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Senza le API i mercati cambierebbero così

by Lettere21

Da qualche anno le api stanno morendo in tutto il mondo. Ma senza questi insetti impollinatori oltre il 52 per cento di frutta e verdura sparirebbe dagli scaffali dei negozi. Insieme a yogurt, latte, miele e formaggi. Ecco che cosa si può fare

Niente mele, niente pere, niente albicocche. Ma nemmeno meloni, frutti di bosco, pesche, cipolle, cavoli, carote e molti altri ortaggi. Senza le api oltre il 52 per cento dei prodotti ortofrutticoli sparirebbe dagli scaffali dei supermercati e con essi anche yogurt, latte e formaggi perché non ci sarebbe sufficiente foraggio per il bestiame. Così come non avremmo più né olio, né cioccolato e persino niente cotone dal momento che le piante da cui si ricavano questi prodotti non sarebbero più in grado di riprodursi.

Le api sono i principali impollinatori del regno vegetale: trasportano il polline da fiore in fiore permettendone la fecondazione e quindi lo sviluppo dei semi e dei frutti. Senza api l’intera filiera alimentare rischierebbe il collasso. Secondo alcune stime addirittura il 70 per cento delle colture esistenti a livello mondiale sarebbe cancellato. Negli Stati Uniti è stato calcolato che le api contribuiscono per oltre 24 miliardi di dollari l’anno all’economia nazionale.

A livello mondiale si ritiene che il lavoro degli insetti impollinatori nella produzione agricola valga annualmente 265 miliardi di euro. In Italia il costo del crollo dell’impollinazione operata dagli insetti negli ultimi anni è di 250 milioni di euro. Mentre è ancora più difficile quantificare i danni sulla vegetazione selvatica e gli effetti sugli ecosistemi. Perciò la moria che ormai da qualche anno colpisce questi insetti in tutto il mondo rappresenta un dramma non solo economico ma anche sociale. Soprattutto in previsione dell’enorme richiesta di cibo necessaria a sfamare i 9 miliardi di persone che nel 2040 popoleranno la Terra.

Come faremo a nutrirci se oltre ai rifornimenti di carne e pesce già insostenibili anche la produzione agricola risultasse insufficiente? Questa domanda ha spinto soprattutto Stati Uniti e Comunità europea a studiare il fenomeno.

Alveari senza più api

Gli esperti l’hanno chiamata Colony collapse disorder (sindrome dello spopolamento degli alveari), una sciagura che in poche ore è capace di svuotare completamente un alveare, dove vivono 40-50mila individui. I primi casi sono stati individuati negli Stati Uniti nel 2007, quando morì oltre il 30 per cento delle api domestiche impiegate soprattutto per l’impollinazione dei frutteti. Dati alla mano la Usda-nass, il servizio americano di censimento agricolo, ha contato che la popolazione statunitense di ape domestica è passata dai 4,5 milioni di esemplari presenti nel 1945 ai 2 milioni del 2007.

L’Efsa, l’autorità europea di sicurezza alimentare, ha confermato «i gravi rischi legati all’uso di tre pesticidi neonicotinoidi su diverse importanti colture presenti nell’Ue». Queste sostanze sono attualmente al bando in Europa. Ma la colpa non è solo da imputare ai pesticidi. Ci sono altri fattori che minacciano gli alveari ed è solo grazie agli sforzi degli apicoltori se la situazione non precipita.

Ma fino a quando resisteranno? Ciascuno di noi può aiutare a salvare le api: evitando l’uso di pesticidi e piantando più fiori, ma soprattutto spingendo le istituzioni che decidono di intervenire seriamente. Servono risorse, ingenti investimenti e soprattutto una condivisione di intenti a livello globale per sostenere ricerche avanzate che diano all’agricoltura moderna una nuova rotta che rispetti l’ambiente e soddisfi i fabbisogni dell’umanità. Perché, se le api sono ben nutrite e stanno bene, di riflesso lo saremo anche noi, dal momento che potremo godere di frutta e vegetali ben impollinati.

Il loro veleno è studiato in medicina anche contro l’Aids

I ricercatori della Scuola di medicina dell’Università di Washington, St. Louis, stanno cercando di mettere a punto farmaci nella lotta contro l’Aids a base di melittina, la principale tossina del veleno delle api. Mentre i farmaci tradizionali agiscono sulla replicazione del virus Hiv senza però riuscire a eliminarlo, la melittina è in grado di perforare il resistentissimo involucro del virus distruggendolo. Il veleno delle api è studiato anche per cura di affezioni reumatiche, osteo-articolari e neurologiche.

In Cina si impollina a mano

Muniti di una sorta di pennellino intriso di polline, gli uominiape devono fecondare a mano tutti i fiori delle piante da frutta in appena due settimane prima che i fiori appassiscano. Nel Sichuan, nel sud-est della Cina, ma anche nelle regioni del nord dove si coltivano mele e pere, non ci sono più api: si stima un crollo del 95 per cento dagli anni Novanta. A loro posto un esercito di braccianti è arruolato nel vano tentativo di eguagliare il lavoro di uno sciame: fino a 200 alberi da frutta impollinati in un giorno contro i venti alberi che un bracciante esperto riesce a “spennellare” lavorando 10 ore di fila. La richiesta è fortissima e la paga degli uomini-ape è raddoppiata negli ultimi tre anni da sette sino a 15 euro all’ora. I costi per gli agricoltori, però, diventano insostenibili e in molti svendono i campi coltivati.

Così si vive in un alveare: tutti lavorano sotto la guida dell’ape regina

Le api sono insetti sociali e come tali vivono in colonie formate sino a 100mila individui. L’entomologa Marla Spivak sostiene che le colonie siano dei “super organismi”, dove ogni azione del singolo contribuisce al bene della comunità. Ecco come sono organizzate.

APE REGINA: 1) ha il compito di riprodurre la colonia. Vive in media 4-5 anni. Dopo tre settimane di vita è pronta per compiere il volo nuzionale: esce dall’alveare e si accoppia con più fuchi 2) di altri alveari, i soli maschi della colonia che dopo l’accoppiamento muoiono. 3) L’ape regina depone milioni di uova che si trasformano in larve. In un anno garantisce che l’alveare si rinnovi completamente anche fino a sette volte.

4) Nutrice: nei primi 3-4 giorni di vita l’operaia è una nutrice che accudisce le uova e alimenta le larve.

5) Costruttrice: fino ai 10 giorni di vita si dedica alla costruzione di celle di cera per larve e prepara il nutrimento per le larve.

6) Soldato: dai 10 ai 20 giorni di vita l’ape soldato si deve occupare di difendere e mantenere costante la temperatura all’interno dell’alveare. Con il frenetico battito delle ali riscalda l’aria in inverno o la rinfresca in estate.

7) Bottinatrice: a 4-5 settimane di vita raccoglie il nettare da fiore in fiore. Inoltre ha il compito di iniziare la produzione del miele che poi sarà portata avanti dalle api più giovani. Prima di morire, l’ape si allontana dall’alveare per non contaminare la colonia.

5 cause che mettono a rischio la sopravvivenza delle api

I ricercatori ritengono che la “Colony collapse disorder”, la sindrome dello spopolamento degli alveari che sta decimando le api domestiche in tutto il mondo, sia provocata da un insieme di fattori. Ecco le principali cause:

1 Non ci sono più fiori di campo. Negli anni è andata riducendosi la presenza di terreni incolti in cui crescono i cosiddetti fiori di campo, fonte importantissima (e molto varia) di nutrimento per gli insetti impollinatori. Oggi si coltiva in modo intensivo e non si pratica più la tecnica del sovescio, in cui tra un raccolto e l’altro il campo viene fatto riposare e vi si fanno crescere piante selvatiche (le “cover crops”) che rendono la terra più fertile. Attualmente è più redditizio usare fertilizzanti di sintesi.

2 Epidemie parassitarie. Gli studi hanno identificato alcune epidemie batteriche e parassitarie che colpiscono le api. In particolare molti alveari in più parti del mondo sono attaccati dalla Vorrea destructor, un parassita simile a una zecca (nella foto) che si attacca al corpo dell’ape per succhiarne il sangue contagiandola con virus letali. Non è la sola malattia, purtroppo: oggi si registrano anche epidemie batteriche che decimano gli alveari.

3 Avvelenate dai pesticidi. Le api, come gli altri impollinatori, subiscono l’effetto tossico dei pesticidi. Ogni carico di polline di un’ape contiene almeno 6 differenti molecole dei principali insetticidi. Piretrioidi, organofosfati, carbamati, organoclorine, funghicidi, erbicidi e soprattutto i neonicotinoidi. Questi ultimi costano poco e rendono molto, ragioni che ne hanno favorito una massiccia diffusione in tutto il mondo. I neonicotinoidi sono insetticidi sistemici che si concentrano nella linfa delle piante. Spesso i semi sono trattati prima della semina. In dosi elevate causano la morte dell’ape. In dosi minori producono uno stato di intossicazione che stordisce l’ape e le impedisce di trovare la strada di casa, lasciando gli alveari deserti.

4 Sempre più monoculture. Negli Stati di tutto il mondo ci sono ormai intere regioni coltivate con una sola specie di pianta: monoculture di colza, di soia, di mais, di girasole… tutte piante perlopiù impiegate per la produzione di biocombustibili anche perché più resistenti alle malattie rispetto ad altre colture. Costrette a nutrirsi sempre con lo stesso tipo di polline, le api finiscono per ammalarsi. Un alimento di scarso valore nutritivo indebolisce il loro sistema immunitario, rendendole più vulnerabili alle malattie. Il propoli che producono, un antibatterico naturale con cui alimentano le larve, sembra perdere di efficacia.

5 Poca variabilità genetica. L’ape domestica usata in apicoltura appartiene alla specie Apis mellifera, di origine europea e allevata dall’uomo da duemila anni. L’utilizzo di un numero esiguo di ceppi per ottenere stirpi di api regine avrebbe ridotto negli anni la variabilità genetica negli alveari. Il che rende la specie più debole e vulnerabile alle malattie e ai cambiamenti ambientali.

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