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Perché il midollo è il nostro tallone di Achille

by Lettere21

Porta gli ordini del cervello al resto del corpo. Per questo, se si interrompe, i muscoli si paralizzano. Come ripararlo? Ci si prova con impianti hi-tech sui nervi e con la rigenerazione

Dal suo letto d’ospedale, Antonio ha salutato e ringraziato in un video quanti gli sono stati vicini dopo la sparatoria in cui, probabilmente per uno scambio di persona, lui è rimasto colpito da un proiettile che gli ha lesionato il midollo spinale.

«Adesso comincia l’allenamento…», ha detto, riferendosi al percorso di riabilitazione. Nonostante la forza d’animo dimostrata, il suo caso ha riportato di tragica attualità un fatto: le paralisi provocate da lesioni al midollo spinale rimangono ancora oggi l’emblema dell’impotenza della medicina. Torna alla mente il caso di Christopher Reeve, l’attore che impersonava Superman, rimasto paralizzato, in modo ancora più grave di Antonio, dopo una caduta da cavallo, nel 1995. Anche la fondazione che porta il suo nome (Christopher and Dana Reeve Foundation) ha finanziato con milioni di dollari la ricerca di soluzioni. Ma, a venticinque anni di distanza, non ci sono ancora terapie o tecnologie che permettano la “guarigione” come comunemente la si intende, ovvero la possibilità di tornare a camminare in modo indipendente. La ricerca però non è ferma al palo. Anzi. Dopo anni di delusioni e scoraggiamento, finalmente qualche risultato sta arrivando anche in questo settore.

UN PUNTO DELICATO

Ma perché è così difficile riparare una lesione del midollo spinale? Il midollo è la via di comunicazione tra il cervello e il resto del corpo. Un sistema ad altissima specializzazione, che non ha grandi capacità di rigenerarsi. Una volta che le sue cellule sono state danneggiate, è molto difficile ripararle in modo che riprendano a trasmettere il segnale nervoso dal centro alla periferia, e viceversa. Può sembrare assurdo: riusciamo a far camminare in maniera autonoma un robot, ma non siamo ancora in grado di far riprendere l’uso delle gambe a chi è rimasto paralizzato. Tanti anni di studi hanno però permesso di capire assai meglio che cosa succede al momento di una lesione, quali fattori a livello molecolare giocano un ruolo nell’impedire o rallentare i processi di riparazione, e anche come fare per tentare di aggirarli. Quando subiscono uno stress o un trauma, i neuroni reagiscono attuando nel loro ambiente cellulare una serie di misure che di fatto impediscono il ristabilirsi di nuovi contatti. La lesione mette in moto un meccanismo di difesa che scatena, a sua volta, una cascata di reazioni. Entrano infatti in gioco molecole legate all’infiammazione, altre che fanno partire il sistema di “smaltimento rifiuti” interno alla cellula (autofagia), la morte delle cellule stesse (apoptosi), e altri meccanismi ancora. Si crea insomma una situazione di profondo squilibrio, con cicatrici, cisti e altre anomalie nella struttura dei tessuti, che sostanzialmente impediscono alle fibre nervose recise di ristabilire un qualunque tipo di collegamento oltre il punto della lesione.

PRIMI TENTATIVI

Questo processo ha molte fasi distinte e non dura ore, ma settimane, mesi, anni. Solo ora si comincia a capirne il funzionamento e le regole. Anche se, ogni volta che pensiamo di essere arrivati a un punto fermo nella comprensione di questi meccanismi, si apre un’ulteriore porta, e poi un’altra ancora… Le conoscenze raggiunte cominciano però ad avere anche conseguenze pratiche, per esempio nel modulare le terapie. Siamo arrivati a capire che somministrare un medicinale con azione anti-infiammatoria, come il cortisone, può essere positivo in una certa fase, controproducente in un’altra. Altre ricerche hanno dato di recente i primi risultati incoraggianti sul fronte che più interessa ai pazienti e ai loro familiari. Diversi gruppi di ricerca, in questi ultimi mesi, hanno portato prove che sembrano rendere reale ciò che era ritenuto impossibile per definizione: far muovere persone completamente o parzialmente paralizzate. In uno studio clinico condotto da medici e ricercatori della École Polytechnique di Losanna, guidati da Grégoire Courtine, tre pazienti con lesioni del midollo gravi, anche se non complete, sono riusciti a recuperare la capacità di camminare per brevi tratti, seppure con il supporto di deambulatori o bastoni, o almeno a recuperare la funzionalità di alcuni muscoli per muovere le dita dei piedi, le caviglie o le ginocchia. Un risultato che non li mette certo in grado di tornare alla “vita di prima”, ma che era ritenuto impossibile fino a non molto tempo fa. La chiave di questo trattamento è un dispositivo impiantato nella colonna vertebrale, grande come una scatola di fiammiferi, che produce stimoli elettrici paragonabili a quelli prodotti dai neuroni, e controllato a distanza. L’idea, a lungo sperimentata sugli animali, è che questo tipo di stimolazione in qualche modo aiuti a rinforzare le scarse connessioni che ancora esistono tra cervello e midollo, o a renderle di nuovo funzionali. Invece di una stimolazione continua (l’idea inizialmente testata), i ricercatori di Losanna hanno provato ad applicarne una intermittente, per attivare in sequenza gruppi muscolari differenti. Le prime dimostrazioni sui topi, alcuni anni fa, erano state a dir poco incoraggianti: gli animali, paralizzati, tornavano a camminare. Sulle persone funziona meno. Ma è comunque la prima dimostrazione che anche una disabilità finora considerata irreversibile può essere trattata e, forse in futuro, guarita.

IL POTERE DELLA VOLONTÀ

Un altro gruppo di ricercatori, guidato da Susan Harkema, della University of Louisville nel Kentucky, ha intanto ottenuto risultati simili con pazienti affetti da lesioni complete del midollo, considerati per definizione impossibili da trattare. In questo caso, il protocollo di intervento prevede la stimolazione dei nervi tramite elettrodi impiantati nel midollo, affiancata da un programma intensivo di esercizio fisico e mentale. Nei tentativi già effettuati, fisioterapisti e macchine, letteralmente, guidavano ed eseguivano i movimenti al posto dei pazienti paralizzati, mentre loro si concentravano sull’intenzione di compierli. Seguendo per mesi questo programma intensivo, i quattro pazienti trattati, tutti giovani e con lesioni dovute a incidenti sportivi o in macchina, hanno ripreso il controllo di alcuni muscoli, e riescono a stare in piedi per un certo tempo, sostenuti da tutori. Due di loro hanno continuato a far progressi, e sono oggi in grado di muovere alcuni passi, aiutati da un deambulatore. Non è tutto. Altri scienziati stanno lavorando per strade ancora differenti. Una è quella di ottenere per via farmacologica la “guarigione” del midollo, sbloccando la capacità delle cellule nervose di rigenerarsi. Al centro dell’attenzione ci sono in questo caso soprattutto gli studi legati alla proteina “Nogo-A”, scoperta negli anni Ottanta da Martin Schwab, del Politecnico di Zurigo. Questa proteina regola la crescita delle cellule nervose: alle soglie dell’età adulta, quando il sistema nervoso diventa maturo, comincia a fornire un segnale di stop perché la crescita di nuove cellule si arresti. L’idea è invece di bloccarla, in modo da consentire i processi di ricrescita e rigenerazione delle cellule nervose dopo un trauma o una ferita.

OBIETTIVO RIGENERAZIONE

Un altro tentativo ancora cerca di promuovere la rigenerazione dei nervi attraverso l’utilizzo di staminali, le cellule indifferenziate su cui si lavora ormai da vent’anni e che sono in grado di fabbricare da zero molti tessuti dell’organismo. Anni fa si pensava che potessero agire direttamente. Come nel caso di Darek Fidyka, un uomo polacco che, dopo avere avuto il midollo quasi completamente reciso da una coltellata, è tornato a camminare (seppure con un deambulatore) dopo il trapianto di cellule staminali ricavate dal suo bulbo olfattivo, la regione del cervello in cui vengono elaborate le sensazioni sugli odori. Una storia isolata, e dagli esiti controversi. Ma forse si comincia a erodere il dogma che una volta gli studenti di medicina imparavano all’università: che i nervi interrotti non si possono mai riparare.

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