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Perché facciamo gli struzzi?

by Lettere21

Davanti a ciò che non ci piace tutti tendiamo a mettere la testa sotto la sabbia. Siamo egoisti? Secondo la scienza, no. Siamo invece influenzati dall’istinto di sopravvivenza, quello che ci permette di sopravvivere e di affermarci. Anche a discapito degli altri

Facciamo finta di non vedere, distogliamo lo sguardo, mettiamo la testa sotto la sabbia come gli struzzi. Che si tratti di una donna scippata, del vicino di casa che sta male o di un massacro dall’altra parte della Terra, noi tendiamo a guardare altrove, incuranti, come se la cosa non ci riguardasse.

Due tipi di egoismo

Per sopravvivere dobbiamo essere egoisti. È l’istinto di sopravvivenza che ha permesso alla nostra specie di far fronte ai pericoli e di evolversi, anche a discapito della vita degli altri. Esiste un egoismo individuale, che mette il singolo nelle condizioni di agire prima di tutto per il proprio bene e di non curarsi delle disgrazie altrui, e un egoismo di gruppo, che fa sì che il singolo percepisca solo le necessità del suo gruppo di appartenenza trascurando tutto ciò che riguarda gli estranei.

In altre parole, aiutiamo chi ci conviene aiutare. Se è conveniente a livello biologico, cioè per sopravvivere, istintivamente si fa squadra, altrimenti no. Per comprenderne la ragione, occorre tornare alle origini dell’uomo. Nell’epoca preistorica l’uomo doveva percepire il più velocemente possibile la minaccia rappresentata da un avversario e agire in maniera solidale con i propri simili per far fronte al pericolo. Quando, invece, ciò che accadeva ad altri non aveva riflessi su di lui, guardava altrove.

Effetto “spettatore”

Il caso della donna scippata per strada può chiarire la questione. Se è un’amica o una parente, ci attiviamo perché l’abbiamo riconosciuta come parte del nostro gruppo. Se è una perfetta sconosciuta, molto probabilmente non ci diamo da fare per lei. La percepiamo come lontana da noi e non la aiutiamo, soprattutto se ci sono altre persone presenti. «Quando molte persone sono in condizione di aiutare», spiega Stanley Cohen, sociologo della London School, «è meno probabile che uno qualunque degli spettatori lo faccia. La responsabilità è condivisa e, di conseguenza, ridotta». “Perché lo devo fare proprio io?”, ci si domanda, e il risultato è che, spesso, nessuno fa nulla. La questione cambia quando le persone che assistono allo scippo si conoscono tra loro: ciò fa sì che si preoccupino di quello che gli altri potrebbero pensare.

Un’altra situazione che spinge a intervenire è quando la richiesta di aiuto è esplicita e viene diretta a una persona precisa. In questo caso si interviene perché ci si sente chiamati in causa in prima persona. Nel cervello si attivano i neuroni specchio, grazie ai quali si prova empatia nei confronti dell’altro e ci si mette in moto. C’è un limite, però: quando l’intervento comporta un rischio per noi, ci fermiamo. Quindi, prestiamo aiuto, ma fino a un certo punto.

Fortunatamente, sull’uomo non influiscono solo fattori biologici, ma educazione, cultura e religione, che possono spingerlo ad agire nel rispetto dei suoi valori e non solo per necessità.

Vicini, lontani

Che il diniego sia accentuato rispetto a chi viene percepito come lontano da noi dal punto di vista geografico e psicologico è evidente. Nessuno nega l’esistenza dei bambini che muoiono di fame in Somalia, ma li si percepisce come distanti e ciò ci distanzia da loro emotivamente. «Non sono i nostri figli», spiega Cohen in Stati di Negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea, «e non c’è alcun legame con loro. Tutto quello che sappiamo è che esistono, grazie a quei trenta secondi durante i quali la telecamera li ha inquadrati». Manca totalmente la capacità di immedesimazione.

Si è mai chiesto qualcuno, che cosa provi una persona che in quattro e quattr’otto deve lasciare la sua famiglia, la casa e il lavoro per sfuggire alla guerra o a un cataclisma? Vige la mancanza di empatia, la scarsa immaginazione, dettata da un individualismo crescente. La ragione? Un po’ è colpa dei media del nostro paese che danno rilevanza alla cronaca locale e poco spazio al resto del mondo, un po’ è il venir meno del senso civico e della coesione sociale.

Nel corso degli anni si è perso sempre più il desiderio di contribuire al bene comune. La nostra è una società ripiegata su se stessa, che non ha la fierezza di un tempo né l’istinto di fare gruppo e mettersi nei panni degli altri. Umberto Galimberti, filosofo della storia e psicologo, sostiene che i mezzi di informazione abbiano reso un vizio antico, come il diniego, esponenziale: come se l’overdose di informazioni negative che ci raggiungono ogni giorno, ci rendesse impermeabili, apatici e distanti da quanto non ci riguarda personalmente. Incapaci di reggere tutta la verità, ci autoinganniamo sempre di più. Spesso decidiamo coscientemente di evitare queste informazioni», scrive Galimberti in I vizi capitali e i nuovi vizi; qualche volta non sappiamo neppure quanto escludiamo e quanto accettiamo. Il più delle volte assorbiamo tutto e restiamo passivi. In fondo, sostiene il filosofo, prevale il fatto che i nostri bambini non muoiono e non moriranno di fame. Cohen parla di “stanchezza da compassione” dovuta al sovraccarico di informazioni: come se a un certo punto non ne potessimo più e spegnessimo la mente, proprio come se fosse un televisore.

La consapevolezza è faticosa

Prendere consapevolezza di qualcosa di sgradevole, significa modificare concezioni e credenze radicate da tempo e adattarsi a una nuova situazione. Tutto ciò comporta un lavoro e spesso non siamo disponibili a farlo. Si potrebbe dire che siamo degli “avari cognitivi”. Non siamo neppure disposti a uscire dal coro. Negare l’evidenza fa leva sull’omologazione e sulla conformità: quando “mettere la testa sotto la sabbia” costituisce l’atteggiamento più diffuso, cambiare rotta non è facile né rassicurante. Nella nostra società, caratterizzata da una profonda solitudine, l’idea di fondo è quella di negare la finitezza dell’essere umano. Basti pensare al successo della chirurgia estetica, al mito dell’eterna giovinezza. Valori che vanno nella direzione della negazione di tutto ciò che è doloroso e sgradevole. L’imperativo al quale obbediamo tutti è non vedere le sofferenze e le fatiche altrui e ridurre gli stimoli dolorosi al minimo.

C’inventiamo di tutto

L’essere umano è fantasioso e i modi per negare le verità poco gradevoli sono davvero i più vari e Cohen fa numerosi esempi. Il primo è affermare che un evento non si è mai verificato: “mio marito non mi tradisce”, “mentono tutti, quel genocidio non è mai accaduto”. Oppure si attribuisce all’evento un significato diverso da quello generalmente condiviso.

È un’operazione semplice, basta fare un uso accorto del linguaggio e gli eufemismi ci vengono in aiuto. Così un massacro civile diventa “un danno collaterale”, una deportazione “un trasferimento di popolazione”, un alcolista “uno a cui piace molto bere”. Oppure si giustifica la negazione in chiave machiavellica: il fine giustifica i mezzi per un ideale più elevato.

In alcuni casi si vuol far credere a se stessi che non esistano alternative possibili: “è il male minore”, si dice spesso. Oppure si mette in atto un altro stratagemma, quello dei paragoni vantaggiosi: così, ad esempio, si giustificano addirittura violenza e schiavitù in quanto propedeutiche all’attuazione della democrazia.

Chi ha detto che lo struzzo mette la testa sotto la sabbia?

Lo scrittore latino Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), che lo definiva così stupido da nascondere la testa sotto la sabbia (vive infatti principalmente in zone aride e desertiche), piuttosto che scappare. Non c’è nulla di vero in tutto questo. Secondo alcuni zoologi, lo struzzo (Struthio camelus Linnaeus) nasconde la testa tra i cespugli (e non nella sabbia) semplicemente per mangiare; secondo altri, invece, quando avverte un pericolo, avvicina la testa al suolo nel tentativo di mimetizzarsi, fingendosi, per esempio, un cespuglio. Se il predatore si accorge dell’inganno e si avvicina troppo però, l’uccello – il più grande esistente sul pianeta, ma incapace di volare – è pronto a partire all’istante, correndo via. È velocissimo: con le sue falcate raggiunge i 70 chilometri orari.

Il più tragico degli esempi

Come hanno potuto negare l’atrocità fingendo di non riconoscerla coloro che lavoravano nei lager nazisti? Lo spiega Hannah Arendt, filosofa tedesca, nel suo celeberrimo La banalità del male, un libro che descrive il processo al criminale nazista Otto Adolf Eichmann, considerato uno dei maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei: «Le azioni erano mostruose, ma per chi le mise in atto erano pressoché normali». Si trattava di grigi burocrati che eseguivano i loro compiti in maniera pedissequa, come qualunque altra parte della vita quotidiana. «Non realizzavano completamente l’immoralità di ciò che stavano facendo», aggiunge la studiosa. «Si sentivano come tutti gli altri, che facevano le stesse cose. Avevano motivazioni prive di fantasia e condivise: fare carriera e mantenere un lavoro». Gli autori di alcuni degli orrori più assoluti nella storia dell’uomo erano dunque solo gli ingranaggi di una terribile macchina.

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