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Stiamo divorando il pianeta (Parte 1)

by Lettere21

Le nostre attività lasciano un’impronta sull’ambiente. Oggi consumiamo l’equivalente di quasi due Terre. Perché? E soprattutto: per quanto ancora?

INDEX

Prima Parte – Stiamo divorando il pianeta
Seconda Parte – Come ridurre il nostro impatto ambientale

Ben fa l’impiegato e guadagna 1.400 euro al mese. Va al ristorante quasi tutte le sere. Cambia spesso telefonino e vestiti. Ogni weekend fa una gita fuori porta. Quando arriva a fine mese, ha speso 2.500 euro. Paul aveva iniziato a vivere così nel 1970, limitandosi a qualche aperitivo e pizza con gli amici, e col passare del tempo ha aggiunto abitudini sempre nuove. E per mantenere il suo stile di vita, ha iniziato a farsi prestare i soldi dalla banca. Oggi il suo debito ha superato i 302mila euro: difficile immaginare come riuscirà a ripagarlo.

Ma se la sua storia vi fa indignare, trattenetevi. Perché Paul siamo tutti noi. Il suo comportamento infatti, rappresenta – nelle esatte proporzioni – l’uso che stiamo facendo del nostro Pianeta: sfruttiamo le sue risorse per oltre l’80% delle sue possibilità di rigenerarsi. Nel 2019, si calcola, abbiamo usato l’equivalente di 1,75 Terre. Come Paul, viviamo al di sopra delle nostre possibilità. Anzi, di quelle del nostro Pianeta. E non dall’anno scorso: negli ultimi 50 anni, infatti, abbiamo già accumulato un debito ecologico superiore a 18 anni di vita planetaria: abbiamo già consumato la produzione di beni (acqua, terra, piante, minerali, aria) che la Terra impiega 18 anni a creare nuovamente.

IL MONDO COME FATTORIA

Insomma, il nostro conto corrente biologico è in rosso. Lo mostra l’impronta ecologica, un complesso sistema di calcolo che considera il mondo come se fosse un’enorme fattoria. Misurando le entrate (cioè la capacità del Pianeta di generare i beni che ci occorrono) e le uscite, ovvero i nostri consumi e l’impatto sull’ambiente, misurato in ettari di terreno biologicamente produttivo. In altre parole, l’impronta ecologica calcola – consultando i database dell’Onu dal 1961, Paese per Paese – quant’è profonda la traccia che lasciamo con le nostre attività: da consumo di energia alle emissioni inquinanti, dall’uso di minerali e terreni agricoli alla produzione di rifiuti e così via.

Il risultato è inquietante: «Stiamo andando verso la bancarotta ecologica», afferma lo svizzero Mathis Wackernagel che nel 1994 creò il conteggio dell’impronta come tesi di dottorato con l’ecologo canadese William Rees all’Università della British Columbia. I sintomi sono evidenti: se in un anno il “giorno del sovrasfruttamento ecologico” (overshoot day), cioè quello in cui il mondo ha consumato le risorse che la Terra impiega un anno a ricostruire, cade il 22 agosto, con 4 mesi e 9 giorni d’anticipo sulla scadenza naturale di fine anno. E dobbiamo ringraziare – per così dire – il Covid che ha rallentato i consumi.

«Come con il nostro conto corrente, possiamo andare in rosso per un po’; ma intanto ci indebitiamo. Il nostro banchiere è la Terra: quando smetterà di darci credito? E soprattutto: cosa possiamo fare per sanare i conti con la natura?», si chiede Wackernagel nel suo libro, Impronta ecologica.

CONSUMATORI D’ENERGIA

Per risanare i conti con la natura, dobbiamo capire come siamo arrivati fin qui. Per millenni l’uomo aveva ricavato energia bruciando il legno degli alberi. Ma poi è arrivato il petrolio, che si è formato soprattutto nell’era mesozoica (da 252 a 66 milioni di anni fa) quando alghe e piante che vivevano in mari poco profondi sprofondarono nei fondali marini. Lo stesso vale per il carbone, formatosi da sedimenti vegetali sulla terraferma.

Così negli ultimi 70 anni, abbiamo consumato più energia che negli 11.700 anni precedenti, bruciando combustibili fossili. Grazie a loro, l’uomo ha avuto a disposizione molta più energia per le industrie, l’agricoltura, la casa. La popolazione è cresciuta senza sosta, si sono estratte molte più risorse naturali, uomini e merci hanno viaggiato in tutto il Pianeta, si è prodotto molto più cibo. Ma, a proposito di cibo, nessun pasto è gratis, come dice il proverbio. Mentre, per ricrescere, gli alberi hanno bisogno in media di 50 anni, occorrono milioni di anni (a pressione e a temperature elevate) perché si formino petrolio e carbone: ecco perché il loro uso è poco sostenibile per l’ambiente.

Anche perché – ed è questo l’altro aspetto critico – quando bruciano emettono molta più CO2, il principale gas serra che sta scaldando il Pianeta. E quando la CO2 entra in atmosfera, vi resta a lungo: il 40% per un secolo, il 20% per mille anni, il 10% per 10mila anni. Le emissioni prodotte dalle attività umane (energia, industria, agricoltura, traffico) condizionano il clima in cui vivranno i nostri figli e le successive 400 generazioni.

LA TERRA? NON È INESAURIBILE

Gli effetti si vedono già. Quasi il 60% dell’impronta, infatti, è dovuto proprio alle emissioni di carbonio, seguite – a larga distanza – dai terreni coltivati (20%). Abbiamo trasformato i ¾ delle terre emerse e impattato due terzi degli ecosistemi marini. Abbiamo modificato i cicli dell’acqua, del carbonio, dell’azoto e del fosforo. E abbiamo prodotto quantità elevate di sostanze chimiche che non sono metabolizzabili dai sistemi naturali (pensiamo all’invasione delle plastiche). Stiamo modificando l’evoluzione della vita sul Pianeta, il clima e anche l’ecologia dei virus, come ha mostrato il Covid-19. Se non cambiamo presto rotta, la nostra stessa civiltà è a rischio. Andando avanti a questi ritmi, nel 2050 l’umanità potrebbe consumare 3 volte la capacità ecologica del Pianeta, 3 Terre: Questo è evidentemente assurdo e, con ogni probabilità, fisicamente impossibile.

Che fare? Prima delle soluzioni concrete (che ci sono e raccontiamo nel prossimo articolo) occorre innanzitutto un cambio di cultura. Il Forum economico mondiale valuta ogni anno la competitività dei Paesi del mondo, ma nessuno dei 103 indicatori prescelti per valutare la loro capacità di generare ricchezza economica tiene conto delle risorse naturali o dell’ambiente.

È proprio questo il punto. Per millenni abbiamo pensato che la Terra fosse inesauribile e che potessimo sfruttarla senza limiti. I governi, le industrie, i singoli, tutti quanti ci siamo comportati come l’immaginario Paul citato all’inizio di questo articolo. Prenderne coscienza è il primo passo.

VERSO UN’ECONOMIA… ECOLOGICA

«Icombustibili fossili», ha detto tempo fa Bill Gates sul suo blog, «sono artificialmente economici. Non tengono conto dei danni che infliggono rendendo il Pianeta più caldo». Dunque, bisogna ripensare l’economia tenendo conto anche dell’ambiente: del resto, economia ed ecologia si assomigliano perché hanno la stessa identica radice greca, oikos: la casa. Dobbiamo curare la contabilità della nostra casa. L’economia deve fare i conti con l’ecologia.

E una lezione ce l’ha data proprio il Covid. Durante la pandemia, nei primi 6 mesi di quest’anno, abbiamo emesso quasi il 9% di CO2 in meno rispetto al 2019. Un calo senza precedenti, maggiore rispetto alla crisi finanziaria del 2008, alla crisi petrolifera del 1979 e persino alla Seconda guerra mondiale. Ma c’è poco da rallegrarsi, perché questo calo ha causato enormi sofferenze economiche. Questa dura esperienza ci ha fatto sperimentare che siamo tutti connessi: abbiamo una sola biologia e i nostri destini sono intrecciati. Dipendiamo gli uni dagli altri: proteggere noi stessi serve a proteggere anche gli altri. E lo stesso vale per i cambiamenti climatici. Ecco perché ogni cittadino, sindaco, ministro, amministratore delegato deve impegnarsi per ridurre la propria impronta.

Continua >>>

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1 comment

Come ridurre il nostro impatto ambientale | Lettere21 24/03/2024 - 17:09

[…] è il nostro tallone di Achille Friedrich Engels, il capitalista comunista Stiamo divorando il pianeta Golden Retriever, il nostro amico coperto d’oro! Tarzan c’è ancora, la […]

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