Home » Perché quando siamo tristi abbiamo voglia di dolce?

Perché quando siamo tristi abbiamo voglia di dolce?

by Lettere21

Perché si attivano nel cervello neuroni che ci fanno preferire gli zuccheri ai grassi. Nella preistoria questo meccanismo era utile in quanto permetteva agli uomini di scappare dai pericoli. Oggi invece rischiamo solo d’ingrassare e di ammalarci di diabete. Meglio quindi fare una passeggiata o leggere un libro: distraggono dai brutti pensieri senza conseguenze per la salute

Se l’umore va giù, gli zuccheri vanno su. Quando siamo tristi e demotivati oppure troppo stressati, tendiamo a mangiare cibi più ricchi di carboidrati semplici: caramelle, bevande zuccherate, dolcetti. La scienza lo conferma e un nuovo studio giapponese condotto da ricercatori del National Institute of Physiological Sciences ha cercato di spiegare i meccanismi che stanno alla base di queste scelte alimentari, analizzando il comportamento dei topi. Secondo gli scienziati, gli eventi stressanti attivano nel cervello determinati neuroni che spingono a cercare i cibi ad alto contenuto di zucchero (saccarosio) al posto di quelli ricchi in grassi.

I topi fanno come noi

I ricercatori hanno lasciato alcuni topi a digiuno, il che rappresenta una condizione stressante. Poi hanno proposto loro diversi tipi di cibo: lardo e olio di cocco nella categoria degli alimenti grassi, saccarosio e amido di mais in quella dei carboidrati. Hanno quindi osservato che nel cervello dei topi si attivava un sottogruppo di neuroni localizzati nell’ipotalamo, i quali si accendevano in presenza di sollecitazioni negative, come lo stress o l’ansia, o di variazioni fisiologiche nell’organismo e, attraverso la secrezione di alcuni ormoni specifici, spingevano gli animali a preferire cibi ad alto contenuto di carboidrati anziché di grassi. «Lo studio permetterà di capire meglio le conseguenze di stress e obesità sulle nostre scelte alimentari», ha commentato l’endocrinologo Shiki Okamoto, uno degli autori. Da tempo sappiamo che sotto stress molte persone mangiano di più. È quello che chiamo “mangiare emozionale”: se sono tese, nervose, stanche, giù di morale, molte persone sfogano sul cibo questi stati d’animo. Altre, invece, quando si sentono demotivate senza un apparente motivo, trovano nel cibo, in particolare nei dolci, il modo di eliminare o di sedare il loro disagio psichico. I fattori e i meccanismi alla base di questi comportamenti sono numerosi e complessi. In una condizione di disagio e di stress, per esempio, interviene la dopamina, un neurotrasmettitore prodotto nel cervello che stimola l’agire, il compiere qualcosa: nel caso specifico, l’azione consiste nel mangiare un cibo anche fuori pasto e senza particolare appetito per interrompere il rimuginìo mentale. Si ingaggiano così i circuiti dell’azione per staccare quelli del pensiero ossessivo.

Distraiamoci diversamente

Lo stress è una risposta strategica dell’organismo nel tentativo di adattarsi alle sollecitazioni (in inglese gli stressor) a cui è sottoposto e richiede zuccheri che forniscano energia necessaria a reagire. Ma se l’uomo primitivo aveva bisogno di “benzina” per i muscoli delle gambe e di un cuore che pompasse più sangue per fuggire dall’assalto di una belva feroce incontrata nella foresta, oggi le situazioni che ci provocano stress non richiedono di solito un surplus di calorie per essere affrontate. Per questo, anche in situazioni di stress, gli effetti di un consumo eccessivo di cibo, in particolare di carboidrati semplici, possono essere molto negativi per la salute: tra questi, il sovrappeso che può degenerare in obesità, il diabete, un maggiore rischio di contrarre malattie cardiovascolari o alcuni tipi di tumori. Evitare queste conseguenze è possibile, indirizzando verso altri obiettivi i circuiti dell’azione: quando abbiamo bisogno di distrarre la mente da pensieri stressanti, al posto di mangiare scegliamo di fare una passeggiata o dell’attività sportiva all’aria aperta sfruttando i benefici della luce che stimola la serotonina (l’ormone del buonumore) oppure di leggere un libro o fare una telefonata a un amico: Nella psicoterapia si usano molte tecniche che impiegano la cosiddetta attivazione corporea o il rilassamento perché si è capito che con certi comportamenti si può intervenire sul cervello, modificando l’attività di circuiti neurali, neurotrasmettitori e recettori.

Una fonte di piacere

La scelta di un cibo dipende anche da alcune sostanze della famiglia degli oppioidi (neuropeptidi oppioidi) e coinvolge i centri del piacere, soprattutto quelli di una zona cerebrale chiamata Nucleus accumbens, dove sono presenti neuroni sensibili alla dopamina. I peptidi oppioidi e la dopamina innescano sensazioni di piacere: mangiando un determinato cibo proviamo piacere e pertanto rafforziamo questo comportamento perché abbiamo un immediato riscontro sul fatto che il cibo plachi una sofferenza. L’alimentazione a base prevalentemente di carboidrati, inoltre, attiva la serotonina e ha effetti antidepressivi a breve termine. Mangiamo quindi non solo per nutrirci, ma anche per soddisfare i sensi. Nel cervello, infatti, esistono due sistemi, uno omeostatico e l’altro edonico, che regolano le nostre scelte alimentari. Quello omeostatico, che reagisce agli stimoli interni all’organismo, mantiene l’equilibrio idrosalino ed energetico del corpo; quello edonico, che reagisce agli stimoli esterni visivi, olfattivi e gustativi, ma anche a fattori culturali, è legato al piacere che proviamo nel mangiare un determinato alimento e ci spinge a ricercare il cibo che preferiamo.

Perché l’intestino è il nostro secondo cervello?

Perché i due organi si sviluppano dal medesimo “foglietto” embrionale? Abbiamo un asse cervello-intestino grazie al quale, quando mangiamo, l’organismo va incontro a una serie di modificazioni mediate da alcuni ormoni secreti nell’apparato digerente, come la gastrina prodotta nello stomaco, la colecistochinina e il peptide yy nell’intestino. Si tratta di sostanze che non hanno solo una funzione digestiva, ma anche un’azione “anticonflitto” sulla base di meccanismi neuroendocrini che regolano da millenni i comportamenti umani: il risultato è che, a pancia piena, ci si arrabbia di meno e si tende a essere più accomodanti. Non a caso la storia insegna che molti importanti accordi politici tra capi di Stato sono stati presi proprio in occasione di inviti a pranzo o a cena.

Combattiamo la depressione con questi alimenti

Pesce azzurro, noci, semi oleosi: contengono omega 3, acidi grassi polinsaturi non solo protettivi del sistema cardiovascolare ma, secondo diversi studi, anche capaci di ridurre gli stati infiammatori dell’organismo favoriti da sostanze chiamate citochine, collegate ad ansia e stress psicologico.

Cacao amaro e cioccolato fondente (almeno al 70%): sono ricchi di triptofano, un amminoacido essenziale coinvolto nella produzione dell’ormone serotonina che ha effetti positivi sull’umore. Il cioccolato contiene anche anandamide, sostanza che genera sensazioni di benessere e picchi di euforia. Una ricerca svizzero-tedesca ha stabilito che 40 grammi al giorno di cioccolato fondente ad alto contenuto di cacao, consumato per due settimane, riducono i livelli di stress emotivo perché abbassano il cortisolo, l’ormone dello stress.

Frutta fresca e secca, verdura, germe di grano, cereali integrali: sono utili per fare il pieno di vitamine e disinnescare lo stress e la depressione.

L’ormone che dice stop ai dolci, ma ci fa invecchiare

Si chiama FGF21 ed è un ormone prodotto dal fegato. Due studi statunitensi, uno condotto dall’Università dell’Iowa sui topi e l’altro dall’Università del Texas su topi e scimmie, hanno dimostrato che se l’ormone è presente in grande quantità fa crollare l’appetito per gli zuccheri semplici e per l’alcol, ma non per i carboidrati complessi (pane, pasta, riso). Tuttavia, una ricerca ha trovato che, quando FGF21 è prodotto dal muscolo, manda un segnale di invecchiamento a tutto l’organismo. Bloccando la produzione dell’ormone, i ricercatori hanno arrestato molti dei segni di invecchiamento a livello di cute, fegato, intestino e cervello. FGF21 è prodotto dai muscoli degli anziani sedentari, ma resta a livelli più bassi negli anziani che svolgono una regolare attività fisica. Quando ci assale una voglia di dolci, quindi, non assecondiamola e facciamo subito dello sport.

Giacomo Leopardi fu ucciso dai confetti?

Leopardi era diabetico, ma golosissimo, soprattutto di gelati, e a fasi alterne soffriva anche di depressione, complice una salute molto precaria. Secondo alcuni studiosi, questa mania per i dolci potrebbe avergli causato la morte. Il 13 giugno 1837, infatti, il poeta si trovava a Napoli con l’amico Antonio Ranieri, futuro senatore del Regno d’Italia, che quel giorno festeggiava l’onomastico. Per l’occasione la sorella di Antonio, Paolina, portò in casa dei cartocci di confetti “cannellini” di Sulmona. Leopardi ne mangiò un chilo e mezzo. Morì il giorno successivo, forse per un coma diabetico.

Potrebbe piacerti anche

Leave a Comment

Are you sure want to unlock this post?
Unlock left : 0
Are you sure want to cancel subscription?
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00