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Perché gli animali sono fatti così

by Lettere21

La tigre è uno dei mammiferi più evoluti e affascinanti. I suoi occhi sembrano truccati a mano. Com’è possibile? Perché gli animali hanno queste forme e questi colori?

Gli animali sono creature davvero stravaganti. Alcuni non hanno nemmeno la testa. Meduse, coralli, stelle e ricci marini ne sono privi. Altri invece hanno la testa, ma sono senza il collo. Come i pesci, dove è un tutt’uno con il corpo. Da che cosa dipendono queste differenze di forme e di colore che contraddistinguono il mondo animale? Tra i tanti che hanno cercato di dare una risposta vi è Adolf Portmann, naturalista svizzero e autore de La forma degli animali, testo che negli anni 60 diede il via a importanti rifiessioni sulla straordinaria varietà degli animali e sulle relazioni tra sviluppo interiore ed esteriore del corpo. Portmann aveva osservato che la testa è un tratto distintivo degli animali per così dire “superiori”, quelli cioè meno primitivi, e serve essenzialmente a riunire tre funzioni: quella dei sensi, dell’alimentazione e del movimento. Tanto più queste attività sono sviluppate, quanto più sono enfatizzati i segni esteriori del capo. Ne è un esempio la testa della tigre, tra i mammiferi più evoluti, dove i tratti distintivi del mantello diventano magni”ci nel capo e le parti più belle ed evidenti sono riservate ai sensi, agli occhi e alle orecchie, messi in particolare rilievo. Cercare una corrispondenza tra struttura interna (in questo caso l’evoluzione del sistema nervoso centrale e dei relativi organi di senso) e apparenza esterna ha permesso a Portmann di spiegare come mai ci sono animali o parti di essi più vistosi di altri. Come la testa del mandrillo, il campione del cromatismo tra i mammiferi, dove spiccano il rosso brillante del naso e il rarissimo colore blu. Ma aspetto e forma sono stati studiati anche per le sorprendenti relazioni con l’ambiente e come importante mezzo di sopravvivenza.

Mimetizzarsi per sopravvivere

Tra gli aspetti più affascinanti della zoologia vi è senza dubbio l’osservazione di come le forme e i colori degli animali possano diventare un salvavita, un elemento distintivo della specie che permette la sopravvivenza. La giraffa, ad esempio, ha un aspetto molto singolare. Il suo collo lungo le consente di raggiungere le foglie di acacia e i sui colori la rendono mimetica nella savana. Le sembianze di un animale non sono mai casuali. Sono il risultato della selezione naturale sui geni. Osservando la forma e il colore è possibile scoprire molto sulle abitudini e sulle relazioni che un animale possiede con l’ambiente e con gli altri organismi con cui convive. Anche in un luogo apparentemente uniforme come il mare vi è una grande varietà nell’aspetto degli esseri viventi. Si va dai contorni variegati e dalle tinte sgargianti dei pesci delle barriere coralline, che usano l’aspetto per comunicare a breve distanza o per mimetizzarsi tra rocce e coralli, ai toni blu e grigi dei pesci che vivono in mare aperto, dove non vi sono nascondigli dell’ultimo minuto e dove una sagoma aerodinamica permette di fuggire ai predatori. Anche gli squali hanno l’aspetto che hanno per via dell’ambiente in cui vivono. Forma slanciata per la velocità e colori che giocano con le ombre: bianco sul ventre per confondersi con la luce che penetra dall’alto se visti da sotto e grigio-azzurro sul dorso per mimetizzarsi con gli abissi se osservati da sopra. Sulla terraferma, civette, lepri e volpi compiono quella che viene chiamata la “muta” stagionale per adattarsi all’ambiente e in inverno diventano bianchi come la neve mentre in estate sono bruni come il sottobosco. Un cambiamento così complesso da essere controllato dall’attività ormonale. Davvero spettacolari sono poi le forme di mimetismo che hanno plasmato i profili di alcune specie, trasformandole di volta in volta in sasso, legno, pianta o persino nel proprio carnefice. Come la mosca (Rhagoletis zephyria) che imita il ragno o il pesciolino (Calloplesiops altivelis) la murena (Anarchias leucurus).

Servono per comunicare

Colori e forme sono un mezzo molto efficace per comunicare con i propri simili e con le altre specie. Sono usati per corteggiare, invogliare, intimorire e allarmare. Impressionante è la testa minacciosa del clamidosauro (Chlamydosaurus kingii), una grossa lucertola australiana che distende il collare di pelle posto intorno alla gola (il clamide) per intimorire gli aggressori. Il pesce palla si gonfia per evitare di essere mangiato e il pesce combattente (Betta splendens) distende le pinne e solleva gli scudi che proteggono le branchie per apparire più grosso e terrifico, al pari del gatto che rizza il pelo e inarca la schiena. Molte specie ricorrono ai “falsi stimoli” (o cues) per spaventare i predatori. Efficacissimi sono i falsi occhi che alcune farfalle esibiscono spiegando le ali, del tutto simili ai grandi occhi dei rapaci. Analoga funzione hanno le macchie circolari presenti sui fianchi dei pesci farfalla (Chedodon benneti o Chedodon auriga) e le mascherine scure che ricoprono i veri occhi e che nell’insieme fanno prendere la coda per il capo rendendo imprevedibile la via di fuga.

Colori velenosi

Negli animali ci sono colori che segnalano la presenza del veleno. Sono combinazioni cromatiche che gli esperti definiscono “aposematici” e sono incredibilmente diffuse nelle diverse classi e universalmente riconosciute da tutti. Giallo e nero, rosso e nero, ma anche macchie blu segnalano in modo inequivocabile la presenza di tossine. L’addome striato delle api e delle vespe è un chiaro avvertimento per gli uccelli predatori. Gialla e nera è anche la salamandra pezzata che sprigiona un siero irritante se toccata. Velenosissima è la rana freccia blu (Dendrobates azureus), usata dagli indigeni sudamericani per preparare dei potenti dardi velenosi e altrettanto minacciosi sono gli anelli blu del trigone maculato (Teniura lymma), la cui spina velenosa della coda nel 2006 provocò la morte di Steve Irwin, celebre documentarista australiano noto come Crocodile Hunter. L’efficacia dei colori aposematici è tale che ci sono specie che hanno imparato a sfruttare a proprio vantaggio questa forma di mimetismo (detto Batesiano dal naturalista Henry Bates che lo descrisse) pur non essendo nocive. La farfalla viceré (Limenitis archippus) ne è un esempio: non è velenosa, ma copia i colori rosso e nero della farfalla monarca, capace invece di provocare dolorosi mal di pancia, se non il decesso, a chi la ingerisce.

Come si ottiene l’effetto multicolor

I colori degli animali dipendono da tre cause: i pigmenti (composti colorati), le proprietà di rifrazione o quelle di dispersione della luce possedute da certi cristalli. Pigmenti e cristalli sono contenuti comunemente in speciali cellule della pelle dette “cromatofore”. Alcune di queste cellule specializzate sono in grado di cambiare forma e, di conseguenza, di modificare la distribuzione dei pigmenti e delle sostanze cristalline che contengono. Seppia e camaleonte sono i campioni del mimetismo del mondo animale dal momento che possono cambiare il colore della pelle e assumere a piacere quello dell’ambiente circostante. Nei molluschi marini, gli stimoli nervosi fanno contrarre le fibre muscolari che circondano le cellule cromatofore provocandone la distensione. Ciò favorisce una maggiore distribuzione dei pigmenti contenuti con conseguente accentuazione delle tinte. Il controllo nervoso di questo meccanismo è così preciso e rapido da permettere alla seppia di mostrare suggestive onde di colore che percorrono il corpo da cima a fondo. Nel camaleonte, invece, i cromatofori sono irregolari con ramificazioni molto estese e i pigmenti sono fatti migrare all’interno della cellula con tempi più lunghi (qualche minuto) e con meccanismi tutt’ora poco chiari che implicano l’azione dell’ormone melanoforo che agisce sulle cellule della pelle.

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