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Siamo più feroci delle tigri

by Lettere21

Entro pochi anni non ci saranno più tigri né orsi bianchi né oranghi e la responsabilità è solo di noi uomini che abbiamo fagocitato il loro habitat. Si possono ancora salvare queste affascinanti creature? Sì, ma il mondo si divide tra favorevoli e scettici, visto quanto costa

300 miliardi di dollari spesi ogni anno per salvare la biodiversità. Questa è la stima effettuata dagli esperti della Convention of biological diversity (Cbd), il consiglio delle Nazioni Unite che a cominciare dalla Convenzione di Rio del 1992 si occupa di siglare gli impegni globali per la tutela ambientale. Una bella cifra, che solleva non poche perplessità. Come nel caso della tigre, una delle creature più affascinanti del Pianeta, che molti ricercatori ormai danno per spacciata. Per cercare di raddoppiare il numero di esemplari in natura (circa 3.500 contro i 5.000 presenti negli zoo) si devono spendere 350 milioni di dollari all’anno.

Uno sforzo economico che potrebbe essere ricompensato dai bene!ci ambientali e dal turismo legato all’istituzione di parchi protetti, dove oltre alla tigre ci sarebbero anche altre specie minacciate. Ma non tutti la pensano così. Per alcuni si tratta di un investimento inutile, proprio perché la devastazione dell’habitat in cui la tigre vive è ormai irreversibile. Anthony Barnosky, professore all’Università di Berkeley, in California, esperto di biodiversità, sottolinea come gli effetti dei cambiamenti climatici (dovuti all’inquinamento, allo sfruttamento delle risorse, all’acidi!cazione e surriscaldamento globale) alimentano a ritmi frenetici quella che lui de!nisce “la sesta estinzione di massa”. D’altra parte, se già nel 2050 la popolazione umana s!orerà i 9 miliardi di persone, come sarà possibile sperare che rimanga spazio suf!ciente per tigri, rinoceronti, orsi e molti grandi animali? Gli esperti pensano che fra 30 anni in natura non ci saranno più gorilla, scimpanzé e orango. Già nel 2020 non esisteranno più elefanti in Africa, massacrati per il prezioso avorio al ritmo di 70 al giorno. Si presume che nel 2070 non ci saranno più nemmeno i coralli, con scenari apocalittici per la sopravvivenza delle barriere coralline e per la salute del mare, da cui noi stessi dipendiamo.

Restano 5 anni per salvarla

La morte annunciata della tigre ci pone quindi tutti davanti alla realtà di un mondo privo di quelle creature che abbiamo amato !n dall’infanzia. Certo, qualcuno dirà che comunque non ne sentiremo la mancanza poiché la maggior parte di noi non si è mai trovata in una foresta tropicale a faccia a faccia con una tigre: e questo, viste le pulsioni predatorie del felino più grande del mondo (!no a 250 kg per 1,10 m di altezza e 2-3 m di lunghezza), è anche auspicabile. Però l’idea che questo gattone non circoli più in libertà mette disagio. Tra i nuovi obiettivi per la tutela della biodiversità !ssati in Giappone nel 2010 dall’Assemblea delle Nazioni Unite, i noti Aichi target della Cbd, vi è anche la volontà di prevenire l’estinzione delle specie minacciate (circa 11.404 classi !cate dalla Iucn, Unione internazionale per la conservazione delle natura) e di migliorare e sostenere il loro stato di conservazione, soprattutto per quelle in forte declino.

Ma al di là degli impegni politici ed economici, vi è anche qualcosa che ha a che fare con la libertà e il rispetto di tutti gli esseri viventi. È una questione di coscienza individuale che, come dichiarato alla Bbc anche dallo stesso Anthony Barnosky, ci «impone un imperativo morale ed etico», che si unisce al desiderio di «non voler appartenere alla generazione che ha sterminato le tigri». In fondo, la consapevolezza di abitare in un mondo popolato anche di tigri, elefanti, rinoceronti, leopardi, orsi bianchi ci dovrebbe rendere tutti più felici.

ECCO I DIECI ANIMALI PIÙ MINACCIATI

Ci sono più tigri negli zoo che in libertà. Se nei parchi zoologici sopravvivono 5.000 esemplari, in libertà ne rimangono a mala pena 3.500, di cui meno di 400 sono tigri siberiane. In vent’anni, oltre il 40 per cento del suo habitat è stato fagocitato dall’espansione dell’uomo; questo ha ridotto enormemente i territori di caccia del predatore. A ciò si aggiunge che la caccia alla tigre è diventata il lussuosissimo passatempo dei nuovi ricchi asiatici, disposti a pagare !no a 20mila dollari pur di averla in trofeo. Dif!cile pensare che possa sopravvivere !no alla !ne del secolo.

Ve ne sono circa 25mila. L’orso polare in 45 anni ha subito un forte declino a causa dell’inquinamento, della caccia dell’uomo e della riduzione di prede. Oggi è ridotto a cercare da mangiare nelle discariche delle città più settentrionali del Canada. Per gli scienziati a minacciare l’esistenza di questo gigante bianco (3 metri per 6 quintali) è soprattutto il cambiamento climatico. L’Intergovernmental panel on climate change prevede che a causa del surriscaldamento del Pianeta, tra 100 anni i ghiacci del Polo Nord scompariranno d’estate e per l’orso polare non ci sarà più nulla da fare.

È stato per secoli il temutissimo predatore delle foreste del Nordamerica, dal Texas alla Florida sino allo stato di New York. Nel 1980 è stato dichiarato estinto in natura e solo qualche anno fa, dopo un progetto di riproduzione controllata, è stato reintrodotto nelle foreste della Carolina del Nord, dove un centinaio d’esemplari sembrano essersi ambientati con successo. Ma la progressiva distruzione dell’habitat, la forte riduzione delle prede e l’opposizione di allevatori e cacciatori ne mettono a rischio la sopravvivenza.

Appena 300-350 esemplari vivono nelle fredde acque dell’Oceano Atlantico settentrionale. Vent’anni fa, si riteneva che solo una settantina di femmine fosse in grado di riprodursi, avendo raggiunto la maturità sessuale, intorno ai 40 anni. Proprio a causa dei lunghi tempi riproduttivi, si è molto pessimisti sulla reale capacità di sopravvivenza della specie, costantemente minacciata dalla caccia e dall’impoverimento dei mari, sempre più soggetti alla pesca intensiva. Infatti, nonostante la caccia alle balene sia osteggiata dalla maggior parte dell’opinione pubblica e nonostante le diverse leggi internazionali che ne limitano la pratica, questi placidi animali (16 metri per 60 tonnellate, quanto un Tir) sono fortemente minacciati.

Forse è già estinto, dal momento che l’ultimo esemplare avvistato nel suo ambiente naturale risale al 1989. A nulla sono !nora servite le ricerche nella foresta tropicale orientale del Costa Rica e per questa ragione nel 2004 l’Unione internazionale della conservazione della natura (Iucn) lo ha inserito nella lista delle specie estinte in natura. Rane e rospi, e più in generale gli an!bi, sono i più minacciati in assoluto tanto che il 41% di essi è considerato fortemente a rischio. Per i ricercatori la colpa è del surriscaldamento globale che provoca l’evaporazione dell’acqua e la riduzione degli ambienti umidi, indispensabili alla sopravvivenza di questi delicati animali.

Nonostante sia sulla Terra da 450 milioni di anni è ormai dato per spacciato. A nulla infatti gli è servito essere il predatore più temibile in assoluto, una vera macchina da caccia ai vertici della catena alimentare di oltre due terzi del Pianeta. Secondo la Iucn, l’Unione internazionale per la conservazione della natura, squali e razze sarebbero i vertebrati con il più alto rischio di estinzione, tanto che negli ultimi decenni per alcune specie si è registrato un declino pari al 90%. Ogni anno oltre 100 milioni di squali sono uccisi a scopi commerciali e dalla pesca sportiva. Moltissime specie, tra cui lo squalo martello (nella foto), sono cacciate per via della pinna dorsale, ritenuta una vera prelibatezza alimentare nei Paesi asiatici, che si cerca di dissuadere anche con il divieto di commercio del 2013.

All’uomo della foresta, così com’è chiamato dai malesi, rimangono poco più di trent’anni. Sebbene sia una delle creature più paci!che del Pianeta, l’orango a breve scomparirà in natura. Sull’Isola di Sumatra ne rimangono solo 7.500 esemplari e per gli esperti sono troppo pochi per fronteggiare la frenetica devastazione dell’habitat e i lunghissimi tempi di riproduzione. L’orango, infatti, può riprodursi solo dopo gli 8 anni di vita e la femmina dedica 3-4 anni alla cura esclusiva di un cucciolo. Tempi troppo lunghi per mantenere il tasso di natalità alto a suffucienza per garantire la sopravvivenza in un ambiente così minacciato dall’uomo.

Quando i nostri nonni erano bambini, i rinoceronti in Africa erano più del 90 per cento di quelli d’oggi. Il censimento dell’Unione internazionale per la conservazione della natura parla chiaro: in tre generazioni è stato portato a un passo dall’estinzione, vittima del suo stesso corno, un trofeo che al mercato nero nel dieci anni fa valeva 95mila dollari al chilo, più dell’oro e della cocaina. Pensate quanto dovrebbe costarti oggi. Gli asiatici lo usano sia nella medicina orientale sia nell’artigianato di lusso. Del rinoceronte nero, la specie più a rischio, sopravvivono 5mila esemplari. Del rinoceronte bianco, tutelato da parchi e riserve, ne rimangono meno di 20mila. Ma il ritmo della caccia (3 al giorno per il Wwf) è insostenibile.

È considerato uno degli uccelli più a rischio. Negli anni 70 ve n’erano poche decine di esemplari e solo dopo grandi sforzi si è riusciti a far risalire il loro numero agli attuali 170. È un grande avvoltoio, con un’apertura alare che s!ora i tre metri. I nativi americani lo consideravano sacro, mentre l’uomo bianco l’ha ridotto al declino pensandolo erroneamente un predatore. In realtà, come gli avvoltoi e i grifoni, è uno “spazzino” che si nutre di carogne.

Dal 1996 è stata inserita tra le specie a rischio critico (critically endangered) della Red list dell’Iucn, la Lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura. La sua velocità di crescita è infatti troppo lenta per sostenere il tasso di natalità. Riesce a riprodursi solo dopo i trent’anni ed è ormai minacciata da inquinamento, pesca intensiva, caccia e occupazione delle spiagge in cui depone le uova. Nelle ultime tre generazioni la popolazione è diminuita di oltre l’80 per cento e nonostante sia severamente vietato catturare, comprare o vendere questo animale o parti di esso, è dif!cile pensare che possa sopravvivere altri 30-40 anni.

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