Sulle tracce di una visione: La pantera delle nevi

Seguendo il fotografo Vincent Munier in Tibet alla ricerca del leopardo delle nevi, Sylvain Tesson impara il valore dell’attesa e la responsabilità che tutti noi abbiamo di “amare il mondo prima di avere la pretesa di trasformarlo”: il suo racconto in un documentario e un libro imperdibili

«Avevo visto la pantera, avevo rubato il fuoco. Portavo in me il tizzone ardente». Un’affermazione, quella pronunciata dallo scrittore e avventuriero Sylvain Tesson nel documentario che ripercorre il viaggio compiuto in Tibet con il fotografo naturalista Vincent Munier sulle tracce del leopardo delle nevi, che sembra fare una concessione alla vanità, allo spirito prometeico, alla sete di conoscenza di ulissiana memoria.

E che sembra in contrasto con tutto ciò che l’arte dell’appostamento – di cui Munier ha fatto uno stile di vita – rappresenta: un esercizio estremo di pazienza, “virtù suprema, la più elegante, la più dimenticata”, una scommessa. Perché nulla garantisce che l’animale cui si è fatto la posta per giorni, immobili, al freddo, in silenzio, alla fine si concederà allo sguardo.

In Tibet: Lo “spirito della montagna”

Come ha commentato all’anteprima milanese del documentario La pantera delle nevi lo scrittore Paolo Cognetti, che ha doppiato la versione italiana, in tutto il film e nel libro da cui è tratto è ben evidente il conflitto interiore che, in Tesson, oppone l’Illuminismo al Buddismo. Da una parte, il desiderio tipicamente occidentale di conoscere, misurare, regolare il mondo che ci circonda, per poterlo in qualche modo controllare e possedere. Dall’altra, l’idea propria della cultura buddista che sia giusto, e bello, che qualcosa ci sfugga… Eppure, Tesson la pantera delle nevi, “spirito della montagna sceso a visitare la Terra”, voleva vederla. Ed eccolo, allora, accettare l’invito di Vincent Munier a seguirlo in Tibet, nell’altopiano del Qiangtang, alla ricerca di questa creatura quasi leggendaria, in compagnia della regista franco-svizzera Marie Amiguet e dell’aiutante di campo e “filosofo” Léo-Pol Jacquot.

Un ciclo perpetuo: Celebrare la bellezza

A 5.000 metri di quota, con temperature che rimangono costantemente ben sotto lo zero, lo scrittore impara a leggere il terreno, a seguire le tracce degli animali, le orme degli erbivori e dei carnivori sul terreno, i voli degli uccelli nel cielo. Impara che la vita e la morte, sugli altopiani tibetani, scorrono in un ciclo perpetuo.

Che gli animali, in questo luogo apparentemente inospitale, resistono al tentativo dell’uomo di occupare tutto lo spazio disponibile sul pianeta.

Soprattutto, scopre che “la posta”, l’osservazione paziente degli animali, è “la reverenza dell’uomo per ciò che è dato” e che nostro compito è innanzitutto celebrare la bellezza. Munier lo ha capito da tempo. Nei suoi libri, scrive Tesson, “i lupi sembravano fluttuare nel vuoto artico, le gru giapponesi intrecciavano le loro danze e degli orsi leggeri come fiocchi di neve sparivano dietro nuvole di vapore.

Nessuna tartaruga soffocata dalle buste di plastica; niente altro che gli animali nella loro bellezza. Sembrava quasi di essere nell’Eden”.

L’era dell’uomo: Dallo sguardo allo spirito

Ma come? Al culmine dell’Antropocene, l’era dell’uomo, con il pianeta soffocato dai rifiuti e dall’inquinamento, con lo scioglimento dei ghiacciai, con l’innalzamento delle temperature, come si può guardare alla magnificenza, allo splendore? Nel libro, Tesson fa dire al fotografo: «Mi si rimprovera di estetizzare il mondo animale, ma abbiamo già un numero sufficiente di testimoni del disastro! Io cerco la bellezza e le rendo onore. È il mio modo di difenderla». Quasi con deferenza, mentre le immagini del documentario scorrono, lasciamo che lo sguardo e lo spirito si riempiano della maestosità degli yak, “totem mandati attraverso il tempo”, “pesanti, possenti, silenziosi, immobili e così poco moderni”; dell’eleganza del chiru, l’antilope tibetana; dei passi felpati del lupo grigio e del gatto di Pallas, i cui occhi gialli “correggevano col loro splendore demoniaco il suo aspetto di morbido peluche”; dei giochi dei cuccioli di orso, di cui i tibetani hanno un po’ timore; della perseveranza quasi spietata con cui la volpe stana la sua preda.

Un fantasma appare: È giusto così

Alla fine, quando sembra che non ci sia più posto per la meraviglia, ecco l’apparizione tanto attesa. Prima è solo un guizzo, un movimento che si intuisce appena nella timida luce dell’alba. Poi diventa una sagoma stagliata contro il cielo. Quindi, il leopardo delle nevi si concede in tutta la sua fierezza, le possenti zampe che battono il terreno innevato, la coda che sferza l’aria. Si avvicina alla carcassa di uno yak cacciato il giorno prima e, mentre la divora, lascia che Tesson e Munier si possano inebriare di quella visione. Infine, così come era apparso, si allontana scomparendo alla vista. La pantera torna a essere un fantasma, un’ossessione, tanto che viene da chiedersi se la sua apparizione sia stata una fantasia o una realtà. La pantera torna a incarnare tutto ciò cui l’uomo ha rinunciato: la libertà, l’autonomia, la relazione perfetta con l’ambiente. A rappresentare, come ha commentato Paolo Cognetti, ciò di cui oggi si sente sempre più la mancanza: il non umano. Ora che il leopardo delle nevi è tornato a essere qualcosa di fugace, il cuore può nuovamente riempirsi della speranza di una sua visione, di un’assenza che si fa mistero e poesia. Del resto, ammette Tesson, “non tutto era stato creato per lo sguardo dell’uomo”. E in fondo, è giusto così.

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