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Richard Nixon: l’unico presidente che l’America ha costretto a dimettersi

by Lettere21

La pubblicazione di inedite registrazioni riapro il caso Watergate, il più grave scandalo politico che travolse gli Stati Uniti, e accuso ancora il suo discusso protagonista

Nella storia degli Stati Uniti, Richard Nixon è l’unico presidente a essersi dimesso e il suo operato rimane ancora oggi controverso: fu uno statista spregiudicato ma abile o semplicemente un imbroglione? Cronaca di uno scandalo L’evento che pose fine alla sua carriera fu il cosiddetto scandalo Watergate.

Il 17 giugno 1972 una guardia di sicurezza del Watergate Complex, un gruppo di uffici sede del Comitato Nazionale per la campagna elettorale del Partito Democratico, scoprì per caso una porta socchiusa e, insospettito, chiamò la polizia. Poco dopo gli agenti arrestarono cinque uomini, introdottisi abusivamente nei palazzi del Watergate, che stavano posizionando alcune microspie nelle stanze; i cinque si rivelarono collegati al Comitato del Partito Repubblicano per la rielezione del presidente e il sospetto che Nixon avesse ordinato l’intrusione o ne fosse a conoscenza iniziò a serpeggiare.

Nel 1974, dopo due anni di critiche serrate, Nixon si dimise ed evitò così di essere sottoposto al giudizio del Congresso.

Tremila ore di conversazioni

Gli studiosi Douglas Brinkley e Luke Nichter trascritto più di 3.000 ore di conversazioni registrate segretamente alla Casa Bianca tra il 1971 e il 1973 e le hanno pubblicate nel libro The Nixon Tapes (I nastri di Nixon). A ordinare di registrare tutto ciò che avveniva alla Casa Bianca era stato lo stesso Nixon, sospettoso e paranoico; il presidente, che faceva registrare a loro insaputa anche i più stretti collaboratori, voleva forse servirsene per ricattarli successivamente, ma ad uscirne malissimo è proprio lui. Dai nastri, infatti, emerge un lato oscuro di Nixon: volgare e arrogante, omofobo («Quelli [gli omosessuali] hanno un problema. Una volta che la società si muove in quella direzione, perde tutta la sua vitalità») e misogino («La gente tollera un uomo ubriaco o un uomo che dice parolacce. Ma una donna che dice parolacce è terribilmente disgustosa. E comunque nessuna ragazza intelligente dice parolacce»), ma soprattutto pronto a tutto pur di combattere il comunismo e dimostrare la potenza americana, anche a continuare il confiitto in Vietnam, sabotando i colloqui di pace e causando migliaia di morti. Il dato più incredibile, tuttavia, sta nel fatto che Nixon fu costretto a dimettersi proprio a causa di questi nastri; durante un’udienza al processo per il caso Watergate, un suo collaboratore rivelò la presenza di microspie in tutta la Casa Bianca e, dopo un lungo tira e molla, i giudici obbligarono il presidente a consegnare i nastri. Da qui emerse la sua complicità nelle operazioni di spionaggio al Watergate Complex e il presidente più sospettoso fu tradito proprio dalle sue stesse manie.

Una vita in bilico tra difficoltà e furbizia

Richard Nixon nasce il 9 gennaio 1913 a Yorba Linda (California), in una famiglia di religione quacchera, proprietaria di un negozio di alimentari. Secondo di quattro fratelli maschi, per anni e anni si alza all’alba per aiutare in negozio prima di andare a scuola, dove si distingue per i voti brillanti. Frequenta l’università grazie a una borsa di studio e nel 1937 si laurea in legge; trova lavoro come avvocato in uno studio legale californiano e nel 1940 si sposa. Nella Seconda guerra mondiale, lavora in Marina con compiti amministrativi e alla fine del conflitto è congedato con il grado di tenente comandante; a questo punto viene avvicinato dal Partito Repubblicano, di cui è sempre stato sostenitore. Candidato alla Camera nel 1946, vince le elezioni grazie alle sue posizioni anticomuniste. A Washington la sua carriera è inarrestabile: nel 1950 è senatore, nel 1952 è vicepresidente e nel 1960 è candidato alla presidenza. Il suo oppositore, però, è il democratico John Fitzgerald Kennedy e Nixon è sconfitto. Due anni dopo, un’altra sconfitta (questa volta alle elezioni per il ruolo di governatore della California) sembra chiudere la sua carriera politica; irritato con la stampa, ritenuta responsabile del suo insuccesso, Nixon esce di scena: «D’ora in poi non avrete più un Richard Nixon da prendere a calci, questa sarà la mia ultima conferenza stampa». Il ritiro dura poco: nel 1968 è di nuovo candidato alla presidenza contro Lyndon Johnson, succeduto a Kennedy dopo il suo assassinio. Approfittando della confusione interna al Partito Democratico (anche Robert Kennedy, fratello di John, candidato democratico alle primarie, viene ucciso) e promettendo un’uscita onorevole dalla guerra in Vietnam, vince le elezioni. La sua presidenza, definita “imperiale” per il suo strapotere, si caratterizza per la conclusione del conflitto vietnamita nel 1973, l’apertura alla Cina di Mao, la lotta al comunismo in America Latina, la fine della parità oro-dollaro e lo sbarco sulla Luna nel 1969. Nel 1972 si ricandida e conquista il secondo mandato; il Washington Post pubblica però articoli critici in cui gli chiede di chiarire il proprio ruolo nel caso Watergate. Quando viene pubblicata una registrazione inequivocabile, è costretto alle dimissioni. Con un celebre discorso alla nazione («Lasciare il mio incarico prima della fine del mandato mi ripugna, ma come presidente devo mettere davanti a tutto gli interessi del Paese») l’8 agosto 1974 Nixon annuncia le sue dimissioni e si ritira. Perdonato ufficialmente pochi mesi dopo dal suo successore, Gerald Ford, e dagli americani nel corso degli anni successivi, muore nel 1994 per un ictus.

– Benjamin Bradlee, il grande accusatore

Il 21 ottobre 2014 è morto l’ultimo dei protagonisti dello scandalo: Benjamin Bradlee che nel 1974 era il direttore del Washington Post, il quotidiano che mise al corrente gli americani del Watergate. Bradlee, il cui motto era “La verità prima di tutto”, guidò l’inchiesta di Carl Bernstein e Bob Woodward, difendendoli dalle accuse di Nixon. Era l’unico a conoscere l’identità dell’informatore dei due giornalisti; noto con il nome in codice “Gola profonda”, era il vicedirettore del Fbi Mark Felt (la notizia è stata resa nota dallo stesso Felt nel 2005).

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