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Un amore così grande

by Lettere21

Di grande non ha solo il fisico, ma anche cuore e testa. Lo shire horse è un cavallo dalle mille doti di cui prima si subisce il fascino e poi ci si innamora

Un gruppo di cavalieri bardati con pesanti armature, minacciosi in sella a cavalli imponenti come nessun altro, fieri, eleganti e pronti alla battaglia: questo lo scenario che si parava davanti agli occhi dello straniero che, durante il Medioevo, affrontava i soldati inglesi in campo aperto e c’era da giurare che incutesse un certo terrore. Quel cavallone era lo shire, che sarebbe diventato nei secoli successivi uno dei più famosi cavalli del mondo e non solo tra quelli da tiro. Anche se ormai lontano dai campi di battaglia ancora oggi, sarà forse proprio per la stazza, a un primo incontro incute un certo timore. Allo stesso modo però ispira fiducia, forse per i modi gentili e per quello sguardo pieno di saggezza.

Antico guerriero

Lo shire è uno dei simboli della Gran Bretagna e fa parte della storia del Paese avendo contribuito attraverso i secoli in diversi campi, ma sempre con lo stesso impegno, a far diventare grande quel Regno. I primi stranieri a rimanere affascinati da un grande cavallo inglese che lavorava lento e sereno nei campi, furono i Romani quando misero piede sull’isola nel 43 d.C. Quello però non era lo shire, o meglio, ne era solo un lontano antenato molto più compatto nella mole. Lo shire come lo conosciamo oggi è, infatti, “opera dell’uomo”. Né lui né gli altri grandi cavalli britannici come il clydesdale o come il suffolk punch sono “nati” così grandi. Lo sviluppo estremo di questo cavallo si è avuto nel Medioevo ed è stato ottenuto attraverso incroci studiati con cura e con un obiettivo preciso, quello di creare un cavallo da guerra, capace di portare senza fatica il cavaliere nella sua pesantissima armatura e armato fino ai denti.

Dalla guerra all’aratro

Scambiare il campo di battaglia con il campo da dissodare era certo meno rischioso, ma poteva risultare meno glorioso… tuttavia la capacità di riciclarsi fu proprio ciò che permise allo shire di superare indenne la trasformazione della cavalleria. Con la scoperta della polvere da sparo si passò, infatti, a un combattimento su maggiori distanze, basato sulla velocità, l’agilità e la sorpresa, azioni dove i lenti cavalloni non potevano certo esserne protagonisti. Grazie alle doti fisiche e mentali lo shire e i suoi cugini clydesdale e punch intrapresero quindi un cambio di carriera. Tra i nuovi compiti c’era quello di partecipare alle bonifiche di terreni per sottrarli alle paludi e renderli coltivabili. Ovviamente per una bonifica su larga scala ci volevano gli ingegneri migliori che furono scelti in Olanda, una terra che di bonifiche ne sa qualcosa. Gli ingegneri e i loro entourage spesso arrivavano in Inghilterra in sella ai loro possenti e distinti cavalli neri, i frisoni che, per la nobiltà dei loro movimenti, lasciavano a bocca aperta.

Declino annunciato

Come per tutti gli altri cavalli, anche per lo shire la prima metà del Novecento fu un momento estremamente buio. La guerra e la meccanizzazione sterminarono o resero inutili i cavalli, sia quelli da sella sia quelli da lavoro. L’agricoltura si faceva più comodamente con i trattori, agli omnibus si sostituirono gli autobus, alle carrozze le macchine… Se per i cavalli da sella la salvezza fu lo sport, per quelli da tiro il destino fu spessissimo il mattatoio. Per questo tantissimi allevatori che tenevano ai loro cavalli e non volevano farli nascere per poi venderli un tanto al chilo semplicemente smisero di allevarli. Il numero degli shire tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del Novecento crollò da circa un milione a poche migliaia. Il Nadir della razza fu negli anni ‘50: in un decennio furono registrati in tutto il Paese soltanto 25 nuovi nati, arrivando a un passo dall’estinzione. Oggi gli shire sono ancora pochi tanto da rientrare tra le razze monitorate dal Rare Breed Survival Trust, l’associazione che in Gran Bretagna si occupa della salvaguardia delle razze di animali inglesi “da fattoria” che rischiano di scomparire. Lo shire è fra quelli meno in pericolo e rientra nel gruppo di razze considerate “a rischio” (quelle cioè con un numero di soggetti registrati che va dai 900 ai 1500).

Ammirazione senza tempo

Oggi uno sbocco è fornito dalla eco-agricoltura e cioè quel ritorno alle origini che vede sempre più agricoltori lasciare il trattore per il cavallo nella riscoperta di un lavoro della terra meno invasivo e più rispettoso dell’ambiente. Lo shire inoltre è spesso scelto come compagno nel turismo equestre: pare, infatti, che sedergli in sella sia un’esperienza indimenticabile, un po’ per la sensazione impagabile di vedere il mondo dall’alto, un po’ perché montare un gigante del genere fa sentire protetti da tutto e un po’ perché chi lo ha provato assicura che hanno andature insospettabilmente ariose ed elastiche. Un campo in cui sono assoluti protagonisti è quello delle ricostruzioni storiche e delle giostre in cui questi cavalli si sfidano vestiti di colorate gualdrappe e montati da cavalieri armati di lance. Negli ultimi anni, montati da fantini professionisti e su vere e proprie piste in ippodromo, alcuni shire sono stati addirittura protagonisti di vere e proprie corse che hanno l’intento di raccogliere fondi per buone cause. C’è da giurare che lanciati al galoppo in frotta facciano davvero tremare la terra!

Le ali ai piedi

Uno dei tratti per cui lo shire è famoso sono le sue piume (feathers, in inglese), quei lunghi e morbidi peli che ricoprono le gambe fino a ginocchi e garretti e che contribuiscono all’immagine fiabesca di questo cavallone. Questi lunghi peli si sono sviluppati naturalmente per proteggere le gambe dei cavalli da cespugli, ortiche, rovi, ma anche dal freddo e dal fango in inverno. Lo shire, infatti, è nato in una pianura estremamente fertile ma anche paludosa e questo pelo serviva a proteggerlo.

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