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La maledizione del diamante Blue Hope

by Lettere21

Una pietra preziosa può esercitare un’infiuenza malefica su chi lo possiede? Per gli scienziati è impossibile, ma il Blue Hope sembra dimostrare tutto il contrario

Il Blue Hope è un diamante di 45,52 carati, pari a 9,10 grammi, tagliato a cuscino, (cioè quadrato, con i lati curvi, gli angoli arrotondati e con sfaccettature che lo rendono brillante) e dallo straordinario colore blu intenso; ha un valore stimato tra i 190 e i 195 milioni di euro ed è circondato da una fama sinistra: molti di coloro che lo hanno posseduto nei secoli sono morti di morte violenta o hanno patito malattie e disgrazie. È un diamante unico e meraviglioso il Blue Hope, ma è anche uno dei più potenti portasfortuna che il mondo abbia mai conosciuto.

La storia del diamante comincia in India, agli inizi del Seicento: è scoperto nelle miniere di Kollur, presso la città di Golconda.

Nel 1653 il diamante passa nelle mani del francese Jean-Baptiste Tavernier (1605-1689), viaggiatore e mercante di gemme. Nelle memorie dei suoi viaggi, Tavernier racconta di essere stato colpito dalle dimensioni del diamante e soprattutto dal suo straordinario, intenso colore blu-viola. Ci lascia anche un disegno: la pietra è stata indubbiamente sottoposta a un taglio rozzo e approssimativo. Di certo, è grossa. Molto grossa: in origine, prima dei numerosissimi tagli che subirà, si stima pesasse tra i 112,23 carati (pari a 22,45 g) e i 115 carati (23 g). La leggenda vuole che Tavernier l’abbia rubata dall’occhio di una statua di Sita, una divinità indù, ma è assai poco probabile: quanto però l’abbia pagata e da chi l’abbia acquistata resterà per sempre un mistero.

Alla corte del re di Francia

Nel 1668, poco prima di far bancarotta, Tavernier riesce a vendere l’eccezionale diamante al re di Francia Luigi XIV (1638-1715), noto come Re Sole. Una decina d’anni più tardi, il sovrano incarica il gioielliere Sier Pitau di ritagliare la pietra sia per aumentarne la brillantezza, sia per darle l’allora apprezzata forma “a cuore”. Dopo 2 anni di lavoro, il gioielliere di corte presenta una meraviglia: gli originari 112-115 carati si riducono a 67,50 o forse 69, ma il diamante in compenso brilla di un’incredibile luce di colore grigio-blu.

Il Diamant bleu de la Couronne de France (diamante blu della Corona di Francia) viene poi incastonato in una preziosa montatura in oro e unito a un nastro da collo affinché il Re Sole lo possa indossare nelle diverse occasioni cerimoniali.

Lo splendido diamante passa in eredità a re Luigi XV, che lo fa ritagliare nel 1749 dal gioielliere di corte Pierre André Jacquemin e lo fa montare nell’emblema dell’Ordine del Toson d’Oro, e poi a re Luigi XVI che, a sua volta, lo dona alla consorte Maria Antonietta (1755-1793). La regina, poco prima di essere imprigionata al Tempio e giustiziata sulla ghigliottina, durante la Rivoluzione francese, affida il diamante, noto adesso come Le Bleu de France, alla principessa di Lamballe che tuttavia muore nel 1792, linciata dalla folla durante i “massacri di settembre”.

Nel caos della Rivoluzione, il diamante viene rubato e scompare dalla scena pubblica. Ricompare a Londra nel 1830: è nelle mani di re Giorgio IV d’Inghilterra. Il monarca, malato, obeso e prostrato da una vita sregolata, muore pieno di debiti e il diamante viene messo in vendita attraverso un canale privato.

Gira probabilmente di mano in mano fino al 1839, quando lo acquista a carissimo prezzo il banchiere anglo-olandese Henry Philip Hope (1774-1839), desideroso di battezzare una simile meraviglia col proprio nome. L’Hope diamond, come viene chiamato ora il diamante, ha poco a che vedere con la pietra delle origini: una serie di tagli operati molto probabilmente tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento lo hanno ridotto a soli 45,52 carati. Il banchiere non se lo gode a lungo: nel 1839 muore e il diamante diventa oggetto di una furiosa lite ereditaria; lo ottiene nel 1841 il ricco Henry Thomas Hope e alla morte di quest’ultimo, dopo un’altra serie di vicissitudini, il diamante passa nelle mani di un parente acquisito della famiglia, l’ottavo duca di Newcastle.

Continua a portare sfortuna

Passato in eredità a Lord Francis Pelham Clinton Hope (1866-1941), il diamante non tarda a confermare quella fama di portasfortuna che comincia a circondarlo: il duca nel 1896 fa bancarotta, nel 1901 è costretto a vendere gran parte dei suoi averi, tra cui il gioiello, e nel 1902 divorzia dalla moglie, l’attrice americana May Yohé che nel frattempo è scappata con un giovane di New York.

Lord Francis vende il diamante per 29mila sterline (pari a oltre due milioni e mezzo di euro attuali) ad Adolph Weil, un commerciante londinese che nel 1901 lo rivende al newyorchese Simon Frankel cui il diamante porta una sfortuna tremenda: Frankel attraversa una serie di consistenti difficoltà finanziarie ed è costretto a vendere l’Hope. Il nuovo acquirente, il francese Jacques Colot, si suicida poco dopo averlo venduto al principe russo Ivan Kanitovskij che, a sua volta, lo dona alla sua amante, Lorens Ladue, una ballerina delle Folies Bergère parigine. La maledizione della pietra colpisce ancora: il principe, in un raptus di gelosia, uccide la donna; anni dopo, sarà ucciso a sua volta nel corso della Rivoluzione russa.

Si scatena in Turchia

Nel 1907, la pietra, ormai tacciata pubblicamente di essere “magica e perversa”, ritorna a Simon Frankel; l’anno successivo i suoi affari crollano e per salvarsi dal fallimento Frankel vende l’Hope a carissimo prezzo.

Lo acquista Selim Habib, un collezionista turco che opera per conto del sultano ottomano Abdul Hamid II (1842-1918), detto “il Sanguinario”. Il diamante non smentisce la propria fama: nel giro di pochi mesi il sultano perde il trono; in seguito a una congiura, viene deposto dal fratello Reshad Efendi che diviene il nuovo sultano col nome di Mehmet V.

Le disgrazie americane

Nel 1909, il diamante maledetto è a Parigi e qui lo acquista il gioielliere Pierre Cartier, il figlio del fondatore della Maison, che lo trasforma nel sontuoso ciondolo di un collier di diamanti.

Nel 1911 il gioiello è acquistato dal magnate americano Edward Beale McLean, editore e proprietario del Washington Post, che lo regala all’amata moglie Evalyn Walsh. A partire da questo momento la famiglia è perseguitata dalle disgrazie: nel giro di poco tempo, muoiono prematuramente la madre di McLean, due cameriere e Winson, il figlio primogenito di 9 anni (investito da un’auto). I McLean litigano furiosamente, divorziano e si accapigliano per i soldi, lui si dà all’alcol, il giornale finisce in bancarotta ed Evalyn si tiene il diamante alla cui maledizione non crede affatto.

Nel 1946, sua figlia Emily, che aveva indossato il Blu Hope il giorno del suo matrimonio, muore per un’overdose di barbiturici e nel 1947 la stessa Evalyn muore di polmonite. Aveva solo 60 anni.

La pace dopo la tempesta

Nel 1949, l’Hope passa nelle mani dell’americano Harry Winston, il gioielliere delle star di Hollywood, detto “il re dei diamanti”; per una buona dose di magnanimità e un pizzico di superstizione, Winston lo dona alla Smithsonian Institution, un importante museo di Washington, nel 1958. Cosa curiosa, il gioielliere spedisce il preziosissimo diamante come pacco postale (assicurato) in un contenitore avvolto nell’usuale carta giallina. James Todd, il postino che lo consegna al museo, è ignaro del contenuto, ma ciò non gli impedisce di cadere vittima della maledizione: è coinvolto in due gravi incidenti automobilistici e infine perde la casa in un incendio. Il gioielliere Harry Winston si convince di aver fatto la “cosa giusta”…

Oggi, il Blue Hope fa bella mostra di sé in una teca ultraprotetta dello Smithsonian Museum di Washington; la maledizione si è placata e la pietra non sembra portare più sfortuna. Almeno così pare, ma non si è mai troppo sicuri…

Le strane proprietà del Blue Hope hanno stupito gli scienziati

Nel 2009, il geologo del museo Smithsonian, Jeffrey Post, ha condotto una serie di esperimenti sul Blue Hope allo scopo di comprendere meglio una delle più misteriose e stupefacenti proprietà di questo diamante: se esposta ai raggi ultravioletti, la pietra emette una luce fosforescente, rossa come il sangue. Si tratta di un fenomeno unico: nessun altro diamante si comporta allo stesso modo. Ai raggi UV, gli altri diamanti blu, infatti, emettono una leggera fosforescenza di colore bianco-azzurrognolo. I diamanti sono fatti di carbonio e sono le impurità presenti a dare loro una particolare sfumatura di colore. L’ipotesi degli scienziati è che siano queste stesse impurità a causare la fosforescenza rosso sangue.

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