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La verità sulla vita su MARTE

by Lettere21

Di annunci ne sono stati dati tanti. Ma non c’è una prova definitiva. Ecco perché

“Scoperta l’acqua su Marte”, “C’è vita sul pianeta rosso”… nel corso degli anni e dei decenni, a torto o a ragione, gli annunci eclatanti si sono susseguiti regolarmente, a volte in modo insistente, tanto che ormai in molti non ci fanno più caso. D’altra parte non c’è da stupirsi: la posta in gioco – cioè la scoperta in altri pianeti di elementi che per millenni abbiamo considerato unici della Terra – è alta, ed è quindi normale che ogni piccolo progresso conquisti i titoli dei giornali. A cominciare dalla recente scoperta, tutta italiana, di uno o più laghi sotterranei sotto la calotta polare sud marziana, da parte della sonda europea Mars Express. Come stanno allora le cose? Che cosa sappiamo davvero del pianeta rosso, sull’acqua che ha avuto e che pare abbia ancora? C’è stata mai vita tra quelle rocce, oggi desertiche? O, forse, c’è ancora?

A CACCIA DI PROVE. Per rispondere a queste domande, è necessario capire come le missioni più recenti ci consentano di leggere in modo nuovo, reinterpretandole, quelle passate. Perché è vero che di scoperte, nel corso degli anni, ce ne sono state tante. Ma è sempre mancata la cosiddetta “pistola fumante”, cioè la prova definitiva. Da molti punti di vista, sembra proprio che Marte voglia prendersi gioco di noi!

Le prime informazioni di rilievo sul pianeta rosso ci sono arrivate con le prime missioni spaziali, a partire dal 1971. Quando la Mariner 9 entrò per la prima volta in orbita e vi rimase per un anno intero, non era ancora ben chiaro che cosa avrebbe visto. Le immagini mostrarono il pianeta avvolto da un’enorme tempesta di sabbia, da cui emergevano solo alcune enigmatiche macchie scure. La polvere si diradò due mesi dopo, e quelle macchie si rivelarono una grande scoperta: una decina di enormi vulcani posizionati soprattutto in due zone, chiamate Tharsis ed Elisium. E si videro nel dettaglio centinaia di tracciati fluviali estinti. Era la prima di una grande quantità di prove indirette, che mostrano come in passato, sul pianeta, dovette scorrere in grande abbondanza acqua. Cioè l’elemento che, per lo meno sulla Terra, è inscindibilmente legato alla vita.

IL SUOLO? DIGERISCE! Il passo successivo, quindi, era proprio quello: cercare l’eventuale presenza di acqua liquida ancora oggi. E, soprattutto, della vita. Per questo fu ideata Viking, un’ambiziosa doppia missione che portò nel 1976 per la prima volta due laboratori in piena regola sulla superficie del pianeta.

Sui risultati di uno di questi esperimenti, chiamato LR, si continua a discutere da più di quarant’anni. Il nome viene dall’inglese Labeled Release, perché si tratta del “rilascio di anidride carbonica (CO2) radioattiva”, cioè contenente una forma radioattiva di carbonio nota come 14C. Si trattava di questo. Tutti i microorganismi terrestri, per vivere, “digeriscono” le sostanze organiche, cioè quelle che contengono carbonio, ed emettono CO2. Ecco quindi un modo per scoprire la presenza di invisibili batteri nel suolo marziano: lo si “fertilizza” con nutrienti a base di 14C e si vede se emettono CO2 radioattiva.

L’esperimento dimostrò proprio questo. Per di più, l’effetto si azzerava quando il terreno veniva scaldato fino a 160 °C. La conclusione sembrava logica: nel suolo ci sono batteri che, se si alza la temperatura, muoiono. Giusto? Sì. E infatti l’entusiasmo degli scienziati era alle stelle. Ma si trattava pur sempre di una prova indiretta, in quanto nessuno aveva visto i batteri in faccia. Serviva una controprova.

DOCCIA FREDDA. I Viking avevano uno strumento valido anche per questo, in grado di distinguere chiaramente molecole a base di carbonio. Bisognava scaldare fino a 500 °C i campioni di terreno per far evaporare queste particelle, che poi gli strumenti avrebbero rilevato. Le aspettative erano altissime. Ma i sensori non videro nessuna molecola organica, solo acqua e anidride carbonica. Conclusione: nonostante le buone premesse, nel suolo non poteva esserci vita. Fu una vera delusione.

In realtà, anche se all’epoca prevalse il pessimismo, più che di un fallimento si trattava di un enigma. In alcuni casi, infatti, lo strumento evidenziò anche l’emissione di una piccola quantità di molecole a base di cloro dette cloro-derivati leggeri. Ai tempi nessuno ci fece caso. Ma con il senno di poi si capì che erano un indizio importante.

Il risultato degli esperimenti dei Viking, infatti, era strano. Perché se anche su Marte non ci fossero forme di vita, dovrebbero comunque esserci grandi quantità di carbonio proveniente da comete e asteroidi. Questo oggi lo sappiamo per certo, dato che anche sulla Terra arrivano meteoriti carboniose. E anche le analisi sulle meteoriti marziane confermano questa interpretazione. Come mai allora gli strumenti non videro alcuna traccia di carbonio? Per avere una possibile risposta, un altro indizio alla soluzione del mistero, bisognò aspettare l’estate del 2008, quando la missione Phoenix, non lontano dal polo nord, scoprì la presenza di un sale, il perclorato di magnesio. Questa sostanza è inerte alle basse temperature, ma si attiva sopra i 400 °C liberando ossigeno, che può demolire qualunque sostanza organica, producendo acqua, anidride carbonica… e cloro-derivati leggeri. Cioè esattamente quello che avevano visto i Viking!

MA ALLORA ERA VERO! La presenza di questi sali, insomma, chiarirebbe il mistero. Rivalutando, a questo punto, il primo esperimento dei Viking: quello che suggeriva la presenza di vita!

Un’ulteriore conferma è arrivata da una sperimentazione condotta nel 2010 da Rafael Navarro Gonzales dell’Università del Messico, che ha riprodotto questo processo chimico distruttivo sul terreno del deserto di Atacama: uno dei più sterili della Terra, ma pur sempre ricco di vita. Lo scienziato ottenne gli stessi identici risultati dei Viking se aggiungeva al terreno del perclorato prima di portarlo ad alta temperatura. Insomma: non si può escludere che sul terreno marziano esaminato tanti anni fa ci fosse effettivamente la vita, insieme ad alcuni sali che, scaldati, la distruggevano sistematicamente. Punto e a capo. Bisognava puntare su altre missioni.

NEL CRATERE-LAGO. Le attenzioni si spostarono allora su Curiosity, il rover della Nasa sceso il 6 agosto 2012 nel cratere Gale, un antico lago. Un luogo adatto alla vita, insomma, almeno in passato. Curiosity ha finora condotto cinque analisi di questo tipo. Le prime tre hanno fornito risultati che sono la fotocopia, a distanza di 40 anni, dei risultati dei Viking (e di Gonzales). Le altre due hanno invece trovato, in altri siti, l’impronta digitale di molecole complesse dette “cherogeni”, che sulla Terra sono prodotte dalla modificazione di antichissimi residui organici di batteri. Queste molecole, insomma, sono una prova piuttosto concreta che, in passato, la vita effettivamente ci sia stata. Ma ancora una volta non si tratta di una pistola fumante.

IL MISTERO DEL METANO. A complicare ulteriormente il quadro, rendendolo più interessante, è un’altra scoperta di Curiosity, corroborata dalle osservazioni da satellite: la presenza di metano nell’aria marziana. La particolarità di questo gas è che non può esistere stabilmente nell’atmosfera, perché dopo pochi anni si scompone in altre sostanze. Ci deve essere, quindi, qualcosa che lo genera. Già, ma che cosa? Le possibili origini di metano sono due: fenomeni geologici, come vulcani o fumarole, e gli esseri viventi. Ma Marte è un pianeta geologicamente morto, che non dovrebbe avere attività di questo tipo. È allora plausibile pensare che a produrre metano siano batteri che vivono in superficie o in profondità, tra le rocce. È questa una prova della presenza di vita? Purtroppo no, ancora una volta è solo un indizio.

Riassumendo, tutte le missioni effettuate finora mostrano abbondanti prove del fatto che l’acqua ci sia effettivamente stata, in passato, sul pianeta rosso.

Anzi, si ritiene che quattro miliardi di anni fa, quando il Sistema solare era giovane, Marte fosse molto simile alla Terra. Gran parte dell’emisfero nord era ricoperto da un vasto oceano, nel quale confluivano enormi fiumi provenienti dall’altro emisfero. È più che probabile che, all’epoca, anche lì si sia sviluppata la vita: di questo abbiamo indizi significativi, ma non la prova. E ancora più ipotetico, ma sempre probabile (l’indizio più concreto resta l’esperimento LR dei Viking), è il fatto che la vita ci sia ancora oggi che Marte si è raffreddato fino a diventare un deserto ghiacciato.

COME IN ANTARTIDE. Qualche traccia di acqua liquida, però, potrebbe essere rimasta. Ed è proprio questa la scoperta recente di Mars Express: uno o più laghi sepolti a 1,5 chilometri di profondità sotto la calotta polare sud. Il risultato è stato comunicato dal team italiano del radar Marsis, in grado di scandagliare il terreno fino a 4-5 km di profondità. I raggi emessi dal radar subiscono una riflessione ogni volta che incontrano la superficie di contatto tra due terreni differenti, e la riflessione è massima se c’è acqua liquida. Una tecnica già sperimentata con successo in Antartide, dove ha permesso di scoprire centinaia di laghi sepolti sotto quattro chilometri di ghiaccio.

SOPRAVVIVENZA ESTREMA. Resta un problema: anche a quelle profondità, su Marte la temperatura è inferiore -60 °C. Come può l’acqua essere liquida in quelle condizioni? L’unica possibilità è che sia molto salata, forse proprio per la presenza di perclorati. In queste condizioni la vita può ancora esistere, ma in forme molto particolari, come i batteri estremofili trovati nel lago salato Whillans, a 800 metri di profondità, in Antartide. Ancora una volta un indizio importante. Ma purtroppo – ed è vero sempre, ma quanto mai su Marte – cento indizi importanti non fanno ancora una prova.

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