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Nei, quando fanno paura

by Lettere21

Chi ne ha tanti rischia di più il tumore al seno? Lo dicono due ricerche che richiedono altri approfondimenti. Il vero killer è il melanoma. Ecco come difendersi

Se sei una donna e hai più di 15 nei di grandi dimensioni sul braccio, hai un rischio di ammalarti di cancro al seno più alto del 35 per cento rispetto a una donna senza nei. A ipotizzare una relazione tra numero di nei e tumore al seno sono stati due studi americani pubblicati sul numero di giugno della rivista scientifica Plos medicine. Da un lato Jiali Han e colleghi dell’Indiana University e di Harvard hanno analizzato i dati raccolti nell’ambito del progetto americano “Studio sulla salute delle infermiere”, che ha coinvolto 74.523 donne il cui stato di salute è stato monitorato per 24 anni; dall’altro il gruppo coordinato da Marina Kvaskoff dell’Inserm in Francia ha elaborato le informazioni relative allo “Studio sulle insegnanti” che ha coinvolto 89.902 donne seguite per 18 anni. I nei cutanei non sono causa di cancro al seno, ma forse gli ormoni estrogeni in gioco nello sviluppo del cancro alla mammella possono in qualche modo condizionare anche la presenza dei nei sulla pelle, che potrebbero rappresentare un indicatore del rischio. I ricercatori hanno infatti proposto di usare i nei come una sorta di segnale del pericolo di sviluppare una neoplasia mammaria. Restano, però, grandi perplessità sul senso di questi risultati: Quale sia la correlazione tra numero di nei e cancro al seno è ancora da chiarire. Sono due studi statistici e non bastano: servono delle sperimentazioni cliniche. Chi ha tanti nei, piuttosto, deve sottoporsi a visite specialistiche per prevenire il più aggressivo tra i tumori, il melanoma.

La macchia “buona”

I nei o nevi sono accumuli di cellule che si chiamano melanociti e che danno il colore alla pelle. Sono tipici dei bianchi e sono geneticamente determinati. Esistono madri e figli con lo stesso neo nella stessa posizione. I nei sono tutti benigni, ma da un neo può derivare anche il melanoma, uno dei tumori più aggressivi e meno curabili. Fa paura perché negli ultimi 15 anni il melanoma è stato in costante aumento, mentre altri tumori sono diminuiti. La donna è la più colpita, in particolare quella giovane tra i 19 e i 39 anni, che ha un rischio maggiore rispetto all’uomo di pari età.

L’esame salva-vita

Per alcuni mesi o alcuni anni, un melanoma a occhio nudo verrà scambiato per un qualsiasi neo. Ma oggi siamo in grado di identificarlo precocemente con un esame chiamato dermoscopia: applichiamo sulla pelle una lente dotata di telecamera ad alta definizione che fornisce le immagini ingrandite a un computer; queste immagini vengono analizzate da un software e possono anche essere memorizzate per studiare l’evoluzione del neo nel tempo. Siamo così in grado di identificare un melanoma anche in fase iniziale e toglierlo. L’asportazione precoce di un melanoma in fase di crescita porta alla guarigione completa quasi nel cento per cento dei casi. Se non viene asportato subito, però, può diventare rapidamente aggressivo, e inviare delle cellule che danno metastasi in altri organi. La raccomandazione è di sottoporsi a una dermoscopia almeno una volta nella vita, dopo i 18 anni, quando ormai la pelle si è stabilizzata. In base alla prima dermoscopia, le persone si dividono in due popolazioni: quelli che non hanno nessun neo a rischio e quelli che invece hanno dei nei atipici. Per la prima categoria basterà l’auto-osservazione: dovranno controllare da soli se compare un neo sospetto che attira la loro attenzione. Quelli che a 18 anni hanno dei nei a rischio dovranno rimanere sotto osservazione e farsi controllare ogni sei mesi, una volta all’anno, ogni due anni, a seconda del giudizio del dermatologo. Con la dermoscopia il melanoma non sfuggirà e verrà preso in tempo. La ragione è che la gente arriva in ritardo, quando il melanoma è ormai ingrossato.

Sole e lampade

Cosa trasforma un innocuo neo in uno dei tumori più aggressivi e letali? Tra i principali motori del melanoma ci sono i raggi ultravioletti: quelli del sole e quelli delle lampade abbronzanti. Non li sentiamo, non li vediamo, passano anche attraverso i vestiti. Ne esistono di tre tipi: gli Uvc, per fortuna filtrati dall’ozono atmosferico; gli Uvb che ci regalano la pelle ambrata e inducono la produzione di melanina, ma anche scottature, ustioni e purtroppo i melanomi; e infine gli Uva, impiegati nelle discusse lampade abbronzanti. Fino a una decina di anni fa, i raggi Uva erano stati sottovalutati perché meno potenti degli Uvb: in realtà, penetrano più a fondo nella pelle. Negli Stati Uniti si sta lottando per regolare l’utilizzo delle lampade e l’unica cosa che sono riusciti a ottenere, come in Europa, è limitarlo agli adulti (sotto i 18 anni serve l’autorizzazione dei genitori), anche se purtroppo mancano i controlli. Brasile e Australia hanno chiuso i negozi di abbronzatura. La lampada fa male anche una volta ogni tanto: dovendo sviluppare una pigmentazione in poco tempo, emette dieci volte la potenza del sole provocando danni terribili. I nei sono fatti di melanociti, le stesse cellule attivate dai raggi Uva delle lampade: quando ci facciamo una lampada, quindi, attiviamo tutte queste cellule che invece dovrebbero stare a riposo.

Le creme non bastano

I prodotti solari vengono testati in provetta oppure sulla schiena di volontari con uno strumento che imita la luce del sole, un “simulatore solare”. La protezione totale non è ancora stata creata, tanto che la Comunità europea ha vietato alle aziende di scrivere “schermo totale” sulle confezioni (la massima è la 50+). Dobbiamo sfatare l’idea che basta mettersi una crema per proteggerci dal sole. I maggiori danni negli ultimi anni sono dovuti proprio a questa illusione che ha spinto la gente a esporsi troppo. I bambini vengono spalmati di crema e lasciati intere giornate sulla spiaggia, ma dobbiamo sapere che il melanoma può iniziare anche da piccoli e svilupparsi poi a 30-40 anni. Le creme solari frenano solo una parte dei raggi lasciando passare, per esempio, gli Uva che sono i più pericolosi. Neanche una volta abbronzati siamo del tutto protetti: Ricordiamoci che siamo sempre di carnagione bianca, quindi a rischio di melanoma. Un tempo si suggeriva di evitare il picco solare di metà giornata, ma non ha senso parlare di orario: il sole di mezzogiorno ci scotta perché ci sono molti raggi Uvb, ma gli Uva sono presenti dall’alba al tramonto. Dobbiamo limitare l’esposizione di pelle nuda al sole: alle nostre latitudini, basta anche una magliettina di cotone o un pareo. Ci si spoglia quando si vuole fare il bagno, ma non dovremmo esporci quasi mai al sole diretto. Se vogliamo camminare sul lungomare bisogna tenersi vestiti, cappello, occhiali, pareo, tanto ci abbronziamo lo stesso, perché i melanociti sono molto sensibili agli ultravioletti. Sulle zone esposte come il volto, lo scollo, le orecchie, noi suggeriamo di applicare delle argille che rifiettono i raggi solari e tengono la pelle sfiammata: essendo dei minerali non si sciolgono nell’acqua, le vendono anche in farmacia. Si stanno diffondendo perché molte donne hanno capito che il sole, oltre ai tumori, fa venire le rughe. Solo noi occidentali abbiamo l’abitudine di sdraiarci sulla sabbia; nessun nero, arabo, asiatico lo fa. Forse ci vorranno 50 anni per far capire alla gente che esporsi al sole è pericoloso.

Allarme depilazione laser

Nelle donne la zona che viene più frequentemente colpita da melanoma è quella delle gambe, mentre nell’uomo è il tronco: Nelle gambe le donne fanno dei trattamenti estetici che sarebbero da vietare, come la luce pulsata e il laser per la depilazione e la radiofrequenza per tonificare il corpo. Quando applichiamo sulla pelle questi raggi termici colpiamo anche i nei sottostanti che sono formati da cellule molto sensibili e reattive con il rischio di deviarle verso il melanoma. Abbiamo iniziato uno studio sui melanomi giovanili per vedere se c’è una relazione con i trattamenti estetici. I risultati arriveranno tra qualche anno, ma intanto stiamo mettendo in allerta le persone affinché evitino i trattamenti termici sulla pelle se non è proprio necessario.

COME CONTROLLARSI I NEI

Due metodi per scoprire se abbiamo un neo che rischia di trasformarsi in un tumore.

  • 1 L’alfabeto salva-vita. È il vecchio sistema insegnato dai dermatologi per compiere l’auto-osservazione. Bisogna ricordarsi le prime lettere dell’alfabeto: A) sta per asimmetria: dividiamo il neo in due con una linea immaginaria; se non è simmetrico, è sospetto; B) per bordi: se sono irregolari, a cartina geografica, il neo va fatto vedere; C) per colore: deve essere omogeneo, se presenta diverse tonalità è sospetto; D) per dimensione: i nei più grandi di 6 millimetri di diametro sono da tenere sotto controllo, soprattutto se sono cresciuti velocemente.
  • 2 Il brutto anatroccolo. È un metodo più semplice del precedente e consiste nell’esaminare tutti i nostri nei e valutare se ce n’è uno che si distingue dagli altri per colore, forma o dimensione tanto da notarlo subito: questo neo è il brutto anatroccolo da sottoporre alla visita dermatologica.

6 REGOLE per tintarelle sicure

➊ Chiedere al dermatologo il proprio fototipo, cioè la sensibilità della pelle al sole.

  • Comprare solari con filtri Uvb e Uva, minimo protezione 20. Ricordarsi che al di sotto del fattore 8 non protegge.
  • Applicare uno strato omogeneo di crema e spalmare ogni due ore e sempre dopo i bagni, ma non fare l’errore di sentirsi immuni dai pericoli del sole.
  • Evitare il sole intenso dalle 11 alle 15.
  • I bambini e le persone di fototipo 1 (capelli rossi e pelle bianca che non si abbronza) non devono esporsi al sole diretto. In Australia portano addirittura vestiti anti-sole e un casco simile a quello delle moto. Le maglie bagnate proteggono di meno. La prima settimana i fototipo 2 (biondi con occhi azzurri e pelle chiara, che si arrossano) possono stare al sole massimo 10-15 minuti; i fototipo 3 (castani, pelle chiara) e i fototipo 4 (occhi e capelli scuri, mediterranei) un’ora e mezzo. Anche gli scurissimi (fototipo 5) e i neri (fototipo 6) devono mettere la crema, anche se rischiano l’invecchiamento della pelle ma non il melanoma: sono protetti dagli Uvb ma non dagli Uva. Per tutti, quando si sente pizzicare la pelle, è il momento di ritirarsi dal sole.
  • Evitare le ustioni del weekend: non fanno abbronzare, ma sono soltanto una redistribuzione della melanina che viene spinta in superficie. La vera abbronzatura si sviluppa in 7 giorni.

L’abbronzatura crea dipendenza

Si può essere “drogati” di raggi ultravioletti, quelli che danno l’abbronzatura? Sembra di sì, almeno secondo uno studio di ricercatori statunitensi del Massachusetts General Hospital di Boston. Gli scienziati hanno visto che sui topi l’esposizione ripetuta ai raggi UV solari provoca il rilascio di endorfine, ormoni legati al piacere e all’appagamento con effetti simili alle droghe. Nell’esperimento, topi a cui era stato rasato il pelo sono stati esposti ai raggi UV per 6 settimane e i loro livelli di endorfine nel sangue sono aumentati già dopo la prima settimana. Gli animali sono stati poi trattati con farmaci che riducevano gli effetti delle droghe e quelli che erano stati esposti ai raggi solari avevano i sintomi tipici dell’astinenza, come i tremori.

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