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La tua casa non mente

by Lettere21

Gli oggetti disseminati nelle varie stanze rivelano molto di chi le abita. In particolare, a parlare di più sono gli spazi privati, come la camera da letto

Meglio pensarci due volte prima di aprire la casa agli ospiti. Perché le stanze dove viviamo raccontano parecchio di noi e un osservatore esperto potrebbe capire quasi alla prima occhiata non solo se siamo o meno ordinati (fin qui son capaci tutti), ma anche se siamo introversi o un po’ nevrotici, o quali sono le nostre debolezze. Parola di Sam Gosling, psicologo dell’Università del Texas, che da alcuni anni studia gli spazi altrui – casa, ufficio, laboratorio – fino a farne una vera e propria scienza, che ha chiamato snoopology (traducibile con “curiosologia”).

Meno semplice di quanto si pensi: in un ambiente non basta notare i libri sul tavolino o i quadri alle pareti; per farsi un’idea della personalità di chi abbiamo di fronte occorre guardare nei posti giusti. Serve allenamento, insomma, per affinare il fiuto per i dettagli e diventare un po’ come Hercule Poirot, il detective belga dei romanzi di Agatha Christie: un curiosone professionista che non si lasciava ingannare dalle apparenze.

COME UN DETECTIVE

Il riferimento a Poirot non è casuale: Gosling spiega infatti che «per interpretare bene ciò che trapela dagli spazi altrui dovremmo essere proprio come lui, capaci di capire se una traccia è coerente col resto, dando a ciascuna il giusto peso. Faccio un esempio: sulla mia scrivania qualche tempo fa c’era una pila di cd di musica religiosa ma io non sono un tipo spirituale, erano lì per caso. Poirot avrebbe capito l’incongruenza solo guardandosi attorno, perché nient’altro nella stanza andava in quella direzione». Mai fermarsi alla prima impressione, quindi. Anche perché gli oggetti che affollano salotti, bagni, camere e uffici (a meno che non ci arrivino per caso come i cd di Gosling), si possono dividere in tre tipi diversi, che lanciano messaggi differenti. La prima tipologia è quella che Gosling ha chiamato le “affermazioni di identità”: oggetti con cui vogliamo dichiarare qualcosa di noi, messi in bella evidenza negli spazi condivisi perché gli altri li vedano e ci giudichino di conseguenza. Un souvenir esotico per dimostrare di essere viaggiatori curiosi, un quadro astratto per far capire di essere colti appassionati d’arte, le riviste di salute e bellezza sul tavolino per sembrare amanti dell’aspetto fisico.

Oggetti di questo tipo potrebbero però mentire (è umano cercare di mettersi in una luce positiva). Anche se, secondo la “teoria dell’auto-conferma” elaborata da William Swann, psicologo sociale dell’Università di Austin, vale la pena osservarli perché la maggior parte di noi in realtà non li sceglie per apparire diversa o migliore, ma per mandare messaggi abbastanza realistici sulla propria personalità. «Sono però segnali che vengono lanciati deliberatamente e vanno presi con le pinze. Per esempio curiosando in più di una stanza, magari in camera o in bagno, dove di solito non c’è l’intento di segnalare qualcosa agli altri e siamo più sinceri», dice Gosling. In altri termini, se in salotto c’è una rivista di alta moda, magari di due mesi fa, e in bagno il giornale di gossip dell’altroieri, forse alla padrona di casa piace far credere di essere “fashion”, ma il suo vero interesse sono i retroscena della vita dei vip.

SNACK PSICOLOGICI

Più interessante, quindi, è osservare bene la seconda categoria di oggetti, i “regolatori emotivi”. Sono tutte quelle “cose” che si disseminano per casa per stare meglio nei momenti di stress: le fotografie dei figli in bella mostra in salotto potrebbero essere lì per far credere che adoriamo la famiglia, ma se sono pure in camera è più probabile che sia vero perché le immagini che ci cadono sotto gli occhi quando siamo soli sono quelle da cui traiamo conforto o che ci danno la forza per affrontare i guai della giornata, anche se non siamo pienamente coscienti del loro effetto (il semplice fatto che entrino nel campo visivo ci fa star meglio, ma spesso non sapremmo spiegare neppure perché). Secondo uno studio di Wendi Gardner della North western University (Usa), l’85 per cento delle persone ha per casa questi cosiddetti “snack psicologici”, che del resto utilizziamo fin dall’infanzia, quando per esempio tenevamo in mano il giocattolo preferito per autoconsolarci nel caso di una sgridata. Questo tipo di oggetti racconta bene chi siamo: una sentimentale che ha ancora il peluche di quand’era bambina o un egocentrico che si dà la carica guardando la foto di un successo personale, dalla laurea al trofeo di tennis.

Che la verità si trovi più spesso in camera da letto, lo spiega anche una ricerca di Carol Werner dell’Università dello Utah condotta su circa 300 abitazioni di Salt Lake City per capire se sia possibile indovinare il grado di socievolezza di una famiglia osservando come decora l’esterno della casa per Natale. «Gli ornamenti, se sono abbondanti, indicano famiglie ospitali e aperte; ma abbiamo rilevato che anche quando non ci sono decorazioni esterne, si può indovinare la socievolezza degli occupanti vedendo le stanze più intime. E se l’aspetto delle camere è vissuto e confortevole, ciò indica famiglie affabili», dice Werner.

SEGNI DI NOI

Ma gli oggetti, o meglio gli indizi, fondamentali per scoprire che tipo sia il padrone di casa, sono quelli del terzo tipo: i cosiddetti “residui comportamentali”. Si tratta delle tracce fisiche che lasciamo ogni giorno inconsapevolmente dietro di noi, di cui non ci diamo troppo pensiero e che per questo sono davvero rivelatrici. I libri non riordinati, i biglietti del teatro sul mobile all’ingresso, i vestiti appesi fuori dagli armadi in camera… insomma tutto ciò che non ci diamo la pena di rimettere a posto o che è una conseguenza di quel che facciamo: per esempio una persona coscienziosa difficilmente lascerà piatti o bicchieri da lavare nel lavandino dopo la colazione. Il massimo sarebbe sbirciare nella spazzatura, come ha fatto l’antropologo William Rathje, che scandagliando l’immondizia ha capito come è cambiata la società negli ultimi decenni; o come gli artisti francesi Bruno Mouron e Pascal Rostain, che con le loro foto del pattume delle star hanno fatto luce sulle vite di Kate Moss o Mick Jagger meglio di mille interviste. Spiega infatti Gosling che «ciò che gettiamo non lo consideriamo più, quindi non ce ne serviamo per impressionare gli altri ed è lo specchio di quel che siamo e che facciamo davvero. Se in cucina ho tante teiere ma non ci sono filtri usati nel cestino è difficile che io sia una persona meditativa e quindi amante della pausa delle cinque. Non potendo guardare nel bidone, basta vedere se le porcellane sono immacolate o se ci sono molti tè in dispensa».

UNA VERA SPIA

No alla superficialità quindi, occorre scrutare dove sono gli oggetti, accanto a che cosa vengono messi, quali ci aspetteremmo di trovare e che invece mancano. Scegliere le zone giuste in cui guardare serve a evitare “trappole”: tanti per esempio credono che il frigo sia rivelatore, invece «quasi tutti ci teniamo le stesse cose organizzate in modo simile, solo se ce ne sono di davvero insolite racconta qualcosa del proprietario», conclude lo psicologo. Il vero osservatore, insomma, deve soprattutto sbirciare ovunque. E, se è bravo, potrebbe perfino diventare una spia: nel caso ci fossero dubbi sul fatto che la “curiosologia” sia una scienza seria basterebbe pensare a quando nel maggio 1942, sei mesi dopo l’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, l’Ufficio servizi strategici Usa mise a punto un programma per identificare i militari più adatti a infiltrarsi dietro le linee nemiche, capaci quindi di capire persone e situazioni al volo, a partire da dettagli minimi. Come li hanno scovati? Con il test degli effetti personali: i candidati dovevano descrivere uno sconosciuto solo guardando gli oggetti presi dalla sua camera da letto.


PERSONALITÀ SUL POSTO DI LAVORO SCRIVANIA

L’ufficio è un luogo pubblico ma anche personale, dove i messaggi per gli altri o per se stessi si mescolano in pochi metri quadrati. Le foto sulla scrivania rivolte all’esterno, per esempio, mandano segnali a chi arriva (sono un uomo di famiglia, uno sportivo eccellente e così via), quelle verso di sé evidenziano ciò che risolleva il morale nei momenti bui. Se alle pareti ci sono diplomi o attestati, è possibile aver di fronte qualcuno un po’ frustrato perché ha un’alta considerazione di sé ma non si sente apprezzato dagli altri (e allora mette loro sotto il naso le prove del proprio valore); caramelle o piante sulla scrivania indicano una persona aperta e socievole, che perciò vuole rendere l’ambiente più gradevole per gli ospiti. Dalla libreria si capisce se si è ordinati o autoritari: i veri coscienziosi risistemano cataloghi, raccoglitori, libri sempre nello stesso modo, se l’ordine è solo apparente (si riconosce un criterio di organizzazione, ma alcuni libri sono al posto sbagliato), la persona potrebbe essere autoritaria e desiderosa di far credere agli altri che ha tutto sotto controllo. Purtroppo il “grado di libertà” per personalizzare i propri spazi però non è uguale in tutti gli uffici, il che rende difficile capire la personalità di chi occupa la scrivania. Tra l’altro, uno studio di Meredith Wells, della Eastern Kentucky University (Usa) ha dimostrato che decorare l’ufficio rende i lavoratori più soddisfatti, perché abbiamo tutti bisogno di dire agli altri quel che siamo.

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