo evolutivo, studiato da sociologi e antropologi, che riguarda molti oggetti di uso comune: diversi arnesi di cui ci circondiamo infatti sono rimasti sostanzialmente identici nel corso della storia, mentre se ne è modificato l’utilizzo con il mutare della società.


Quello bulgaro è mortale

Nel 1978 un uomo, Georgi Markov, si trova nei pressi del ponte di Waterloo, a Londra, dove sta aspettando un autobus. Ci sono molte persone e una di queste accidentalmente lo urta con la punta dell’ombrello. Sembra un normale incidente, ma poche ore dopo all’uomo sale una febbre altissima e nel giro di pochi giorni muore. Markov è un giornalista bulgaro che per la Bbc conduce trasmissioni critiche verso il regime comunista instaurato nel suo Paese da Todor Živkov. Solo dopo la riesumazione si scopre che nella gamba di Markov è presente una minuscola sfera contenente ricina, una proteina tossica. Oggi sappiamo che il giornalista fu vittima del cosiddetto “ombrello bulgaro”, un’arma alla 007 costituita da un normale parapioggia modificato così da sparare micidiali veleni. I mandanti furono i servizi segreti di Sofia e il Kgb sovietico.


Se tira vento, non si rivolta

Mai provato il fastidio di un ombrello che viene rivoltato dal vento? Due studenti di Taiwan, Lin Min-Wei e Liu Li-Hsiang, hanno risolto il problema con Rain shield, una sorta di scudo protettivo e impermeabile che garantisce maggior riparo anche in condizioni di forti piogge e venti. Idea simile anche quella dell’olandese Senz Umbrella, caratterizzato da una struttura asimmetrica progettata considerando le leggi dell’aerodinamica: in questo modo il vento passa sopra il tessuto, che non vi oppone resistenza, e l’ombrello può resistere a velocità fino a 100 chilometri orari.


C’è anche l’ombrello invisibile

Se c’è un oggetto che non ha mai visto grandi innovazioni è l’ombrello. Oggi però c’è Air umbrella il progetto di parapioggia invisibile finanziato dai visitatori del sito Kickstarter. Costituito da un’asta contenente un compressore, che produce una lama d’aria a 360 gradi, protegge da piogge di moderata intensità allontanando le gocce. Difficile che Air umbrella sostituisca l’ombrello tradizionale: non protegge da acquazzoni, l’autonomia della batteria è di soli 30 minuti e l’aria rischia di dirigere la pioggia contro i passanti.


Uno per due

L’ombrello è un simbolo di vicinanza e intimità: stare sotto lo stesso ombrello sotto la pioggia è un momento di tenerezza per le coppie. Anche per questo la designer londinese Jasmine Rasnahan ha creato il Tandem umbrella, modello doppio che permette a due persone di ripararsi senza “scontrarsi” tra loro.


LO INVENTARONO I CINESI

1200 a.C.

Una leggenda attribuisce l’invenzione dell’ombrello a una donna cinese che costruì il primo della storia per ripararsi dal sole ispirandosi alla forma degli alberi. È però certo che già nel XII secolo a.C. era parte dei paramenti ornamentali dell’Imperatore di Cina.

500-400 a.C.

Come molti altri oggetti di uso comune, anche l’ombrello giunse in Europa grazie ai Greci (che ne attribuirono l’invenzione alla dea Atena) mentre tra i Romani dei primi secoli della Repubblica trovò una certa diffidenza: era considerato troppo femminile per essere usato anche dagli uomini, che preferivano semplici cappucci e mantelle.

MEDIOEVO E RINASCIMENTO

Con l’avvento del Cristianesimo divenne parte degli arredi sacri e simbolo liturgico. Dopo il Pontefice di Roma, furono i Dogi di Venezia (a capo dell’omonima Repubblica dal VII al XVIII secolo d.C.) i soli sovrani europei ad apparire in pubblico sotto un ombrello. A partire dal Cinquecento, invece, assunse un ruolo estetico: quelli usati in Italia erano grandi, pesanti e spesso in cuoio.

SETTECENTO

Il momento d’oro dell’ombrello arrivò con il 1705, quando il francese Jean Marius inventò il meccanismo del primo modello pieghevole della storia. Pochi decenni dopo a Londra fu il filantropo e viaggiatore Jonas Hanway a renderlo l’oggetto comune che è oggi: è lui, infatti, a essere considerato l’inventore della versione moderna o, quantomeno, il primo a utilizzarlo abitualmente per le strade della capitale inglese.

OTTOCENTO

Il XIX secolo è l’età della borghesia: i modelli di ombrelli si moltiplicano grazie a numerosi brevetti. Un gentleman non sarebbe mai uscito di casa senza ombrello e senza guanti.

1890-1915

Sempre più preziosi durante la Belle Époque, con il Novecento gli ombrelli si fanno piccoli e diventano anche oggetti femminili: le donne infatti ne hanno ormai bisogno quanto gli uomini, per essere più autonome visto che escono di casa anche da sole.

DAL 1950 A OGGI

Negli anni Cinquanta e Sessanta l’ombrello è meno status symbol e sempre più oggetto pratico, spesso usa e getta e dal costo contenuto. Al di là dei pochi ombrellifici artigiani rimasti (celebre il marchio milanese Maglia, sorto a metà Ottocento), la produzione attuale è principalmente costituita da modelli disegnati in Italia e realizzati in Cina dove la manodopera è più economica. E così l’ombrello torna al Paese delle sue origini leggendarie.

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