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Un vero INFERNO, ASSALTO al monastero

by Lettere21

Doveva essere una passeggiata. Ma, come spiega Matthew Parker, il territorio ostile e la dura resistenza tedesca resero Montecassino un inferno per le truppe alleate. Ecco come sono andate le cose

Quando un tenente della Guardia Scozzese posò gli occhi su Montecassino, all’inizio del 1944, ne diede una descrizione molto deprimente: “Montagne inespugnabili, ovviamente piene di soldati ‘crucchi’. Vaste alture giacciono di fronte a noi, brulle e sinistre”. Le sue premonizioni si rivelarono esatte. Tra tutti i fronti della Seconda guerra mondiale, Cassino rappresentò la più amara e sanguinosa battaglia degli Alleati occidentali contro la Wehrmacht tedesca. Molti tedeschi la ritennero peggiore persino della brutale Stalingrado. A sud di Roma, fiumi dalle correnti veloci si alternano ad alte montagne. Per gli Alleati c’era un’unica via percorribile da nord in direzione della capitale italiana: l’antica via Casilina. Circa 130 chilometri a sud di Roma si trova la stretta valle del fiume Liri, il cui ingresso è dominato dal monastero di Montecassino. Le sue mura enormi poggiano sulla cima di uno sperone montuoso che s’innalza quasi verticalmente dalla valle sottostante, attorno alla quale i fiumi hanno formato un fossato naturale. In questa roccaforte strategica il comandante tedesco, il feldmaresciallo Kesselring, aveva deciso di stabilire il suo quartier generale.

Il massiccio di Cassino sul quale sorgeva il monastero, era la postazione chiave nella tedesca Linea Gustav, il sistema di difesa a incastro che correva attraverso la parte più stretta dell’Italia, a sud di Roma. I tedeschi avevano ferocemente difeso le montagne a sud di Cassino, quanto bastava per fiaccare gli assalitori, ma Hitler aveva decretato che in Italia non bisognava arretrare oltre la Linea Gustav. C’era stato parecchio tempo per preparare le difese; Kesselring era sicuro che “gli inglesi e gli americani si sarebbero rotti i denti contro di esse”.

Gli Alleati dominavano il mare e l’aria e avevano una superiorità schiacciante nel numero di carri armati, ma il terreno ostile e le terribili condizioni meteorologiche vanificavano tali vantaggi. La Linea poteva essere spezzata solo dalla fanteria e la battaglia sarebbe stata uomo contro uomo, combattuta con granate, baionette e mani nude. Gli aggressori erano a conoscenza della posizione di forza di Cassino e, per rivitalizzare una campagna in stallo, organizzarono uno sbarco di mezzi anfibi circa 80 chilometri oltre la Linea Gustav, ad Anzio. Un’offensiva a Cassino guidata dall’internazionale Quinta Armata del generale Mark Clark avrebbe richiamato le riserve strategiche tedesche lontano dalla zona di sbarco; sarebbe seguito uno sfondamento per riunirsi con i reparti anfibi.

Davanti a Cassino i tedeschi avevano fatto saltare le dighe sul fiume Rapido e tutta la valle era ridotta a un pantano. Inoltre, gran parte del supporto aereo alleato era costretto a terra dal maltempo. Ma l’attacco doveva procedere rapidamente, non solo per soddisfare le pressioni di Londra e Washington, ma anche per far ritornare il prima possibile i mezzi da sbarco in Gran Bretagna per l’invasione della Normandia.

Mentre i francesi e i britannici si spingevano in avanti sui due lati, la 36esima Divisione “Texas” di Clark si sarebbe fatta strada risalendo la valle del Liri.

Gli attraversamenti fluviali sono un incubo ricorrente nella storia di Cassino. A sud, il Garigliano scorre verso la costa: il 18 gennaio 1944 due divisioni inglesi cominciarono a guadarlo alla luce della luna. Quando il barelliere dei Royal Inniskilling Jack Williams arrivò al punto di passaggio, era tutto tranquillo. “Pensammo che tutto stava procedendo senza problemi”, dice. La prima compagnia si mosse. “Non c’erano colpi di fucile e nemmeno granate, quindi iniziammo l’attraversamento. E successe il pandemonio.

Mortai, cannonate da 88 mm e fuoco di mitragliatrici: ci sparavano addosso di tutto. Una confusione pazzesca. Tutti correvano e cercavano di salire sulle barche per scappare”.

Williams riuscì ad attraversare su una delle barche a otto posti, ma ben presto tutte le dodici imbarcazioni del battaglione vennero danneggiate. Ci furono colpi diretti contro le barche piene di soldati e parecchie si rovesciarono, gettando gli occupanti nell’acqua ghiacciata. Alcuni si tolsero di dosso l’equipaggiamento e riuscirono a nuotare fino alla riva. Altri andarono a fondo come pietre. Il sergente di Williams il giorno dopo gli disse che, mentre stava nuotando, aveva sentito delle mani che cercavano disperatamente di afferrargli i piedi da sotto.

“Scendemmo dalle barche”, continua Williams, “e dovemmo proseguire immediatamente verso il nostro obiettivo. Non ci rimase nemmeno il tempo di fermarci un attimo sulla riva. Sentivamo le urla dei soldati colpiti che stavano dibattendosi nell’acqua. Fu una situazione tremenda, tutti erano in preda al panico”.

I soldati britannici che scamparono al guado del fiume si ritrovarono a risalire passando nel mezzo di un ampio campo minato. L’alto comando tedesco era sufficientemente preoccupato da aver spostato le proprie riserve a sud, aprendo la strada allo sbarco degli Alleati ad Anzio. Gli americani più a nord, che cercavano di superare il fiume Rapido di fronte alla valle del Liri, andarono incontro al disastro totale.

Ancor prima di raggiungere il fiume, diverse truppe furono sterminate o ferite dalle mine e dal fuoco dell’artiglieria.

Trasportando le barche pesanti nel buio attraverso fangosi accessi al fiume, alcuni degli uomini, tra cui molte giovani reclute appena arrivate, furono presi dal panico o fuggirono. Quelli che guadagnarono il fiume, trovarono la più totale confusione. Il fuciliere Buddy Autrey racconta che la sua barca venne travolta verso valle. Gli uomini che vi erano dentro, che pagaiavano disperatamente, vennero catapultati nel fiume quando la barca si capovolse. Anche se appesantito dall’attrezzatura, Autrey cercò di aiutare un giovane che stava lottando per rimanere a galla: “Il nostro equipaggiamento si bagnava e ci tirava giù”, dice Autrey.

“Dovetti lasciar andare il giovane, che annegò… Otto su dodici di noi affogarono e quattro nuotarono verso la riva tedesca”.

Bagnati, gelati e senza armi, i quattro uomini cercarono invano di gridare per ottenere aiuto dalla sponda alleata del Rapido.

Coloro che passarono il fiume vennero inchiodati dalle forti difese tedesche e non si riuscì a dare loro manforte. La battaglia finì dopo due notti e gli unici americani sulla riva di Cassino erano stati presi prigionieri.

Tutto era andato a senso unico. Le forze combattenti della 36esima Divisione erano annientate. I giornali degli Stati Uniti descrissero quel che era avvenuto come il peggior disastro dopo Pearl Harbor.

Continuando l’offensiva

Lo sbarco ad Anzio avvenne praticamente senza trovare resistenza, ma Clark dovette continuare ad attaccare Cassino per crearsi un varco verso la testa di ponte prima che i tedeschi potessero contrattaccare. Mentre sollecitava le divisioni francesi del Nord Africa dislocate a nord di Cassino a mantenere alta la pressione, Clark ordinò alla 34esima Divisione di impadronirsi della città e del monastero. I progressi furono lenti, fino a quando una fitta nebbia permise alle truppe di aggirare le postazioni tedesche e conquistare le alture dietro l’abbazia. Ne derivò una settimana di aspri combattimenti, con gli americani che cercavano di avanzare lungo il crinale dietro al monastero e i tedeschi che contrattaccavano duramente.

“Non ci fu un singolo momento senza colpi di mortaio intermittenti o continui” dice il soldato americano Don Hoagland. “I nemici continuavano a contrattaccare, quasi sempre di notte, e arrivavano in silenzio per avvicinarsi il più possibile. Tutto a un tratto vedevi corpi in movimento. Ogni sera c’era un nuovo attacco. Alla fine la stanchezza ti stroncava più di tutto il resto”.

Anche le condizioni climatiche sfinirono i soldati, tanto quanto il fuoco nemico. Il 4 febbraio il tempo peggiorò e ci fu una fitta nevicata, che aumentò la disperazione degli uomini già bagnati fradici dalla pioggia gelata. I colpi di mortaio, oltre che causare vittime, impedivano ai soldati di dormire. “Te ne stavi lì durante la notte in quella buca poco profonda”, ricorda Hoagland, “e, se avevi un paio di coperte, una la stendevi per terra sul bagnato e l’altra, sempre fradicia, te la mettevi addosso. Si dormiva così”.

Quando gli uomini della Quarta Divisione Indiana giunsero a dare respiro ai resti delle forze americane sul massiccio di Cassino, anche i veterani più insensibili rimasero scioccati.

C’erano corpi mutilati sparsi in giro e molti sopravvissuti erano troppo storditi dal freddo e semiparalizzati dopo aver cercato riparo dietro bassi muri in pietra per poter camminare. Vennero scelti i migliori soldati britannici e indiani dell’Ottava Armata per “finire il lavoro”.

Era essenziale fare in fretta, dato che l’intelligence segnalava un massivo contrattacco tedesco sulla testa di ponte di Anzio previsto per il 16 febbraio. Originariamente pianificata con lo scopo di supportare gli attaccanti sulla Linea Gustav, l’operazione ora dettava i tempi di tutto quanto avveniva a Cassino. Era Anzio ora a guidare.

Il 15 febbraio l’antico monastero di Montecassino venne attaccato con enormi e pesanti bombardamenti. Oltre a fornire ai tedeschi materiale per la propaganda, il bombardamento fu un errore tattico. A causa della difficoltà di raggiungere la montagna isolata, gli Alleati non avevano truppe pronte ad agire come rincalzo.

Una postazione ideale

I tedeschi, che non avevano occupato il monastero, si spostarono ora tra le rovine, il che fornì loro una posizione difensiva ideale. Quando, quella notte, le truppe inglesi della Quarta Divisione Indiana avanzarono, vennero respinte. La notte seguente una forza maggiore tentò di nuovo. “I Sepoy (i militari dell’India arruolati nell’esercito britannico) si muovevano come tigri”, riferisce un testimone oculare, “ma la collina, il filo spinato e il feroce fuoco difensivo ebbero la meglio anche su di loro. Le vittime furono moltissime”. Nella valle del Rapido, il battaglione Maori della neo-arrivata Seconda Divisione Nuova Zelanda prese d’assalto la stazione ferroviaria, ma non fu in grado di resistere contro i carri armati tedeschi. Alla fine della seconda battaglia di Cassino, due formazioni d’élite degli Alleati erano state decimate senza aver conquistato nulla.

Come previsto, il 16 febbraio i tedeschi lanciarono un massivo attacco sulla testa di ponte di Anzio. L’offensiva fallì per un soffio, ma il generale Alexander, comandante supremo degli Alleati, ordinò ai suoi uomini di attaccare nuovamente Cassino. Questa volta, le truppe della Nuova Zelanda avrebbero preso la città da nord, mentre la Divisione Indiana avrebbe tentato l’attacco al monastero dalle pendici orientali. Ma arrivò il maltempo e gli uomini rimasero in attesa per tre settimane nelle loro postazioni avanzate. Quando fu dato il via libera, il 14 marzo, un altro grosso contingente di aerei apparve nel cielo. Cassino, fortificata pesantemente dai tedeschi, venne rasa al suolo da ondate di bombardamenti.

La città era presidiata da circa trecento uomini della Prima Divisione Paracadutisti tedesca. “Cadevano sempre più bombe”, riferì uno di loro. “Capimmo che volevano annientarci. La luce del sole si affievolì. Discese uno strano crepuscolo. Pareva la fine del mondo. I compagni erano feriti, venivano sepolti vivi, tirati fuori e poi sepolti un’altra volta. Interi plotoni e squadre furono distrutti dai colpi. Gruppi di superstiti resi folli dalle esplosioni annaspavano storditi fino a quando non venivano anch’essi colpiti. “Anche se la città sembrava essere stata rastrellata da un pettine mostruoso e picchiata da un martello gigante”, un numero sufficiente di soldati che la difendevano sopravvisse per combattere quando i neozelandesi si fecero strada tra le macerie e dentro di essa.

Seguirono alcuni dei combattimenti più brutali dell’intera campagna. “Non c’erano limiti”, dice uno dei paracadutisti. “La regola praticamente era: tu o io”. Sulla montagna alle spalle della città stava avvenendo un assedio in stile medievale da parte delle truppe indiane che cercavano di farsi strada sulle strettissime curve verso il monastero.

Dopo sei giorni di scontri i neozelandesi non erano riusciti a liberare la città e ad aprire la strada verso la valle del Liri e il monastero rimaneva in mano tedesca.

I paracadutisti, ora che si erano meritati l’appellativo di “diavoli verdi di Cassino”, avevano dato il meglio di sé. “Purtroppo stiamo combattendo contro i migliori soldati del mondo” si lamentava Alexander.

“Che uomini! Non credo che altre truppe avrebbero potuto reggere, a eccezione di quei parà”. Il loro successo non colpì solo gli Alleati. In Germania ebbe un impatto ancora maggiore. Un rapporto segreto del Servizio di Sicurezza delle SS dichiarava: “Il progresso dei combattimenti in Italia è l’unica cosa al momento che ci dà motivo di sperare che ‘possiamo ancora farcela’. Ha dimostrato che siamo allo stesso livello di avversari di gran lunga più numerosi”. Il monastero di Montecassino aveva assunto un’importanza simbolica della volontà e dell’abilità tedesca.

L’amara fine

Passarono circa due mesi prima che Alexander attaccasse nuovamente e alla fine almeno alcune delle lezioni dei cinque mesi precedenti parvero essere state di utilità.

Questa volta niente sarebbe avvenuto di fretta. Al contrario, gli Alleati furono contenti di aspettare fino ad avere una netta superiorità numerica e fino a quando il terreno si fosse asciugato abbastanza da poter schierare i mezzi corazzati.

L’11 maggio un grosso bombardamento ebbe inizio quando le truppe alleate attaccarono lungo tutti gli oltre 30 km da Cassino al mare. Nelle prime ventiquattr’ore l’esito rimase in bilico. Un contingente polacco, costituito da uomini deportati da Stalin in Siberia, fu respinto con immense perdite; nella valle sottostante fallirono i tentativi di attraversare il Rapido; a sud, le forze americane e francesi-nordafricane riuscirono con fatica a conquistare i loro obiettivi iniziali. La notte successiva gli ingegneri britannici, sotto un fuoco costante, costruirono un “Bailey Bridge” – un ponte a pannello – sul Rapido mentre le truppe nordafricane dell’esercito francese superavano le montagne fino a sud della valle del Liri. Seguì una dura settimana di combattimenti confusi, sanguinosi e logoranti. “Fin dall’inizio abbiamo attaccato, attaccato, attaccato”, scrisse disperato alla moglie il caporalmaggiore inglese Walter Robson. “Stavamo seduti nelle nostre buche a tremare. Hicky ha ceduto l’altro giorno, ora è toccato a Gordon… Prima è andato fuori di senno e gridava: ‘Non ce la faccio, non ce la faccio. La mia testa, la mia testa’. E si teneva il capo tra le mani e piangeva. Io gli passavo un fazzoletto bagnato sulla fronte, sul collo e sugli orecchi e cantavo per lui… Quando, quando, quando finirà tutta questa follia?”.

Quando videro i francesi fare capolino dalle montagne alla loro destra e capirono di avere di fronte i nemici in superiorità numerica, i tedeschi iniziarono la ritirata.

Sul punto di essere circondati, gli stremati paracadutisti si ritirarono la notte del 17 maggio. Il mattino dopo una pattuglia polacca arrivò tra le rovine del monastero. Le truppe alleate quasi non si resero conto della vittoria dal momento che altri continuarono a combattere verso nord.

“Non aspettarti lettere normali da parte mia, perché io stesso per qualche tempo non sarò normale”, scrisse Walter Robson alla moglie. “I giornali sicuramente stanno esaltando le nostre conquiste, ma noi non lo facciamo… Siamo tutti in piedi, ridotti a un fascio di nervi… Nessuno si sente di esultare”.

Matthew Parker (www.matthewparker.co.uk), Storico e scrittore, è autore di Monte Cassino

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