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Possiamo diventare tutti geni

by Lettere21

Per comprendere meglio il funzionamento del cervello gli scienziati stanno studiando gli “idioti sapienti”, persone che dopo un trauma hanno sviluppato abilità artistiche, musicali o matematiche sorprendenti. Ma anche noi abbiamo potenzialità nascoste?

Orlando Serrell, colpito alla testa con una palla da baseball, ha sviluppato la capacità di individuare il giorno della settimana relativo a qualsiasi data. Alonzo Clemons a tre anni cade e subisce un deficit cognitivo permanente che lo porta a sviluppare la capacità di scolpire animali con sorprendente abilità. Lachlan Connors, durante una partita, cade e batte violentemente il capo: in poco tempo è in grado di suonare 13 strumenti musicali senza ricevere alcun insegnamento e, a detta dei suoi genitori, non avendo mai mostrato di avere orecchio musicale. Sono gli “idioti sapienti”, quelle persone che dopo incidenti, traumi cerebrali o cadute hanno sviluppato talenti incredibili.

Si calcola che ne esistano una quarantina nel mondo. Uno di loro, lo statunitense Jason Padgett ha raccontato la sua esperienza in un libro uscito negli Usa con il titolo Struck by genius, “fulminato dal genio”. Il genio della matematica Nel 2002, dopo aver incassato una sequenza di pugni e calci in testa da un paio di sconosciuti fuori da un locale, Jason Padgett, un commerciante di Tacoma, Washington, si risveglia con una nuova visione del mondo; tutto gli appare dietro la lente della geometria: la panna versata nel caffè è una spirale, le foglie degli alberi disegnano teoremi di Pitagora, l’arcobaleno è una linea curva. L’uomo ha ricevuto in dono la sinestesia, la fusione tra due sensi che gli permette di percepire formule matematiche come figure geometriche. Padgett, che fino a quel momento non pensava che a gonfiare i muscoli in palestra, si mette a studiare matematica e fisica e scopre il disegno matematico: parte con la rappresentazione di un cerchio composto da triangoli sovrapposti e poi comincia a disegnare forme sempre più complesse chiamate frattali, all’interno delle quali si ripetono strutture sempre uguali. La natura produce diversi esempi di frattali: pensiamo all’abete, ogni ramo è approssimativamente simile all’intero albero e ogni rametto è a sua volta simile al proprio ramo, e così via. Ma che cosa è accaduto nel cervello di Padgett? Un gruppo di ricercatori guidati dal Berit Brogaard, filosofa specializzata in neuroscienze, ha scansionato il suo cervello con la risonanza magnetica funzionale e ha scoperto una notevole attività nell’emisfero sinistro dove risiedono le competenze matematiche, e nella corteccia parietale sinistra, dove si integrano le informazioni provenienti da diversi sensi. Per dimostrare che queste aree generavano nell’uomo la sinestesia, i ricercatori le hanno inibito la zona con la stimolazione magnetica transcranica, una tecnica in grado di “spegnere” i neuroni con un impulso magnetico, e hanno verificato che le capacità di Padgett scomparivano. In un altro studio Brogaard ha dimostrato che quando i neuroni muoiono, rilasciano sostanze chimiche che possono aumentare l’attività cerebrale nelle aree circostanti. L’aumento di attività di solito svanisce nel tempo, ma a volte si traduce in cambiamenti strutturali che possono generare modificazioni permanenti. A 12 anni dall’incidente, Jason Padgett ha mantenuto la capacità di disegnare frattali di incredibile complessità e bellezza. Quando una zona del cervello viene lesa, come probabilmente è accaduto a quest’uomo, le aree intorno si riorganizzano per cercare di sostituire la funzione mancante. L’indebolimento delle associazioni nervose nella zona colpita ha permesso a nuove informazioni di accedere e di fissarsi nel cervello.

Eccezione fortunata

Quello che è accaduto a Padgett è ovviamente un’eccezione fortunata. Un colpo in testa di solito crea solo danni: Se il nostro cervello fatica a fare certe cose quando è sano, è altamente improbabile che impari a svolgere compiti più complessi quando è danneggiato. Quello che può accadere dopo un trauma cranico è la disinibizione dei lobi prefrontali deputati al controllo delle nostre azioni: possono così emergere delle capacità latenti che però erano già presenti, anche se tenute a freno dai meccanismi di controllo. È quello che la gente tenta di fare con le droghe: disinibire i centri di controllo per ampliare le capacità percettive.

Togliere il freno ai neuroni

Il lobo frontale rappresenta un terzo del cervello e ci differenzia dagli altri esseri viventi perché ci rende capaci di esercitare un controllo sulle nostre azioni. L’esempio che può farci comprendere il ruolo dei lobi frontali è quello di Phineas Gage, un caposquadra che lavorava alla costruzione delle ferrovie degli Stati Uniti. Era un operaio modello, rispettato dagli altri operai e dai padroni. Nel 1848, dopo un’esplosione, una barra di ferro gli attraversò la fronte distruggendo la maggior parte dei suoi lobi frontali. Al risveglio dal coma era un altro uomo. Non soffriva di dolori, la sua intelligenza e il linguaggio erano intatti, ma il carattere era cambiato: alcolizzato, pigro, instabile, disorganizzato, esibizionista, irrispettoso nei confronti di qualsiasi gerarchia sociale, morì miseramente 12 anni dopo l’incidente. Il cranio riesumato qualche anno fa, è stato oggetto di numerosi studi per valutare l’ampiezza del danno. I neurologi hanno concluso che i lobi frontali trasformano il pensiero in atti che possiedono un senso e sono diretti al raggiungimento di uno scopo. In pratica, sono il centro della morale e frenano le nostre azioni insensate.

Dobbiamo studiare

Esistono nel cervello delle capacità nascoste che potremmo in qualche modo portare alla luce, come è accaduto all’americano che disegna frattali? In realtà, dopo il trauma si è messo a studiare fisica e matematica. Significa che ha riempito il “buco” provocato dal danno cerebrale con nuove informazioni. Non ha guadagnato capacità misteriose. Nessuno dopo un trauma si sveglia Einstein: deve studiare e inglobare le informazioni. Durante la giornata assorbiamo miliardi di dati che però filtriamo, altrimenti diventeremmo pazzi. Esiste una barriera che ci impedisce di vedere il mondo sotto forma di figure geometriche. Probabilmente, quell’uomo ha allentato quella barriera e ha permesso a nuove informazioni di accedere.

L’allenamento per la mente

Gli studi sugli “idioti sapienti” hanno lo scopo di capire meglio il funzionamento del cervello e trovare nuove terapie per l’ictus e per le malattie neurodegenerative come l’Alzheimer: Sono due le tecniche utilizzate per la riabilitazione dei malati: il movimento fisico che stimola la circolazione cerebrale e gli esercizi cognitivi, come le parole crociate e i problemi di matematica, che ricreano le connessioni perse.

Il cervello di Einstein sezionato in 240 parti

Com’è fatto il cervello di un genio? Lo hanno rivelato le ricerche effettuate sul cervello del padre della teoria della relatività, Albert Einstein (1879-1955), iniziate negli anni Cinquanta dal patologo Thomas Harvey che ha sezionato l’encefalo in 240 parti. Gli studi sui frammenti, proseguiti per oltre 50 anni, hanno rivelato che la genialità di Einstein era provocata da due fattori. Il primo era ricollegabile alla conformazione del cervello: un corpo calloso più spesso determinava un maggior numero di connessioni tra i due emisferi cerebrali, quindi, secondo gli scienziati dell’Università della California, un numero di cellule superiori alla norma e una potente sintonia tra il lato emotivo e quello pratico del cervello.

Anni dopo, gli studiosi dell’Università di Hamilton (Ontario) hanno notato un’estensione maggiore del 15 per cento rispetto alla norma dell’area associata alla visione e al ragionamento. Secondo fattore: la rete di trasmissione cerebrale era sempre esercitata e alimentata grazie ai molteplici interessi che il genio coltivava. Secondo gli ultimi studi sull’intelligenza, infatti, per determinare quanto una persona sia intelligente, è fondamentale una giusta combinazione tra genetica e ambiente. Un ambiente culturale vivace e ricco di stimoli è essenziale, ma per essere efficace sullo sviluppo dell’intelligenza deve essere percepito già nei primissimi anni di vita.

Usare la testa: enigmistica, concerti e letture

Non smettete di giocare (scacchi, carte, cruciverba, sudoku) e di impegnarvi in attività stimolanti come studiare una lingua straniera o imparare a suonare uno strumento: dalla musica, alla lettura, dalla risoluzione di giochi enigmistici al cinema, qualsiasi stimolo aumenta le connessioni tra i neuroni, rinforza quelle esistenti e ci protegge dalle malattie della vecchiaia. Diverse ricerche hanno dimostrato che le attività intellettive aumentano l’affiusso di sangue al cervello e favoriscono il rilascio di sostanze nutritive che possono rinforzare e aumentare in modo signi”cativo le connessioni nervose dell’ippocampo, il centro di smistamento della memoria. Lo ha dimostrato John Lucas, psicologo della clinica Mayo Jacksonville, in Florida: i pazienti con la sclerosi multipla che hanno avuto una vita attiva e ricca di stimoli si difendono meglio dalla perdita di memoria associata alla malattia. Da biopsie cerebrali post mortem, invece, si è scoperto che alcuni anziani avevano avuto l’Alzheimer senza manifestare alcun sintomo: il loro cervello tenuto sempre attivo si era costruito una “riserva” di neuroni, tanto che aveva tollerato la perdita di tessuto nervoso provocata dalla malattia senza che le capacità cognitive e di memorizzazione ne risentissero.

7 TRUCCHI per migliorare la memoria

Cammina all’aria aperta: secondo uno studio dell’Università del Michigan (Usa), il contatto con la natura aumenta del 20 per cento le capacità cognitive rispetto a uno stile di vita cittadino.

Parla da solo: ripetere ad alta voce aumenta le possibilità di ricordarsi liste, fatti e avvenimenti. Lo sostengono i ricercatori dell’Università del Wisconsin-Madison e dell’Università della Pennsylvania (Usa).

Muoviti: fare esercizio fisico, secondo lo studio pubblicato su Plos One, aumenta la capacità di ricordare testi e parole. Attenzione, però: per essere efficace deve essere svolto con bassa intensità.

Gesticola: in base allo studio pubblicato sul Journal of Cognitive Neuroscience, gli studenti che imparano una lezione e la ripetono gesticolando ricordano il doppio delle nozioni rispetto a chi non lo fa.

Stringi i pugni: neuroscienziati della Montclair State University (Canada) hanno scoperto che stringendo il pugno destro si favorisce la memorizzazione di vocaboli, mentre quello sinistro aiuta a riportarli alla mente.

Scarabocchia: secondo i ricercatori dell’Università di Plymouth (Inghilterra), scarabocchiare aumenta del 30 per cento le possibilità di memorizzare.

Odora rose: il profumo di questi fiori, secondo i ricercatori dell’Università di Lubecca, in particolare durante il sonno, aiuta a fissare nella memoria i ricordi in maniera più precisa.

BREVE STORIA DEL CERVELLO

Il Papiro di Edwin Smith, primo trattato di medicina e chirurgia, affronta per la prima volta diagnosi e sintomi relativi al cervello.

Per il filosofo Platone il cervello è la sede dell’intelligenza, Aristotele la colloca nel cuore.

Galeno di Pergamo, anatomista dell’antica Roma, afferma che il cervello è suddiviso in più parti e sostiene l’esistenza del cervelletto.

Il medico inglese Thomas Willis conia il termine neurologia e studia il circolo arterioso (che prenderà il suo nome).

Franz Joseph Gall getta le basi della frenologia, dottrina secondo cui ogni funzione della psiche è collegata a una specifica area del cervello.

Hans Berger, psichiatra austriaco, studia le onde cerebrali e inventa l’elettroencefalogramma.

Iniziano gli studi sulla neurogenesi, il processo che determina la formazione di nuove cellule nervose.

Si scoprono i neuroni specchio, quelli che si attivano guardando un’azione compiuta da altri.

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