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Tutti pazzi per gli zombi

by Lettere21

Perché i morti viventi made in Usa sono diventati una mania collettiva? Secondo gli psicologi, esorcizzano i nostri lati oscuri tirandoli fuori da noi e ripulendoci la coscienza

La pelle scarnificata che cade a brandelli, gli occhi sbarrati, l’andatura ciondolante: imperversano sugli schermi tv di mezzo mondo i “walking dead”, i morti che camminano, in altre parole gli zombi. Dal 2010, anno in cui l’omonima serie ha esordito negli Usa, sono diventati una specie di droga mediatica collettiva, sbaragliando ogni concorrenza televisiva. A sfidarla ci proveranno i nuovi telefilm postapocalittici appena andati in onda negli Stati Uniti: quelli di Z Nation, dove la Z sta per zombi. Qui un gruppo di eroi ha come scopo quello di trasportare l’unico immune al virus da New York in California, dove si trova l’ultimo laboratorio in grado di usare il sangue di questo sopravvissuto per realizzare un vaccino. Irrazionali, gli zombi sono raffigurati come esseri putrefatti che escono dalle tombe per cibarsi di carne umana e contagiare i vivi. Anche se la loro prima comparsa sullo schermo è avvenuta nel 1932 con L’isola degli zombi, la loro nascita nell’immaginario collettivo risale al 1968 con un’altra pellicola destinata a rivoluzionare il genere horror: La notte dei morti viventi del regista americano George Romero, un film in bianco e nero che diventa un cult in tutto il mondo. Vagamente ispirato al romanzo Io sono leggenda dello scrittore americano di fantascienza Richard Matheson, ai vampiri contro i quali combatte l’unico uomo rimasto normale sulla Terra sostituisce macabri divoratori di carne umana. In un crescendo di terrore, il film segue le vicende di vari personaggi intrappolati nella casa colonica di un cimitero della Pennsylvania, che pullula di quelle creature spaventose. Anche se Romero non usa mai il termine zombi, è ai suoi cannibali risvegliati da un virus misterioso che faranno riferimento tutte le pellicole successive dedicate ai morti viventi.

La loro patria è Haiti

Secondo l’Oxford dictionary, il termine zombi, un nome che deriva dal bantu nzumbe, compare nella lingua inglese attorno al 1810, quando lo storico Robert Southey lo menziona nella sua Storia del Brasile. La sua origine è nell’isola caraibica di Haiti dove, a partire dal XVI secolo, aveva avuto inizio la deportazione di migliaia di schiavi dall’Africa occidentale. Con l’arrivo di queste nuove genti prende forma il Vudù, un culto che combina cattolicesimo e credenze locali con una delle religioni più antiche del mondo, presente in Africa sin dai primordi della civiltà umana, ed è qui che nascono gli zombi. Per i suoi seguaci l’uomo ha due anime, il gros bon ange, il grande angelo buono, e il ti bon ange, il piccolo angelo buono. Il primo è considerato la parte più materiale dell’anima, che entra nel corpo di un individuo al momento del concepimento e lo abbandona al sopraggiungere della morte. Il secondo rappresenta invece la parte più sottile, responsabile della personalità, del carattere e della volontà. Per questo ad Haiti gli zombi sono di due tipi. Uno è lo “zombi astral”, cioè una parte del ti bon ange che è stata venduta o catturata dal bokor, lo stregone. L’altro è lo “zombi corps cadavre”, il famoso morto-vivente, ciò che rimane di un individuo a cui è stato tolto il ti bon ange. Di questi esseri senza volontà, docili e dall’espressione ebete, gli haitiani non hanno paura. Quello che temono, invece, è di diventare preda dello stregone: lo zombi è infatti uno schiavo al quale il piccolo angelo buono non verrà mai più restituito. Il terrore di essere ridotti in questo stato è tale che quando uno muore, i familiari si assicurano che non possa essere resuscitato dallo stregone che lo interroga. Così gli cuciono le labbra e mettono nella bara dei semi di sesamo o un ago senza cruna per distrarlo e impedirgli di rispondere.

Morti o in catalessi?

Una delle credenze più diffuse è che in realtà gli zombi di Haiti non siano veri cadaveri, ma persone ridotte in uno stato di catalessi da qualche sostanza venefica. Nel 1982 cercò di dimostrarlo Wade Davis, un antropologo americano che si era procurato la polvere misteriosa usata dai bokor nei riti di zombificazione. Conteneva parti del pesce palla, le cui carni includono la tetrodotossina, un potente veleno che, ingerito, induce paralisi e morte. Secondo Davis, questa sostanza, presa in piccolissime dosi, avrebbe potuto ridurre in uno stato simile alla trance. Analisi chimiche successive, però, dimostrarono che nella polvere restavano solo tracce del tutto inattive del veleno, suggerendo che l’esistenza degli zombi haitiani non ha una spiegazione farmacologica, ma piuttosto sociale. In un clima tropicale come quello dell’isola caraibica, le sepolture vengono eseguite velocemente, senza diagnosticare eventuali casi di morte apparente: uno stato caratterizzato da perdita di coscienza e sensibilità, temperatura corporea inferiore ai 24 °C, battito cardiaco impercettibile, assenza di movimenti respiratori e rifiessi.

Anche la politica avrebbe avuto il suo peso nell’alimentare il mito degli zombi: “no al 1971 il regime dittatoriale di FranCois Duvalier, il famigerato Papa Doc, assecondava gli aspetti più sinistri della religione vudù per seminare terrore nella popolazione. Popolari come non mai Steven Schlozman, professore e psichiatra alla Harvard Medical School, soprannominato “dottor Zombi” per i suoi studi sull’argomento, ritiene che nei momenti di crisi economica i “lm di zombi diventino popolari perché rappresentano ciò che accade quando il sistema è sull’orlo della rottura. Sarebbero insomma una sorta di esorcismo collettivo. Lo zombi incarna l’istinto di morte a braccetto con quello di vita: la distruzione e la creatività che si incontrano in un essere al di là di qualunque forma di repressione, che vive di puro istinto. La resurrezione, ha liberato lo zombi da ogni limite. Il suo solo desiderio è mangiare e mangiando trasforma gli altri in nuovi zombi, creature libere di manifestare la loro pur rozza istintualità, lontani da regole e dolore. D’altro canto, nelle storie di zombi restano sempre alcune persone vive che gli si contrappongono: rappresentano la Ragione, l’Io, la consapevolezza. Nei film, queste qualità sono personificate dagli eroi, i pochi sopravvissuti che lottano ma spesso non sopravvivono e alla fine soggiacciono allo strapotere degli zombi. Se il mostro delle favole è quanto di brutto non riusciremmo ad accettare in noi, lo zombi è la vittoria del desiderio di per sé. Se il mostro “è fuori” si può dormire tranquilli: niente potrà farci del male o farci vedere la parte di male che è in noi. Non è un caso che gli adulti, ancor più spaventati dall’inquietudine dell’imperfezione, siano più affini a storie regolate dalle leggi dell’armonia e del lieto fine, dove a vincere è l’eroe. Invece gli adolescenti, che vivono nel loro quotidiano la difficoltà di trovare un posto nel mondo, sono i primi a sentirsi a loro agio con il mostro, a fare il tifo per le creature al limite, esorcizzando la loro paura di apparire mostruosi per primi. È lo zombi che si guarda allo specchio e non si riconosce, ma sorride di se stesso, sotto sotto fa anche il tifo per quel se stesso non-morto contro quell’altro se stesso, in fondo, non completamente vivo.

Tutto comincia con un film

Costato appena 114mila dollari, La notte dei morti viventi, il film sugli zombi del 1968, è tra i classici assoluti ed è incluso tra quelli di rilevanza storica, culturale ed estetica selezionati dal National film preservation board degli Stati Uniti. A causa dell’esiguo budget, il regista George Romero ricorse a un cast di sconosciuti e a mezzi di fortuna: tra i finanziatori c’era il macellaio che fornì sangue e budella animali. Concepito come horror, il film è stato visto da molti critici come una metafora della Guerra fredda, con gli zombi a simboleggiare i sovietici. Alcuni invece lo hanno considerato una trasposizione degli orrori del Vietnam. Altri ancora hanno visto nella figura del protagonista nero una critica al razzismo e alla libera circolazione delle armi negli Usa.

Lo strano caso di Felicia Mentor

Il caso più discusso di zombi è quello riguardante una donna apparsa all’improvviso a Ennery, Haiti, il 24 ottobre 1936. Era ridotta piuttosto male. I suoi occhi erano malati e privi di ciglia, era a piedi nudi, vestita di stracci e odiava il bagliore diretto della luce del sole. Vagava diretta verso una fattoria che lei sosteneva essere appartenuta a suo padre. E una volta giunta là, la famiglia Mentor che ne era proprietaria la identificò come una loro parente, Felicia Felix Mentor, morta nel 1907 all’età di 29 anni. Felicia fu accolta in casa, ma dopo qualche giorno dovette esser trasferita in ospedale dove morì in poche settimane. I medici che l’avevano visitata riferirono che si esprimeva in modo strano, i suoi scoppi occasionali di risate erano privi di emozioni e parlava di se stessa sia in prima sia in terza persona. Aveva perso il senso del tempo ed era indifferente al mondo e alle cose intorno a lei. Subito si sparse la voce che fosse una “walking dead”, uno zombi. I raggi X a cui venne sottoposta non mostrarono però tracce di una frattura alla gamba che Felicia avrebbe dovuto avere. Si trattava davvero della donna creduta morta e tornata miracolosamente in vita o di un semplice caso di schizofrenia? Il mistero non è mai stato risolto.

Zombi non si nasce. Si diventa (a scuola)

Greg Nicotero, numero uno in America degli effetti speciali horror e uno dei responsabili di The walking dead, ha creato una scuola di zombi per insegnare come diventare dei perfetti morti viventi. Selezionati tra 6.000 individui, 200 attori si impegnano tutti i giorni per strappare un ruolo che possa, con un’inquadratura, consegnare alla storia una morte particolare o una vicenda.

Contro eventuali attacchi, ci si difende così

È mai possibile che da qualche laboratorio sperduto nel mondo possa “sfuggire” un virus in grado di trasformare l’umanità in un esercito di morti viventi? Molti americani sembrano crederlo da quando, il maggio scorso, è stata diffusa la notizia che il Pentagono aveva pronta una strategia anti-morti viventi, il famoso Conop 8888, meglio noto come il “piano per sopravvivere agli zombi”. Sono nati così dei veri e propri campi di addestramento, il più famoso dei quali si trova nel New Jersey. Qui s’insegna a realizzare rifugi a prova di zombi, a imparare tecniche per il corpo a corpo con un morto vivente e a proteggersi dal rischio di morsi e, quindi, di contagio. Il corso dura da 1 a 2 giorni e costa fino a 365 euro e comprende un intrattenimento serale a base di film. Non solo. C’è anche chi ha pensato a costruire fortezze anti-zombi, con vie secondarie di fuga, giardino interno e arsenale pieno di armi, garantite per dieci anni: è il bunker fortificato proposto dall’azienda Tiger Log Cabins di Leeds, in Inghilterra. Dotato di pannelli solari e videocamere di sorveglianza e classificato con la sigla Zfc1, ha un costo che si aggira intorno agli 88mila euro a cui vanno aggiunti almeno altri 25mila per l’installazione. Eventuali optional come lanciafiamme o cannoni ad acqua comportano spese aggiuntive.

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